Articoli marcati con tag ‘povertà’

All’origine della vicenda c’è il rapporto degli americani con una materia difficilmente definibile, chiamata “denaro”. Denaro prima come mezzo che come fine, sovvertendo i principi dei progenitori emigranti. Laddove nella prudente visione di quei non-garantiti “risparmio” significava “sicurezza”, i quattrini americani di fine Novecento cambiano senso: sono lo strumento da utilizzare impetuosamente per accrescere il possesso e assicurarsi prospettive di soddisfazione.

Primi anni 2000. L’isteria da edonismo, trascina milioni di americani in un equivoco: il denaro non è più la rappresentazione del proprio grado di successo, ma diventa un passepartout accessibile a tutti. Come? Prelevandone quanto ne serve presso il deposito in servizio continuato chiamato “sistema bancario”. Dicendo “pagherò”, incoraggiati dalle stesse banche sulle main street. Che, grazie questa circolazione anti-virtuosa, prosperano. Perché a loro volta dispongono di tutto il denaro di cui hanno bisogno per elargire sconsiderati prestiti, dal momento che le banche centrali inondano il mercato di dollari a tassi d’interesse bassissimi. Leggi il resto di questo articolo »

Oltre trecentomila famiglie italiane (l’1,2 per cento del totale) sono «milionarie»: al di là dell’apparente sensazionalismo, questa stima della ricchezza finanziaria del nostro Paese, dovuta al Boston Consulting Group, una stimata organizzazione americana di ricerche sui patrimoni, rientra nella più assoluta «normalità». È infatti del tutto coerente con lo studio più recente, e di ben altra profondità, della Banca d’Italia, che non ha scandalizzato nessuno, secondo il quale, nel 2014, il 20 per cento degli italiani più ricchi deteneva il 64,6 per cento della ricchezza finanziaria (e il 20 per cento più povero solo l’1 per cento). Leggi il resto di questo articolo »

 

 

Il 30 aprile del 1389 muore a Firenze bruciato vivo sul rogo come eretico  MICHELE BERTI DA CALCI (al secolo Giovanni Berti, forse di circa 40 anni) religioso e predicatore francescano.

 

vedi:  L'eresia della povertà: fra MICHELE BERTI

I diritti non ci hanno dato un mondo che tutti, nemmeno la maggioranza degli esseri umani, possano riconoscere come migliore. Anzi hanno giovato ad alcuni, i pochi, a danno degli altri, la moltitudineTesto tratto da “Diritti per forza”, l’ultimo libro di Gustavo Zagrebelsky da pochi giorni in libreria.

 

Chi oserebbe negare che nella “età dei diritti”, che diciamo essere la nostra e che ha proclamato la felicità non come compito morale dell’uomo virtuoso, secondo l’etica antica, ma niente di meno che come diritto universale: chi oserebbe negare che la povertà, l’analfabetismo, la schiavitù, la violenza, le persecuzioni, la tortura, le sparizioni dei non integrati e degli oppositori, le migrazioni forzate, l’ammassamento di milioni di persone in slum e bidonville, lo sfruttamento, le desertificazioni, siano oggi diffusi su larga scala e, sommandosi, colpiscano innocenti in misura che forse mai si è conosciuta in passato? Leggi il resto di questo articolo »

Gli economisti in genere sono presuntuosi. E il motivo è molto semplice. La disciplina di cui si occupano non è più un sapere umano tra tanti, ma è la teologia del nostro tempo. E loro quando parlano sono come sacerdoti che dicono messa. Non è certo il caso di confutarne il pensiero. Specialmente se non sei pure tu un economista. Sei poi sei un poeta è facile inquadrati come un sognatore velleitario e anche un poco ignorante. Leggi il resto di questo articolo »

Tutto il mondo guarda con il fiato sospeso all’esito delle prossime elezioni americane, in particolare il mondo occidentale che vede negli Stati Uniti, per utilizzare un’espressione di Paolo Guzzanti, condivisa da una totalizzante maggioranza, ‘il faro della nostra civiltà’. E allora andiamola a vedere, necessariamente a volo d’uccello, la storia di questo ‘faro della civiltà’. Comincia con un vile (Winchester contro frecce) e spietato genocidio, non disdegnando l’uso delle ‘armi chimiche’ allora a disposizione, whisky per fiaccare l’integrità di un popolo altamente spirituale come i Pellerossa. Leggi il resto di questo articolo »

Ken Loach a ottant’anni compiuti.  ”Ken il rosso” ritorna all’attacco, dalle food bank per i poveri al silenziatore dei media.

 

Censura, fame e rabbia. Al Festival di Locarno Ken Loach presenta il suo ultimo film, vincitore della Palma d’oro a Cannes e ieri sera osannato in Piazza Grande. I, Daniel Blake è il nuovo contributo dell’80 enne “Ken il Rosso” alla causa di quella “working class without work” sempre in lotta per sopravvivere. Uscirà nelle sale britanniche il 21 ottobre.

Da Cannes l’impatto del film è stato potente, ma al cinema ormai vanno in pochi. Perché non ha pensato di realizzare questa pellicola per la tv, come faceva negli anni Settanta, portando l’opinione pubblica su temi caldi come l’aborto e i senzatetto?

Sarebbe stato bello ma nella Gran Bretagna odierna la televisione applica la censura preventiva. Se negli anni Settanta regnava una sorta di disorganizzazione nel management della Bbc e quindi sono riuscito a realizzare film di protesta socio-politica come Up the Junction e Cathy Come Home, oggi l’organizzazione impenetrabile dei canali televisivi non mi avrebbe fatto fare un prodotto come I, Daniel Blake. È triste da affermare ma funziona così: una volta ti censuravano dopo, oggi ti censurano prima ancora che apri bocca. Leggi il resto di questo articolo »

Lo “spirito della Resistenza” rilanciò un Paese uscito a pezzi dalla guerra: grazie a una straordinaria classe politica

«Isolamento dei luoghi, profondità delle tradizioni e delle culture, bellezza austera e luminosa dei caratteri fisici e umani»: questa era l’Italia che si allungava, piena di ostacoli geografici e disuguaglianze economiche, davanti agli occhi di Vasco Pratolini, improvvisato suiveur del Giro d’Italia, nel 1947. Le sue cronache ci restituiscono un ritratto vivido ed efficace dell’Italia di allora, alternando immagini di una realtà senza tempo, frammiste a quelle totalmente attraversate dalla febbre politica che segnava l’attualità dell’immediato dopoguerra. Leggi il resto di questo articolo »

… Ciò presuppone che non vi sia grazia né protezione per quanti indirizzino il loro capitale o il loro lavoro nella direzione sbagliata. È un metodo che porta verso l’alto i ricercatori di guadagno cui arride il successo, grazie ad una spietata lotta per la sopravvivenza, attraverso la quale si seleziona il più efficiente per mezzo del fallimento del meno efficiente. Tale metodo non tiene conto del costo della lotta, ma solo dei vantaggi del risultato finale, i quali si suppongono essere permanenti. Se lo scopo della vita è quello di cogliere le foglie dagli alberi fino alla massima altezza possibile, il modo più facile di raggiungere questo scopo è di lasciare che le giraffe dal collo più lungo facciano morire di fame quelle dal collo più corto…. Leggi il resto di questo articolo »

Pochi ricordano il nome di Pierre-Joseph Proudhon, morto centocinquant’anni fa. Qualcuno ne incontra lo sguardo nei musei parigini che espongono i due ritratti del suo amico Gustave Courbet. Compaiono ancora nelle discussioni pubbliche alcune sue frasi taglienti – «la proprietà è un furto», «chi dice umanità vuole ingannarvi ». Quest’ultima appartiene all’archivio delle denunce dell’uso strumentale e distorcente di grandi parole, come quelle attribuite a Madame Roland mentre veniva condotta alla ghigliottina («O libertà, quanti crimini si commettono in tuo nome») o a Samuel Johnson («il patriottismo, ultimo rifugio di una canaglia»). L’invettiva di Proudhon ha trovato un rilancio e un’ambigua, rinnovata fortuna quando se ne è impadronito nel 1927 Carl Schmitt, che dell’idea di umanità ha parlato come di una «disonesta finzione», come di «uno strumento ideologico particolarmente idoneo alle espansioni imperialistiche ». Leggi il resto di questo articolo »

L’intervento a La Milanesiana torinese dello scrittore greco Petros Markaris “Viviamo in un mondo ossessionato dal denaro e dalla quantità”.

Qual è la maggiore mania del nostro tempo? Il denaro. La nostra vita ruota intorno al denaro. In Paesi come la Grecia, il denaro si identifica con il consumo. Nel Paesi dell’Europa centrale e settentrionale con l’investimento. In entrambi i casi la leva principale della società è il denaro. Il sistema che governa il mondo possiamo chiamarlo globalizzazione, neoliberismo, sudditanza dell’economia ai mercati: in ogni tutti e tre i casi il nucleo sta nella mania del denaro. Leggi il resto di questo articolo »

Il 30 aprile del 1389 muore a Firenze bruciato vivo sul rogo come eretico MICHELE BERTI DA CALCI (al secolo Giovanni Berti forse di circa 40 anni) religioso e predicatore francescano.

Michele Berti è un’alta espressione della religiosità del Trecento che fu caratterizzata da numerosi movimenti religiosi e popolari che volevano rifarsi all’originario ideale di povertà evangelica ed anche di opposizione ad una gerarchia ecclesiastica, potente e ricca, che voleva primeggiare sul potere imperiale.

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La dialettica giovani-anziani varia nelle diverse epoche
Ma la storia antica dell’Isola di Pasqua svela che spesso sono i padri a divorare i figli

LE società vecchie sono quelle soffocate dal peso del passato. Le giovani sono quelle che, almeno in parte, se ne affrancano, per guardare liberamente se stesse e deliberare senza pregiudizi. Le età delle società si misurano in “generazioni”. Ma, che cosa sono le generazioni, una volta che, dalla cellula in cui sta il rapporto generativo genitori- figli, si passa alla dimensione sociale in cui migliaia o milioni d’individui si succedono sulla scena della vita, gli uni agli altri? Una volta che si voglia sostenere che una generazione giovane sostituisce una generazione vecchia? La questione ha una storia. Thomas Jefferson disse: «La terra appartiene a (alla generazione de) i viventi» («the earth belongs to the living»). Quel motto stava a significare che, sebbene ogni costituzione porti in sé ed esprima l’esigenza di stabilità e continuità, non si doveva pensare a una fissità assoluta, a costituzioni perenni e immodificabili. Poiché ogni generazione è indipendente da quella che la precede, ognuna può utilizzare come meglio crede, durante il proprio “usufrutto”, i beni di questo mondo e, tra questi, le leggi e le costituzioni. Ma, qual è la “scadenza” di una generazione, cioè la sua durata in vita? Leggi il resto di questo articolo »

All’Assemblea delle Nazioni Unite il presidente Obama ha dichiarato che quella dell’Isis «non è una guerra di religione ma una guerra contro il Progresso». L’ha seguito il presidente iraniano Rohani parlando di «guerra contro la civiltà». Per una volta due leader mondiali sono riusciti a guardare un po’ più in là del proprio naso. Quella dell’Isis è, per dirla con Evola, ‘una rivolta contro il mondo moderno’, che per il momento ha connotazioni religiose e islamiche ma che in futuro potrebbe assumerne anche altre. Leggi il resto di questo articolo »

Mi ha sorpreso, durante il viaggio americano di Renzi, leggere delle lodi e del compiacimento dedicati al primo ministro italiano da Marchionne, che intanto, per precauzione, ha portato via la Fiat dall’Italia. E ascoltare l’elogio di Renzi al “Made in Italy” della nuova azienda ex italiana, insediata a Detroit (Michigan), e intanto spiegare a Marchionne che in Italia solo i “poteri forti” si oppongono alla sua legge contro il lavoro detta “Jobs Act”. Evidentemente i poteri forti sono Landini e Camusso, Fassina e Cuperlo (con i loro miti ritocchi). E intanto Renzi stava festosamente accanto alla persona che ha sottratto all’Italia l’intera tassazione Fiat. C’è un insegnamento in questa serie di modesti eventi. C’è la storia del come si liquida l’uguaglianza, mito e fatti. Provo a raccontare. Leggi il resto di questo articolo »

NEL Preambolo alla Carta dei diritti fondamentali si afferma che l’Unione europea «pone la persona al centro della sua azione». Parlando di “persona”, non si è evocata una astrazione. Al contrario. Con quella parola ci si voleva allontanare proprio dalle astrazioni, consegnate a termini come soggetto o individuo, e si intendeva dare rilievo alla vita materiale, alle condizioni concrete dell’esistere, ad un “costituzionalismo dei bisogni” fondato sull’inviolabile dignità di tutti e ciascuno. Ma nel Mediterraneo ormai quasi ogni giorno muoiono centinaia di persone che all’Europa guardano con speranza, fuggendo dalla guerra, dalle persecuzioni, dalla miseria. I numeri impressionano, ma non sollecitano l’adempimento della promessa scritta nel Preambolo della Carta dei diritti, della quale Juncker ha parlato come di un riferimento obbligato per l’attività dell’Unione europea. Leggi il resto di questo articolo »

Secondo l’Istat a luglio i prezzi al consumo sono aumentati solo dello 0,1% rispetto allo stesso mese dell’anno scorso. Ancora più significativi sono i dati del ‘carrello della spesa’: frutta e verdura costano il 10% in meno, sempre rispetto al 2013 e i prodotti per la cura delle persone e della casa registrano un   -0,6%. L’inflazione è sotto l’1%. “Siamo legati agli oggetti, non buttiamo via mai niente” dice il sociologo dei consumi Italo Piccoli e l’economista Fausto  Panunzi aggiunge: “Si è portati a risparmiare quasi compulsivamente, a comprare solo lo stretto necessario”. Leggi il resto di questo articolo »

La fase storica che stiamo sperimentando non può essere riassunta nella parola “crisi”, anche se si dice che è una crisi morale e di civiltà. E’ qualcosa di più radicale. Da una parte la cosiddetta “crisi” è l’esito non dico di un complotto vero e proprio, ma di un cinico progetto che si attua sulla scia di interessi og­gettivamente convergenti. Il progetto è ispira­to dal neoliberismo e punta alla sostituzione della democrazia politica orientata alla di­gnità e ai diritti umani con la megamacchina del mercato. L’oggettiva convergenza di interessi è quella che rende solidali tra loro le oligarchie finanziarie, le agenzie di rating, le banche centrali, il Fondo monetario internazionale, le oligarchie mediatiche e gli autocrati poli­tici, il ceto dei grandi managers, con il con­torno ideologico degli scribi contemporanei, rappresentato dagli economisti ortodossi di spicco, che orientano l’opinione pubblica, e dalle più illustri università private. Leggi il resto di questo articolo »

Il libro: Frugalità di Paolo Legrenzi (Il Mulino pagg. 144 euro 12) da cui anticipiamo un brano.

Giulio Nascimbeni, sul Corriere della Sera dell’8 maggio 1994, raccontava di una crociata avviata dal mensile Il Migliore, diretto da Sergio Claudio Perroni. Si trattava di salvare parole «che rischiano di diventare arcaiche e quindi svanire». Una di queste parole era frugale, una parola con una lunga storia. Compare nella prima metà del Trecento in un testo di Giovanni Cassiano dove si parla di «virtù frugali». Oggi, grazie all’uso del motore di ricerca Google Trend, potete scrivere «frugalità, abbondanza» e accorgervi che la crociata di Perroni non ha sortito grandi effetti. La vittoria dell’abbondanza sulla frugalità è schiacciante. Se però consultate i due termini inglesi «frugality, abundance», scoprite che il primo termine riaffiora grazie ad articoli come quello di Arthur Frommer sul Francisco Chronicle del 20 luglio 2009, dal titolo: Frugality Now Fashionable — And Necessary. Quando si parla di frugalità, di che cosa stiamo esattamente parlando? Leggi il resto di questo articolo »

 Hanno suscitato nei giorni scorsi l’indignazione di gran parte dell’opinione pubblica italiana gli insulti di carattere violento e sessista che, anche se molto frequenti nella rete, hanno avuto un’eco particolare sui giornali perché rivolti alla presidente della Camera (mentre lo schiaffo dato in aula da un questore, incaricato di mantenere l’ordine, a una deputata dell’opposizione è passato quasi sotto silenzio). Indignazione ovviamente più che giustificata, a una condizione però: che non ci si limiti alla preoccupazione per la diffusione di atteggiamenti pericolosi e spregevoli o al disprezzo del borghese benpensante, che si sente a posto con la propria coscienza, nei confronti di chi sembra oggettivamente privo di un minimo senso di umanità. Ritengo, infatti, che sia anche necessario cercare di capire le cause di un fenomeno che certo non è esclusivamente italiano ma che nel nostro Paese sembra riguardare un numero particolarmente consistente di cittadini. Leggi il resto di questo articolo »

Il debito pubblico italiano è enorme. L’intera Europa teme il collasso degli stati più fragili. Nessuna delle democrazie occidentali sembra avere più le risorse necessarie per reggere sui mercati finanziari. Ma da dove viene questo debito incombente e inestinguibile? E davvero l’unica cosa che si può fare è stringere la cinghia, obbedire ai diktat della finanza internazionale, e pagare, pagare, pagare? Francesco Gesualdi ricostruisce anzitutto la storia del fenomeno, mostrando come il debito non nasca da una serie di sfortunate circostanze e di errori di pianificazione, ma da una precisa e per lungo tempo condivisa strategia, orientata a contenere il conflitto sociale e a rafforzare la posizione di rendita di un apparato bancario e finanziario dall’appetito insaziabile. Alla lunga quella strategia ha mostrato la corda, com’era prevedibile e previsto. A quel punto le forze della finanza globale l’hanno denunciata come la disinvolta iniziativa di governi inclini allo sperpero. E soprattutto l’hanno duramente sanzionata, imponendo il ricorso a misure di austerity destinate a impoverire ulteriormente larghi strati della popolazione. Se le cose stanno così, che senso ha chiedere alla gente di onorare questo debito? Non si tratta di un ricatto che il più forte impone al più debole, dopo averlo costretto a indebitarsi in nome delle proprie ragioni e dei propri interessi? Non sarebbe ora di ristrutturare, anziché onorare ciecamente, il debito degli stati sovrani?

 

di  Francesco Gesualdi,  ed. Feltrinelli  2013,  € 14,00

intervista a Paolo Flores d’Arcais a cura di Silvia Truzzi

La domanda è sconveniente. “Infatti – spiega Paolo Flores d’Arcais nel suo La democrazia ha bisogno di Dio? Falso! – non echeggia mai nei ricorrenti dibattiti su religione e politica, quasi che fosse temerario anche solo pensarla e blasfemo formularla”. La risposta del direttore di Micromega è un deciso no. Che si fonda su un evangelico invito diMatteo: “Il tuo dire sia sì sì, no no, perché il di più viene dal Maligno”.

Perché è necessario chiedersi se la democrazia ha bisogno di un presupposto religioso? Leggi il resto di questo articolo »

Un paese ricco, abitato da poveri: questa è l’Italia della crisi. Un paese che dispone di una ricchezza privata da novemila miliardi, quasi cinque volte il debito pubblico: ma il debito è di tutti, la ricchezza di pochi. I dieci italiani più ricchi possiedono quanto i tre milioni più poveri, i primi venti manager guadagnano quanto quattromila operai, mentre gli stipendi medi sono a un soffio dalla soglia di povertà e mettono a rischio la sopravvivenza anche dei fortunati che hanno ancora un lavoro. Incrociando i dati economici con l’osservazione di fatti e tendenze, Nunzia Penelope mette a confronto l’Italia di chi può avere tutto con quella di chi non ha più niente: dagli stipendi d’oro ai sussidi dei cassaintegrati, dalla casa al cibo, dalla scuola alla salute, passando per le vacanze, l’abbigliamento, gli svaghi. Ne emerge un paese in cui la disuguaglianza ha raggiunto record impensabili, in cui convivono chi colleziona case e chi vive in camper perché non ha più una casa, chi fa shopping col jet privato e chi non può fare nemmeno la spesa, chi mangia a cinque stelle e chi si mette in fila alla Caritas. Un paese in cui la maggioranza stringe la cinghia e non vede l’uscita dal tunnel, mentre una ricca minoranza è già oltre la crisi, o non c’è mai entrata. Quanto potrà durare tutto questo, prima che gli esclusi rivendichino la loro parte?

di   Nunzia Penelope,  ed. Ponte alle Grazie  2012,  € 13,50

 

C’è il re delle cliniche romane che compra un ospedale da don Verzè e pochi mesi dopo lo rivende allo Stato guadagnandoci quasi il 20 per cento. C’è il “very powerful executive chairman” che fa precipitare le azioni della Telecom appena privatizzata e una decina d’anni dopo torna alla carica per rilanciare un marchio automobilistico decotto grazie a improbabili investitori indiani, o forse cinesi, risultato: fallimento. C’è il finanziere amico dei politici che fa crac dopo aver intascato per sé e regalato ai figli decine di milioni della società quotata in borsa. C’è l’imprenditore turistico che ricicla i soldi dei boss, il faccendiere che era iscritto alla P2 in affari con un ex assessore di Cl… Insomma, la razza padrona degli anni Settanta si è trasformata nella razza stracciona di oggi. Intrecci pericolosi tra banche, fondazioni, assicurazioni e poteri pubblici locali e nazionali, connivenze tra controllori e controllati, meccanismi di selezione che premiano familiari e amici indipendentemente da meriti e capacità, una concezione distorta dell’impresa, incompatibile con le regole del capitalismo evoluto e moderno: sono solo alcuni dei vizi della nostra economia e della nostra società che Sergio Rizzo analizza in questo romanzo horror in forma di inchiesta. Non ci è rimasto molto tempo, per evitare che a finire in liquidazione sia tutta l’Italia.

di  Sergio Rizzo,  ed. Rizzoli  2012,  € 17,00

Dalla quarta di copertina: La catastrofe dell’Italia non è solo colpa di una classe politica avida e incapace. C’è un pezzo altrettanto importante di classe dirigente corresponsabile dell’andazzo di questo Paese e di tutti i suoi difetti: la scarsa competitività, la mancanza di produttività, la crescita inesistente. Sono gli imprenditori che se la prendono sempre con lo Stato, ma sarebbero nessuno senza politica e contributi pubblici. I manager che guadagnano milioni mentre riempiono l’Italia di cassintegrati. I banchieri che con una mano negano il credito alle piccole imprese con la scusa delle crisi, e con l’altra intascano stipendi e “bonus” sempre più alti: in barba alla recessione. I costruttori che al riparo dei partiti si arricchiscono facendo scempio del territorio. Per non parlare della parassitaria burocrazia imprenditoriale: 36 sigle, con migliaia di dipendenti, senza un apparato produttivo efficiente e in grado di mettere in campo tutte le nostre più grandi risorse. Nonostante quello che dicono i sindacati, responsabili anche loro del disastro, il problema non è l’articolo 18: il problema è che alla fine la Ducati se la prende l’Audi. E noi al massimo possiamo portare qualche valigetta di euro in Svizzera

 

VEDI: Soldi rubati

Diseguaglianze d’Italia

Vi è una soglia di diseguaglianza superata la quale le società allontanano le persone tra loro in maniera distruttiva, ne mortificano la dignità, e così negano il loro stesso fondamento che le vuole costituite da “liberi ed eguali”? Evidentemente sì, visto che Barack Obama, abbandonando i passati silenzi, è intervenuto su questo tema, sottolineando che diseguaglianze nei diritti, nel rispetto della razza, nel reddito mettono in pericolo coesione sociale e democrazia. La denuncia riflette preoccupazioni che hanno messo in evidenza come le diseguaglianze siano pure fonte di inefficienza economica. È all’opera una sorta di contro modernità, che contagia un numero crescente di paesi, e vuole cancellare l’“invenzione dell’eguaglianza”. Proprio questo era avvenuto alla fine del Settecento, quando le dichiarazioni dei diritti fecero dell’eguaglianza un principio fondativo dell’ordine giuridico, e non più soltanto un obiettivo da perseguire all’interno di un ordine sociale che trovava nella natura la fonte della solidarietà, affidata ai doveri della ricchezza, alla carità, a un ordine gerarchico intessuto di relazioni spontanee tra superiori e inferiori. Leggi il resto di questo articolo »

«Nella prefazione allo Human Development Report delle Nazioni Unite del 1998, John Galbraith documentava che il 20% della popolazione mondiale si accaparrava l’86% di tutti beni e i servizi prodotti nel mondo, mentre il 20% più povero ne consumava solo l’1,3%. Oggi, a quasi undici anni di distanza, queste cifre sono andate, purtroppo, di male in peggio: il 20% più ricco della popolazione consuma il 90% dei beni prodotti, mentre il 20% più povero consuma l’1%».

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«La disuguaglianza sociale nei paesi ricchi persiste a causa della fede tenace nei dogmi dell’ingiustizia, e può essere uno choc per le persone scoprire a un certo punto che forse c’è qualcosa di sbagliato in molta parte del tessuto ideologico della società in cui viviamo. Come quelli le cui famiglie possedevano un tempo le piantagioni coltivate dagli schiavi dovevano considerare naturale quel tipo di proprietà al tempo della schiavitù, e come il non voto alle donne era considerato un tempo “una condizione di natura”, così tante grandi ingiustizie dei nostri giorni sono, per molti, semplicemente parte del panorama della normalità».

Daniel Dorling,    da  Injustice. Why social inequality persists,    2010

La crisi che da anni ormai ha invaso l’Occidente e minaccia addirittura di portare il nostro Paese al  tracollo impone una riflessione su tutto il sistema di vita. Perché non è solo crisi di produttività, ma  anche di valori e azzanna non solo il lavoro, ma anche la salute, l’ambiente, i rapporti sociali. L’esempio dell’Ilva di Taranto è emblematico. La fabbrica d’acciaio dà lavoro a decine di migliaia di  lavoratori, ma diffonde nell’aria sostanza cancerogene che minano la salute dei lavoratori stessi e  delle famiglie dell’intera zona. Richieste sacrosante quelle della salute, ma altrettanto lo sono quelle  del lavoro. Contraddizioni che spetta all’organizzazione del lavoro e alla politica di conciliare. Gli  esempi si moltiplicano e si accavallano anche le contraddizioni. Leggi il resto di questo articolo »

Questo libro racconta un mondo, quello della solidarietà, di cui non si sa abbastanza. Tra sms che salvano, adozioni a distanza, partite del cuore, campagne televisive, azalee e arance benefiche, quanti milioni di euro raccolti arrivano a chi ha bisogno? La risposta che viene fuori dalle testimonianze di cooperanti italiani e internazionali e dai più recenti dati di bilancio (quando sono disponibili: in Italia non c’è l’obbligo di pubblicare un vero e proprio bilancio economico-finanziario) è che tra profit e non profit c’è ormai poca differenza. Migliaia di associazioni sono in lotta una contro l’altra per i fondi, quelle più grandi spendono milioni per promuoversi e farsi conoscere, intanto le più piccole sono schiacciate dalla concorrenza. Gli stipendi dei manager del settore non profit sono ormai uguali a quelli dellemultinazionali (la buonuscita milionaria di Irene Khan, ex segretario generale di Amnesty International, è solo la punta dell’iceberg). Ma i soldi non sono che una parte della questione, c’è molto altro da sapere. Che fine fanno i vestiti che lasciamo ai poveri? Come funziona il sistema delle adozioni internazionali? E il commercio equo e solidale? La filantropia ha fatto cose importanti, ma è anche il simbolo del fallimento della politica. Gli esseri umani non dovrebbero dipendere dalla generosità di altri. Se poi questa generosità diventa un business è importante raccontarlo per impedire che qualcuno si arricchisca sulla buona fede dei donatori. Il lato b delle ONG e di questo mondo fatto di tanti soldi che girano e in ben pochi caso finiscono ai destinatari indicati negli intenti di queste associazioni. Un libro altamente inquietante, un’altra fotografia dell’orrore del nostro tempo di cui dobbiamo avere consapevolezza. Leggi il resto di questo articolo »

Viviamo in una società della crescita. Cioè in una società dominata da un’economia che tende a lasciarsi assorbire dalla crescita fine a se stessa, obiettivo primordiale, se non unico, della vita. Proprio per questo la società del consumo è l’esito scontato di un mondo fondato su una tripla assenza di limite: nella produzione e dunque nel prelievo delle risorse rinnovabili e non rinnovabili, nella creazione di bisogni – e dunque di prodotti superflui e rifiuti – e nell’emissione di scorie e inquinamento (dell’aria, della terra e dell’acqua). Il cuore antropologico della società della crescita diventa allora la dipendenza dei suoi membri dal consumo. Il fenomeno si spiega da una parte con la logica stessa del sistema e dall’altra con uno strumento privilegiato della colonizzazione dell’immaginario, la pubblicità. E trova una spiegazione psicologica nel gioco del bisogno e del desiderio. Per usare una metafora siamo diventati dei «tossicodipendenti » della crescita. Che ha molte forme, visto che alla bulimia dell’acquisto – siamo tutti «turboconsumatori » – corrisponde il workaholism, la dipendenza dal lavoro.
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Dove hanno sbagliato Mario Monti e il suo governo? Secondo Edward Luttwak, che si intende di cose italiane, Monti ha sbagliato perché invece di fare ciò che come tecnico poteva fare senza pagare pedaggi politici, come ad esempio ridurre drasticamente lo stipendio del capo della polizia che in Italia guadagna quattro volte di più del capo dell’FBI in America, e invece di fare qualche taglio salutare ai compensi sproporzionati di grandi funzionari e manager di Stato, si è messo in mente di rifondare la Repubblica e si è accanito su temi squisitamente politici e causa di sofferenza per tutti, come il regime delle pensioni e le modalità dei licenziamenti. A sua volta Obama ha lamentato che mentre la dottrina del rigore e gli interventi di sistema avranno effetti a lungo termine, è adesso che ci vogliono scelte di rilancio dell’economia e della fiducia. Insomma Monti non ha messo la tecnica al servizio della politica, ma ha messo la tecnica al posto della politica, nella presunzione sbagliata che i governi non debbano scegliere tra diverse alternative, ma solo applicare integralmente leggi incontestabili dettate dalla natura stessa delle cose, come sarebbero le leggi dell’economia, delle borse e dei Mercati. Leggi il resto di questo articolo »

APPELLO:    VERSO  RIO +20

Siamo alla vigilia di un altro importante appuntamento per salvare il pianeta terra: ”RIO+20”, che si terrà a Rio dal 20 al 25 giugno 2012.  Nel 1992 infatti l’ONU aveva convocato a Rio de Janeiro una Conferenza sul Pianeta Terra. Purtroppo alle tante  speranze suscitate sono seguiti vent’anni di amare delusioni che hanno portato all’attuale e grave crisi ecologica. Particolarmente amari i fallimenti delle conferenze sul clima di Copenhagen(2009), di Cancun (2010) e di Durban (2011). Siamo sull’orlo dell’abisso. Per questo l’ONU ha nuovamente invitato i governi e le organizzazioni popolari a Rio per trovare una risposta. Ma non ci saranno risposte adeguate se non si capisce che dietro alla crisi ecologica ci sta una profonda crisi antropologica. La Mercificazione dell’umano che sta avvenendo sotto i nostri occhi ha come conseguenza la mercificazione della Madre Terra. Leggi il resto di questo articolo »

Risale a più di dieci anni fa un articolo di Paul Krugman – uno dei più profetici – sul collasso della compagnia energetica Enron. La Grande Crisi che traversiamo fu preceduta da quel primo cupo segnale, e in esso l’economista vide, sul New York Times del 29 gennaio 2002, la forma delle cose future. Quella storia di finta gloria mischiata a frode era ben più decisiva dell’assalto al Trade Center, che l’11 settembre 2001 aveva seminato morte e offeso la potenza Usa. «Un grande evento – era scritto – cambia ogni cosa solo se cambia il modo in cui vedi te stesso. L’attacco terrorista non poteva farlo, perché di esso fummo vittime più che perpetratori. L’11  settembre ci insegnò molto sul wahabismo, ma non molto sull’americanismo».  La vicenda Enron mise fine all’età di innocenza del capitalismo, svelando le sregolatezze e il lassismo in cui era precipitato. I sacerdoti di quell’età erano prigionieri di dogmi, e nessuna domanda dura scalfiva la convinzione che questo fosse il migliore dei mondi possibili. Fu come il terremoto di Lisbona, che nel 1755 costrinse la filosofia europea ad abbandonare (grazie a Voltaire,  a Kant) l’ottimistica fede nella Provvidenza.

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Succede che lo 0,5% della popolazione mondiale detiene 69 trilioni di dollari mentre il 68% dispone solo di 8 trilioni.

La voglia di dimostrare con la forza della ragione e il rigore dei numeri che ci si può sempre opporre a tutti i conformismi. Un saggio di Luciano Gallino illustra le conseguenze economiche di un sistema creato dai più ricchi e che ha elevato la diseguaglianza a ideale di sviluppo. L´unico antidoto è il cuore dell´Europa: lo stato sociale.

Nel 1974, quando uscì la prima edizione del Saggio sulle classi sociali, avevo dodici anni. Un ragazzino, in effetti. Ma sei anni dopo, già sufficientemente affamato di politica, trasformai quel libro straordinario di Paolo Sylos Labini nella mia Bibbia. Me lo consigliò il professore di storia e filosofia che mi preparava all´esame di maturità: «Lo devi leggere assolutamente, se vuoi capire qualcosa della società italiana». Aveva ragione. Sono passati quasi trent´anni. Ho perso le tracce di quel professore. E quel grande economista di Sylos Labini purtroppo non c´è più. Ma appena ho finito di leggere l´ultimo libro-intervista di Luciano Gallino (La lotta di classe-Dopo la lotta di classe, scritto insieme a Paola Borgna per Laterza) mi è tornato subito in mente il vecchio Saggio sulle classi sociali, che tanto ha spiegato dell´Italia più profonda, tra fascismo e Prima Repubblica. Leggi il resto di questo articolo »

Marino Niola  intervista  Serge Latouche.

«Un certo modello di società dei consumi è finito. Ormai l’unica via all’ab­bondanza è la fru­galità, perché permette di soddisfare tutti i bisogni senza creare povertà e in­felicità». E’ la tesi provocatoria di Serge Latouche, professore emerito di scien­ze economiche all’Università di Paris­ Sud, universalmente noto come il pro­feta della decrescita felice. Il paladino del nuovo pensiero critico che non fa sconti né a destra né a sinistra sarà a Na­poli (dal 16 al 20 gennaio), ospite della Fics (Federazione Internazionale Città Sociale) e protagonista del convegno internazionale “Pensare diversa-men­te. Per un’ecologia della civiltà planeta­ria” organizzato dal Polo delle Scienze Umane dell’Università Federico II. Il tour italiano dell’economista eretico coincide con l’uscita del suo nuovo li­bro Per un’abbondanza frugale. Malin­tesi e controversie sulla decrescita (Bol­lati Boringhieri). Un’accesa requisito­ria contro l’illusione dello sviluppo in­finito. Contro la catastrofe prodotta dalla bulimia consumistica. Leggi il resto di questo articolo »

Il fatto che tre autorevoli personaggi entrati nel governo avessero partecipato al convegno cattolico di Todi, ha fatto dire a numerosi commentatori non informati dei fatti che la nuova aggregazione di associazioni che si sarebbe realizzata a Todi aveva dato subito il suo frutto politico, segnando così il «gran ritorno» dei cattolici alla politica. In realtà Todi non prova niente, perché se alcune entità lì pre­senti, come Sant’Egidio e l’Università cattolica, sono approdate con i loro capi al governo, altre entità di rilievo come Cl, pur presenti a Todi, dal governo sono contestualmente uscite. Con Ber­lusconi o contro Berlusconi sempre cattolici sono. Neanche dell’assemblaggio di Todi si può dun­que parlare come di una omogenea componente politica cattolica, dalla quale resta peraltro ben distinta l’altra componente di tradizione «catto­lico-democratica», che infatti subito si è riunita in un altro convegno, ed è anch’essa presente con un suo autorevole esponente nel governo Monti. Ma l’impraticabilità della linea emersa a Todi è dimostrata dal discorrere che ne hanno fatto gli stessi protagonisti in una riunione, questa volta non a porte chiuse, tenutasi pochi giorni dopo a Roma all’Istituto Sturzo. Leggi il resto di questo articolo »

La crisi riapre la questione della distribuzione. Le ragioni a favore della via più ovvia e dimenticata: ridurre i redditi di chi ha di più, per sostenere gli altri

La crisi economica attuale riapre inevitabilmente la questione della redistribuzione del reddito. Se il prodotto lordo diminuisce, qualcuno in patria deve vedere ridotti i suoi redditi. Chi? In questo articolo si farà una proposta precisa: devono essere ridotti i redditi dei ricchi, onde sostenere quelli dei poveri. Può sembrare ovvio, e infatti lo è. Se il mondo della politica fosse governato dal buon senso potrei fermarmi qui, anzi non avrei avuto alcun motivo di scrivere questo articolo. C’è la crisi, i ricchi devono aiutare i poveri. Ma a quanto pare la perdita di cultura della sinistra è tale che è purtroppo necessario dimostrare che (a) i ricchi hanno abbastanza soldi per pagare la crisi e (b) che il far pagare la crisi ai ricchi non è affatto in contrasto con la teoria economica - anzi. Il prossimo paragrafo sarà dedicato al punto (a), e quello successivo al punto (b). Un breve paragrafo ulteriore aggiungerà alcune considerazioni di carattere sociale e politico. L’ultimo contiene una proposta. Leggi il resto di questo articolo »

«Abbandonate ogni speranza di totalità, futura come passata, voi che entrate nel mondo della modernità liquida…». La metafora della liquidità, da quando Bauman l’ha coniata, ha marcato i nostri anni ed è entrata nel linguaggio comune per descrivere la modernità nella quale viviamo. Individualizzata, privatizzata, incerta, flessibile, vulnerabile, nella quale a una libertà senza precedenti fanno da contraltare una gioia ambigua e un desiderio impossibile da saziare. Modernità liquida è un classico dei nostri giorni e un bestseller in Italia e all’estero.  Secondo Bauman, la società tardo moderna decreta l’affermazione dell’individuo, ma dell’individuo de iure, non dell’individuo de facto. Solo, vulnerabile, senza uno spazio pubblico cui far riferimento, senza una dimensione politica che soltanto una resurrezione dell’agorà può garantire, l’individuo contemporaneo non assurge al ruolo di cittadino, ma è un isolato alla mercé delle proprie scelte e delle proprie sconfitte, “gli occhi puntati esclusivamente sulla propria performance”. Se sino a qualche decennio fa  il pericolo per l’uomo derivava  dall’invadenza del potere pubblico, dall’occhio pervasivo del Grande Fratello, dal totalitarismo, oggi al contrario i pericoli derivano all’individuo dal ritiro e dalla povertà della dimensione pubblica. Leggi il resto di questo articolo »

All’epoca dell’Illuminismo, di Bacone, Cartesio o Hegel, in nessun luogo della terra il livello di vita era più che doppio rispetto a quello delle aree più povere. Oggi il paese più ricco, il Qatar, vanta un reddito pro capite 428 volte maggiore di quello del paese più povero, lo Zimbabwe. E si tratta, non dimentichiamolo, di paragoni tra valori medi, che ricordano la proverbiale statistica dei due polli. Il tenace persistere della povertà su un pianeta travagliato dal fondamentalismo della crescita economica è più che sufficiente a costringere le persone ragionevoli a fare una pausa di riflessione sulle vittime collaterali dell’«andamento delle operazioni». L’abisso sempre più profondo che separa chi è povero e senza prospettive dal mondo opulento, ottimista e rumoroso – un abisso già oggi superabile solo dagli arrampicatori più energici e privi di scrupoli – è un’altra evidente ragione di grande preoccupazione. Come avvertono gli autori dell’articolo citato, se l’armamentario sempre più raro, scarso e inaccessibile che occorre per sopravvivere e condurre una vita accettabile diverrà oggetto di uno scontro all’ultimo sangue tra chi ne è abbondantemente provvisto e gli indigenti abbandonati a se stessi, la principale vittima della crescente disuguaglianza sarà la democrazia.

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Fu nell’adolescenza che sentii, con assoluta certezza, di non esser tanto chiamato ad agire, nella vita, quando ad esprimere. Ma con altrettanta certezza sentii che non avrei potuto esprimermi se non avessi avuto il coraggio di essere, anzitutto, nell’agire, un uomo comune che si guadagna il pane vendendo qualsiasi merce, all’infuori della poesia.

Chi è salito più in alto? 

Perchè io voglio scendere, quanto è salito.

  Povero e orfano di padre, la povertà mi aveva negato gli studi universitari. Ma ero terribilmente fiero della responsabilità della mia posizione di povero. Ritenevo che in una società savia, ogni uomo avrebbe dovuto iniziare la vita nella posizione di povero, per poter imparare ad essere giusto…

Posso chiedermi a volte se avessi il diritto di infliggere tante sofferenze ai miei cari; ma non mi pento, per quanto riguarda me, di aver accettato di essere un uomo comune, pur di conservarmi il rispetto della mia anima.
Gli uomini comuni me ne hanno ampiamente compensato, riconoscendomi, e facendomi compagnia ineffabile, attraverso tutti i casi della mia vita.

 

Piero Jahier,  poeta,  1960

Un abisso di diseguaglianze si è spalancato davanti alla società italiana, negli stessi giorni in cui veniva certificato un drammatico ritorno della povertà, di cui ha scritto su queste pagine, con i toni giusti, Adriano Sofri. La povertà è certo la condizione che più rende visibile la diseguaglianza. Ma quel che sta avvenendo, soprattutto dopo la manovra finanziaria, è una vera e propria costruzione istituzionale della diseguaglianza che investe un´area sempre più vasta di persone, ben al di là di vecchi e nuovi poveri. La distribuzione dei “sacrifici” è rivelatrice. Uno stillicidio di balzelli che incide su chi può essere più facilmente colpito, che lima i già ristretti margini dei bilanci familiari. Si è calcolato il peso che avranno gli aumenti di imposte, tariffe, prezzi. Peso insostenibile per taluni, quasi non influente per altri. L´effetto complessivo della manovra peserà per il 13,3% sui redditi bassi e per il 5% su quelli più alti. La rappresentazione della spinta istituzionale verso la diseguaglianza non potrebbe essere più netta. Leggi il resto di questo articolo »

Noi non vediamo

e non udiamo coloro che soffrono: tutto ciò che è spaventoso

si svolge dietro le quinte. 

Tutto sembra calmo,

appare piacevole; Leggi il resto di questo articolo »

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