Articoli marcati con tag ‘razzismo’

C’è un luogo comune sull’America che è rimbalzato nei media tradizionali e sui social media in queste settimane: a fronte dei colpi bassi tra i candidati e degli scandali, svelati o annunciati addirittura da agenzie pubbliche come l’Fbi, cadono i miti sull’America delle regole e della democrazia. Un luogo comune che non coglie nel segno perché non è una novità che la politica americana superi l’immaginazione quanto a spietata durezza. Leggi il resto di questo articolo »

Il breve saggio che segue nella traduzione italiana sul fascismo americano di Donald Trump e le sue analogie con i fascismi europei dello scorso secolo, a firma di Chris Hedges è apparso il 1° marzo sul sito web “truthdig!” e “Counterpunch”, prima delle primarie in Florida e nello Ohio. Chris Hedges, corrispondente dall’estero per il New York Times dal 1990 al 2005, premio Pulitzer per il giornalismo, è autore di numerosi bestsellers, ultimo in ordine di tempo “Salari di ribellione: l’imperativo morale della rivolta”. Si definisce socialista e viene considerato uno dei più acuti, aspri e documentati critici del grande Impero d’Occidente.        Lucio Manisco


LA VENDETTA DELLE “CLASSI INFERIORI” E L’ASCESA DEL FASCISMO AMERICANO

Le elites educate nelle università hanno scatenato per conto delle corporazioni una brutale offensiva neoliberale contro i poveri del mondo del lavoro. Ora è stato presentato loro il conto. La loro duplicità – impersonate da politici come Bill e Hillary Clinton e Barack Obama – per decenni ha avuto gran successo. Queste elites, molte formate negli istituti “Ivy League” della costa atlantica, hanno sempre parlato di valori – civiltà, inclusione, condanna del razzismo esplicito, fanatismo bigotto, tutela dei ceti medi – pugnalando poi alle spalle le classi inferiori, nell’interesse dei loro padroni corporativi. Il gioco è ora finito. Leggi il resto di questo articolo »

L’Italia intera, nei giorni scorsi, si è di colpo ritrovata sotto shock per alcune immagini riprese da un telefonino e ritrasmesse immediatamente sulla Rete che ormai ci mostra in tempo reale, accadimenti che rimarrebbero altrimenti nella regione dell’inavvertito. Il breve filmato, mostrava alcuni immigranti internati nel Cie di Lampedusa, denudati per essere cosparsi con una soluzione chimica atta a prevenire la scabbia. Questo trattamento brutale e inumano, come ha spiegato con chiarezza il senatore Luigi Manconi, presidente della Commissione del Senato per la Tutela dei Diritti Umani, è diretta conseguenza delle modalità della reclusione che trasforma le persone in oggetti, in cose. I nazisti chiamavano gli internati del lager Stücke, pezzi. A sua volta, il processo di reificazione è figlio di una legge infame, la Bossi-Fini, la legge che istituisce il reato di clandestinità, ovvero una legge che trasforma un essere umano in criminale non per ciò che egli fa, ma per ciò che egli è, dunque una legge che si fonda sullo stesso impianto costitutivo delle Leggi di Norimberga. Leggi il resto di questo articolo »

Racconta Norberto Bobbio che durante la guerra a Padova, dove allora insegnava, nel bar che era solito frequentare apparve un avviso che proibiva l’ingresso agli ebrei: «“Adesso strappo quel cartello”, dissi fra me e me. Ma sono uscito senza averlo fatto. Non ne avevo avuto il coraggio. Quanti atti di viltà, di cosciente viltà, come questo abbiamo commesso allora?».  Nel dopoguerra, per lungo tempo, l’inclinazione all’autoassoluzione da parte degli italiani, nel quadro più generale della «defascistizzazione» del Paese, attraverso la raffigurazione del regime fascista come dittatura da «operetta», ha portato all’errata conclusione che le leggi razziali fossero state disapprovate dai più e non fossero mai state davvero applicate, o quantomeno non in modo scrupoloso ed efficace. Così come nessuna colpa sarebbe imputabile agli italiani per la drammatica efficacia della Shoah nella penisola, con oltre 7.500 vittime. Leggi il resto di questo articolo »

Cinquant’annifa, 250.000 persone si raccolsero a Washington in una grande manifestazione «for jobs and freedom» per il lavoro e la libertà, organizzata da Philip A. Randolph, storico sindacalista militante nero e da Bayard Rusting, pacifista nero, gay, in odore di comunismo. Intervennero sindacalisti, leader religiosi, protagonisti dei movimenti, artisti. Il tutto culminò con lo storico discorso di Martin Luther King, e la sua celebre perorazione: «Ho un sogno…» Sono parole memorabili e in un certo senso sfortunate perché la loro eloquenza ha finito quasi per farci dimenticare le centinaia di migliaia di persone senza le quali quel discorso sarebbe rimasto solo un grande esercizio di retorica, e ridurre questa realtà di massa all’icona di una persona sola. E, riciclata e avvilita in tanti modi (dal caffè Kimbo ad Anna Oxa, da Silvio Berlusconi a Quagliarella) la frase del sogno ha finito per cancellare dalla memoria tutto il resto del discorso e la sua radicale politicità: «Ho un sogno, un sogno profondamente radicato nel sogno americano.  Ho un sogno, che questa nazione un giorno sorgerà e vivrà il vero significato del suo credo: Riteniamo che certe verità non abbiano bisogno di dimostrazioni: che tutti gli uomini sono creati uguali… Ho un sogno, che le mie quattro bambine un giorno vivranno in una nazione dove saranno giudicate non dal colore della pelle ma dal contenuto del carattere. Ho un sogno, che un giorno ogni valle sarà elevata, ogni colle e ogni monte sarà abbassato, gli spazi ruvidi saranno levigati e i luoghi distorti saranno raddrizzati, e la gloria del Signore sarà rivelata e tutti i mortali la vedranno insieme». Leggi il resto di questo articolo »

Le lotte per ridurre le ineguaglianze si sono per lungo tempo concentrate sulla ripartizione equa delle ricchezze. Da qualche decennio un nuovo tipo di domanda muove l’esigenza di redistribuzione verso il rispetto delle diversità, delle identità minoritarie e alla lotta contro le discriminazioni. Si può pensare il rapporto fra queste due concezioni, in modo che esse si rafforzino reciprocamente? Il «riconoscimento» si è imposto come un concetto-chiave della nostra epoca, nell’ora in cui il capitalismo accelera i contatti transculturali, rompe gli schemi interpretativi e politicizza le identità. I gruppi mobilitati sotto il vessillo della nazione, dell’etnia, della «razza», del genere, della sessualità lottano per «fare riconoscere una diversità». In queste lotte l’identità sostituisce gli interessi di classe come luogo della mobilitazione politica – si chiede più spesso di essere «riconosciuto» come Nero, omosessuale, lombardo [ndt.: corrézien nel testo = cittadino della Corrèze, altipiano della Francia sud-occidentale] o ortodosso come sinonimo di fondamentale ingiustizia. Leggi il resto di questo articolo »

Crediamo di sapere «in fondo» che cosa sia il razzismo, ritenuto troppo spesso un residuo del passato. Ma siamo sicuri di conoscere come funzioni oggi? Negli ultimi decenni si è profondamente mimetizzato, producendo forme nuove, massicciamente introiettate. Un neorazzismo culturalista, che senza fare direttamente uso della «razza» come concetto biologico, ormai risaputa per essere scientificamente infondata e globalmente condannata, «razzizza» alcuni gruppi sociali, in Italia: migranti e rom. A rilanciare la necessaria riflessione, due libri usciti di recente, Razzisti per legge. L’Italia che discrimina (Edizioni Laterza) di Clelia Bartoli, e Il razzismo di Alberto Burgio e Gianluca Gabrielli (nuova collana Fondamenti di Ediesse). L’Italia attuale è affetta da razzismo? Entrambi rispondono affermativamente. Il primo, basandosi su un’accurata analisi della produzione di norme, leggi e politiche discriminatorie, che negano diversi diritti agli stranieri; per dimostrare che nel Bel Paese si è avviato un razzismo «istituzionale» – di sistema – che coinvolge istituzioni, media e pubblica opinione e genera una discriminazione cronica con effetti duraturi. Leggi il resto di questo articolo »

«Chiederò al Parlamento di abolire la parola razza dalla nostra Costituzione»: è questa la promessa che François Hollande, candidato alla Presidenza francese, ha solennemente assunto in campagna elettorale. Di per sé non è una grande novità, se è vero che già negli anni Cinquanta del secolo scorso, Claude Lévi-Strauss propose all’Unesco di sostituire «razza» con etnia o cultura (Razza e storia. Razza e cultura, Einaudi). La dichiarazione del candidato socialista all’Eliseo è tuttavia sintomatica del fatto che il razzismo, in questo primo scorcio di millennio, è tornato prepotentemente alla ribalta in tutta Europa. Le stragi di Oslo e Utoya in Norvegia; gli omicidi di Firenze; il recente eccidio di Tolosa e uno sciame di episodi più o meno violenti, testimoniano l’intensificarsi di quella che si potrebbe definire «razzializzazione» delle differenze culturali.  Leggi il resto di questo articolo »

Tutti ci stiamo trasformando, senza quasi accorgercene, in tecnici della crisi che traversiamo: strani bipedi in mutazione, sensibili a ogni curva economica tranne che alle curve dell´animo e del crimine. L´occhio è fisso sullo spread, scruta maniacalmente titoli di Stato e Bund, guata parametri trasgrediti e discipline finanziarie da restaurare al più presto. Fino a quando, un nefasto mattino, qualcosa di enorme ci fa sobbalzare sotto le coperte del letto e ci apre gli occhi: un male oscuro, che è secrezione della crisi non meno delle cifre di bilancio ma che incide sulla carne viva, spargendo sangue umano. La carneficina alla scuola ebraica di Tolosa è questo sparo nel deserto, che ci sveglia d´un colpo e ci immette in una nuova realtà, più vasta e più notturna. Come in una gigantesca metamorfosi, siamo tramutati in animali umani costretti a vedere quello che da mesi, da anni, coltiviamo nel nostro seno senza curarcene.

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L’ Italia non pratica e anzi vieta la tortura e i trattamenti inumani e degradanti. L’Italia assicura asilo ai profughi secondo le regole internazionali. Italiani brava gente. La sentenza che i diciassette giudici della Corte europea dei diritti dell’uomo hanno ieri all’unanimità emesso, ci dice che non è sempre vero e che qualche volta c’è scarto tra la realtà e la diffusa convinzione di esser noi all’avanguardia delle nazioni civili.  Occasione quindi di riflessione e reazione, per far sì che quello scarto non ci sia mai più. I fatti oggetto della sentenza vennero all’epoca molto pubblicizzati. Canali televisivi influenti ne dettero compiaciuta notizia, come di un’occasione in cui il governo aveva dimostrato la sua efficienza nel difendere i confini dall’invasione di migranti illegali. Invece di continuare a ricevere stranieri sulle nostre spiagge, per poi dover iniziare la difficile e spesso impossibile pratica dell’espulsione, semplicemente erano state inviate navi militari a intercettare in alto mare e a riportare indietro, in Libia, gli indesiderati barconi ed il loro carico umano. Leggi il resto di questo articolo »

«Eintritt für Italiener verboten!». Quel famosissimo cartello appiccicato all’entrata d’un ristorante di Saarbrücken, tradotto e rafforzato nella nostra lingua («Proibito “rigorosamente” l’ingresso agli italiani!») perché tutti capissero, è una ferita che sanguina ancora tra i nostri emigrati in Germania. Non sappiamo chi fosse il razzista padrone di quella trattoria. Forse, chissà, era un immigrato danese, russo o polacco arrivato qualche anno prima. Nessuno stupore. Così come non può stupire che il cartello piazzato in una vetrina di Vicenza con scritto «Vietato entrare ai zingari» sia stato messo lì da Fatima Mechal, un’immigrata marocchina. È andata quasi sempre così, nella storia delle emigrazioni: quelli che stavano all’ultimo gradino della scala sociale, appena riescono a salire sul penultimo si voltano e sputano su chi ha preso il loro posto.  Leggi il resto di questo articolo »

Chi aprisse in questi giorni la pagina web del Commissario ai diritti umani del Consiglio d’Europa, sarebbe subito colpito dal primo grande titolo, che dice: «L’Italia deve proteggere meglio i diritti dei rom e dei migranti». Esso è accompagnato da una fotografia, che riproduce un manifesto, divenuto ben noto, largamente affisso sui muri di Milano durante la recente campagna elettorale per l’elezione del sindaco. Vi si legge: «Milano Zingaropoli con Pisapia» e nel testo si stigmatizza anche il progetto di costruzione di una moschea. Dunque l’Italia, la cui immagine già per altro verso non brilla ora in Europa, è nuovamente e negativamente esposta all’attenzione. E’ possibile che in Italia a pochi interessi cosa dice il Consiglio d’Europa e che le questioni legate ai diritti fondamentali siano da molti trattate con sufficienza e fastidio. Ma così non è nell’Europa di cui l’Italia è parte. E tout se tient quanto ad immagine e a opinione che gli altri hanno della sua credibilità e affidabilità.

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La recente scoperta che nella mappa del genoma umano non esiste il gene della razza ha destato scarsa meraviglia: da tempo sappiamo che le differenze fisiche su cui si reggono i discorsi di tipo razzistico non hanno fondamento. Non esiste il «sangue blu» della nobiltà. Non esiste la puzza dell’ebreo. È esistita una classe di persone che si faceva vanto di non dover esercitare nessuna attività manuale per vivere: e l’assenza di lavoro manuale si rivelava in una epidermide delicata che lasciava trasparire una rete venosa azzurrina, invisibile sotto la pelle callosa di contadini, marinai, commercianti. Ed è esistita la costrizione del ghetto che, chiudendo in spazi ristretti e senza acqua corrente la popolazione ebraica, giustificava après coup gli odori acri di corpi e di ambienti attribuendoli alla “natura” degli ebrei. Leggi il resto di questo articolo »

I giornali si chiamano così perché durano solo un giorno. Leggendoli ieri, abbiamo pensato chel’Occidente fosse di nuovo sotto attacco da parte del terrorismo islamico mediorientale, suo acerrimo nemico esterno dell’ultimo decennio. Leggendoli oggi scopriamo, invece, che a colpire l’Occidente, devastando il centro di Oslo, è stato l’Occidente stesso, maleficamente incarnatosi in Anders Behring Breivik, giovane, alto, biondo, appassionato di caccia, videogiochi di guerra e di John Stuart Mill, single, cristiano fondamentalista e conservatore per sua stessa definizione, fanatico, xenofobo e stragista per tragica deduzione. Ieri, dunque, a colpirci pareva esser stato l’islamismo, oggi, soltanto ventiquattro ore dopo, appare certo sia stato invece l’antislamismo. Ieri l’arabo musulmano basso, olivastro e segaligno, oggi il bianco caucasico massiccio e imponente. Ieri il nemico esterno, oggi quello interno. E domani? Chi ci colpirà domani?

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Nei paesi più poveri della Terra i bambini, per imparare a vivere, devono frequentare la scuola del mondo alla rovescia, dove apprendono che la povertà è il giusto casti­go per l’inefficienza; che la disuguaglianza è una legge naturale che ha come corollari il razzismo e il maschilismo; che la realtà è quella che si vede in televisione; che il cri­mine è nero o giallo o di altri colori, ma mai - o quasi - bianco, e così via. Il piano di studi prevede corsi obbligatori di impo­tenza, amnesia e rassegnazione, grazie ai quali gli oppressi del pianeta imparano a subire la realtà invece di cambiarla, a di­menticare il passato per permettere ai ditta­tori di ogni tempo di restare impuniti, ad accettare passivamente il futuro, perché tentare di immaginarselo è un vizio che vie­ne regolarmente punito… Nel mondo cosi com’è, il mondo alla rovescia, i paesi che custodiscono la pace universale sono quelli che fabbricano più armi e quelli che ne vendono di più agli altri paesi; le banche di mag­gior prestigio sono quelle che riciclano più nar­codollari o che custodiscono denaro rubato; le industrie di maggior successo sono quelle che avvelenano il pianeta; e la salvezza dell’ambien­te è l’affare più brillante delle imprese che lo di­struggono … Il mondo alla rovescia ci allena a vedere il prossimo come una minaccia e non co­me una promessa, ci riduce alla solitudine e ci consola con droghe chimiche e con amici ciber­netici

Eduardo Galeano, scrittore messicano,  in  ”A testa in giù!” con sottotitolo: “La scuola del mondo alla rovescia”, 1999

 

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Il 15 febbraio 1966, il Tribunale di Roma assolveva don Lorenzo Milani dall’accusa di apologia di reato per essersi espresso a favore dell’ dell’obiezione di coscienza al servizio militare. Don Milani aveva 42 anni ed era parroco di 42 anime! Lo scriveva lui stesso. A quella sentenza non potevo essere presente – frequentavo soltanto la terza liceo classico ed ero a Lucca – ma dall’eco data dalla stampa alla notizia, percepivo che rappresentava una pietra miliare nella vicenda civile e religiosa del nostro paese. Mi sembra bello ricordare quell’avvenimento, a poche settimane dalla celebrazione dei 150 anni dell’Unità d’Italia. Perché la Lettera ai cappellani militari, la Lettera ai giudici e la motivazione stessa della sentenza partono sì dal problema allora rovente dell’obiezione di coscienza al servizio militare, ma contribuiscono ad un esame critico di tutta la storia nazionale seguita all’Unità. Leggi il resto di questo articolo »

  • Dice: gli immigrati delinquono più degli italiani. Falso. Tra gli immigrati regolari il tasso di criminalità è pari a quello registrato tra i cittadini italiani: e, nella fascia di età 24-50 anni, la frequenza dei delitti è minore all’interno della popolazione straniera. (Diverso è il caso degli immigrati irregolari, dove il tasso di criminalità è più elevato: ma qui le ragioni sono altre e facilmente decifrabili). Dice: gli stranieri violentano le nostre donne. Falso. Le «nostre donne» (e le nostre bambine) sono violentate dai «nostri uomini»: da italiani, cioè, come confermato dall’Istat; ed è altrettanto provato che il 94% di quelle violenze avviene in ambito familiare, parentale, amicale. Leggi il resto di questo articolo »

Quand’eravamo ragazzi, Novara per noi era la De Agostini. Cioè le carte geografiche, le capitali col cerchietto nero, il blu profondo degli oceani, un esotismo scolastico che sapeva di monti, laghi, fiumi, lingue, navigazioni, epifanie… Era un’orizzonte senza linee, una geografia che mescolava, colorava e si presentava ai nostri occhi denso e ricco. Insomma: era il mondo. E noi, ragazzi di provincia, lustravamo con gli occhi e con l’anima quelle carte geografiche appese ai muri delle nostre scuole, le solcavamo con lo sguardo, imparavamo a conoscerle e a smarrirci dentro. Adesso Novara rischia di diventare periferia triste di quest’Italia. Leggi il resto di questo articolo »

 

«Noi lombardi e voi ticinesi parliamo la stessa lingua. Tutti e due diciamo “va’ a da’ via ‘l cul!”», tuonò allegro l’allora sindaco leghista di Milano Marco Formentini in «visita ufficiale» ai «cugini». Cugini? Dipende. E lo dimostra l’infame campagna contro i «ratti» italiani lanciata contro i nostri frontalieri. Leggi il resto di questo articolo »

 

PER  NON  DIMENTICARE

 

“Generalmente sono di piccola statura e di pelle scura.
Non amano l’acqua, molti di loro puzzano perchè tengono lo stesso vestito per molte settimane.
Si costruiscono baracche di legno ed alluminio nelle periferie delle città dove vivono, vicini gli uni agli altri.
Quando riescono ad avvicinarsi al centro affittano a caro prezzo appartamenti fatiscenti.
Si presentano di solito in due e cercano una stanza con uso di cucina.
Dopo pochi giorni diventano quattro, sei, dieci.
Tra loro parlano lingue a noi incomprensibili, probabilmente antichi dialetti.
Molti bambini vengono utilizzati per chiedere l’elemosina ma sovente davanti alle chiese donne vestite di scuro e uomini quasi sempre anziani invocano pietà, con toni lamentosi e petulanti.
Fanno molti figli che faticano a mantenere e sono assai uniti tra di loro.
Dicono che siano dediti al furto e, se ostacolati, violenti.
Le nostre donne li evitano non solo perchè poco attraenti e selvatici ma perchè si è diffusa la voce di alcuni stupri consumati dopo agguati in strade periferiche quando le donne tornano dal lavoro.
I nostri governanti hanno aperto troppo gli ingressi alle frontiere ma, soprattutto, non hanno saputo selezionare tra coloro che entrano nel nostro paese per lavorare e quelli che pensano di vivere di espedienti o, addirittura, attività criminali.” Leggi il resto di questo articolo »


Anche la Svezia dopo l’Olanda, mentre nella Slovacchia i massacri dei Rom svaniscono nei valzer dei caffè dove nessuna signora vuole essere disturbata dai pogrom del 2000. L’Europa dei diritti umani sceglie la modernità del razzismo. Stoccolma manda in soffitta lo Stato-badante e immagina un futuro da conquistare sul ring. Proibito difendersi a chi non parla come noi. Vittoria degli xenofobi svedesi rafforzata dai deliri di Parigi, eppure proprio a Parigi ricomincia la ragione con l’addio a Sarkozy: due francesi su tre non lo sopportano più. La sua politica ha incendiato le periferie; burqa, sinonimo di terrorismo, e pulizia etnica annacquano la fede di chi lo votava immaginando il ritorno alla grandeur. Due anni fa l’Economist lo presentava sul cavallo di Napoleone. Due anni dopo il Sarkozy dell’Economist è un nano appollaiato fra le piume di Carla Bruni. Leggi il resto di questo articolo »

LESSICO DEL RAZZISMO DEMOCRATICO. LE PAROLE CHE ESCLUDONONel nostro paese il sentimento razzista si esprime ormai in espliciti e reiterati gesti di pura violenza da parte di singoli e gruppi contro cose e persone. Questi gesti sono stati preceduti dal lento covare di un silenzioso rancore. Ma con il tempo il silenzio è esploso in un liberatorio vociare di gruppi che hanno coinvolto intere comunità. Il lento lavorio delle parole razziste e la loro messa in comunicazione, non solo nei grandi circuiti dei media ma soprattutto in quelli del minuto transito quotidiano di massa (i bar, i mezzi pubblici di trasporto), ha creato i presupposti delle pratiche razziste. Ma la tesi di questo libro è molto più radicale e scandalosa. Accanto a un linguaggio razzista ignorante, esplicitamente sguaiato e volgare, ve ne è un altro più pericoloso ed efficace, quello colto e raffinato proprio di quegli intellettuali che fanno sfoggio di convinta democraticità. Un libro inquietante e illuminante sull’ uomo medio e le sue “mostruosità”.

di Giuseppe Faso,  ed. DeriveApprodi  2008,  € 10,00

A sentire certe dichiarazioni politiche, in questi ultimi mesi, non si può fare a meno di provare una profonda sensazione di disagio. Tutto avviene come se l’Europa, e più precisamente la Francia, fosse devastata da orde definite barbariche o si sforzasse di preservare per quanto possibile le ultime vestigia della sua civiltà, minacciate da influenze straniere distruttrici della nostra identità. Come se questa parola potesse, per noi, eredi di Roma, di Atene e di Gerusalemme, essere scritta solo al singolare.Secondo l’immagine popolare, incoraggiata dai discorsi delle alte sfere, sembra che si profilino all’orizzonte lunghe file di minareti a minacciare le bianche e linde chiese. O dei cortei di rom che abbandonano i pollai che amavano un tempo per abbandonarsi a nuove rapine. O anche intere periferie di grattacieli di cemento che sarebbero i feudi della criminalità e di una violento fondamentalismo religioso. Leggi il resto di questo articolo »

Italia, Francia, Svezia: allarme xenofobia.

Un racconto popolare rom descrive come si sente il popolo che i nazisti volevano sterminare con gli ebrei e che tuttora viene discriminato e perseguitato: anche un “maiale” si può sentire superiore a un rom.
Come dei maiali non si butta via nulla, così dei rom non ci si libera tanto meno quanto più si strilla contro di loro.
Da questo punto di vista Milano è la capitale italiana della vigliaccheria e dell’ipocrisia. Leggi il resto di questo articolo »

La dichiarazione del presidente della Commissione Europea José Barroso sul razzismo potrebbe essere la pietra miliare per la costruzione dell’Europa degli esseri umani e delle genti. Questa è la sua sintesi riportata da APCOM: «L’obbiettivo comune dell’Unione europea è costruire «un’area di libertà, sicurezza e giustizia»….«razzismo e xenofobia non hanno posto in Europa». «Gli immigrati legali troveranno in Europa un posto in cui i diritti umani sono rispettati e garantiti»,ha spiegato Barroso, precisando che « chiunque in Europa deve rispettare la legge».”«E i governi devono rispettare i diritti umani, inclusi quelli delle minoranze» ha aggiunto il presidente della Commissione europea. Queste parole assumono particolare valore e significato simbolico perché sono espresse da un esponente moderato della politica europea. Leggi il resto di questo articolo »

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