Gli italiani non si sentono una comunità. L’unica idea sensata, nell’arena del delirio politico sugli immigrati, l’ha lanciata il presidente Mattarella. In fondo a tante polemiche, uno capisce che in Italia ogni discorso razionale sull’immigrazione svanisce di fronte al fantasma della paura. Un gruppo di mendicanti rom in piazza, un capannello di venditori africani, tre pusher stranieri che rubano il lavoro agli spacciatori italiani: basta tanto così nella sterminata provincia, nei paesi nel Piacentino o del Veronese o a Macerata, per sentirsi invasi.

Non vale ricordare che gli stranieri in Italia sono 6 milioni e non i 15 percepiti, che c’erano più delitti e morti per droga, omicidi, rapine negli anni 70-80, quando loro ancora non erano arrivati. I numeri non sfiorano teste e cuori spaventati.

Insistere sulle soluzioni ragionevoli e civili suona falso moralismo, difesa d’ufficio di valori nei quali neppure la sinistra più crede davvero. L’intera Europa è percorsa da ondate xenofobe, che diventano maree nere nei Paesi dove è più debole il sentimento di appartenenza e cittadinanza.Nelle nazioni dell’Est, sballottate nella centrifuga globale dalle finte sicurezze dei regimi al feroce tutti contro tutti del turbo-capitalismo.

E naturalmente qui da noi. Una patria dove da secoli i figli si sentono stranieri e ora pure in concorrenza con altri. Non è necessariamente razzismo, assomiglia piuttosto all’odio fra immigrati, come gli italiani di Brooklyn e i neri di Harlem, gli irlandesi di Sud Boston e i latinos.

Gli italiani hanno paura degli altri italiani da secoli, ci siamo massacrati in cento piccole guerre civili – perfino il dibattito sugli immigrati è un’altra bella occasione per disprezzarci fra noi – e l’arrivo dei “barbari”è alla fine una soluzione.

L’illusione di trovare in negativo un’identità nazionale non si è mai forgiata su basi positive, per dire una magnifica lingua che in pochi praticano o l’orgoglio di un patrimonio culturale che i turisti conoscono e rispettano meglio di noi.

I valori del Risorgimento furono accantonati un giorno dopo l’Unità, insieme ai suoi eroi. Nel vuoto è avanzato un nazionalismo di cartapesta, come la storia reinventata dal fascismo e i fondali televisivi di Berlusconi sui palazzi antichi. Oggi il leader del «prima gli italiani» è uno che ieri cantava: «Senti che puzza, scappano li cani, sono arrivati i napoletani». Una lunga pagliacciata che finisce con la cronaca del pistolero imbandierato di Macerata.

Se proprio non si riesce a trovare in positivo un’identità, almeno dovremmo sceglierci meglio i nemici della nazione. Che sono i mafiosi, i corrotti, gli evasori, i politici incapaci, gli speculatori, ben prima dello straniero. E questo in fondo gli italiani lo sanno benissimo.

Curzio Maltese      Venerdi di Repubblica,  16 febbraio 2018

 

vedi:  Capire la cittadinanza tra storia e globalizzazione

Come si può guarire dall'intolleranza

Italianità: la costruzione del carattere nazionale


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