Articoli marcati con tag ‘xenofobia’

Fare i conti con la realtà di Auschwitz e della Shoah è un compito che ci sta davanti, che domina ilnostro presente e dominerà il futuro della nostra specie. Si tratta di un peso insostenibile. È un passato che non passa: e che non deve passare se questo significa affidarlo al metabolismo illimitato di una storia come galleria degli orrori. Né deve essere oggetto di comprensione, se comprendere significa giustificare. È la sua realtà storica che deve essere conosciuta. E questo è un compito immenso, appena avviato e sempreminacciato dal bisogno di sfuggire, di ridurre,di negare. È qui che si affacciano i «negazionisti» e i «riduzionisti»: termini orrendi. Preferiremmo parlare, con Pierre Vidal-Naquet, di «assassini della memoria». Leggi il resto di questo articolo »

Non ho dubbi che Alessio Burtone non intendesse uccidere l’infermiera romena quando le ha sferrato un pugno nel metrò di Roma. Ma lo stesso vale forse per la giovane romena che qualche anno fa colpì con l’ombrello un’altra giovane donna, italiana, perforandole un occhio e causando così un’emorragia violenta che provocò una morte quasi immediata. Eppure, la reazione dell’opinione pubblica, dei politici, persino dei cosidetti “esperti” è stata molto diversa. Gli applausi ad Alessio Burtone quasi che fosse un eroe vendicatore e gli insulti ai carabinieri che lo portavano in carcere sono speculari al modo in cui fu invece trattata la giovane rumena diventata assassina per un gesto maldestro: accusata di essere una belva violenta e assetata di sangue. Leggi il resto di questo articolo »

Quand’eravamo ragazzi, Novara per noi era la De Agostini. Cioè le carte geografiche, le capitali col cerchietto nero, il blu profondo degli oceani, un esotismo scolastico che sapeva di monti, laghi, fiumi, lingue, navigazioni, epifanie… Era un’orizzonte senza linee, una geografia che mescolava, colorava e si presentava ai nostri occhi denso e ricco. Insomma: era il mondo. E noi, ragazzi di provincia, lustravamo con gli occhi e con l’anima quelle carte geografiche appese ai muri delle nostre scuole, le solcavamo con lo sguardo, imparavamo a conoscerle e a smarrirci dentro. Adesso Novara rischia di diventare periferia triste di quest’Italia. Leggi il resto di questo articolo »

Agli inizi degli Anni 90 i cittadini stranieri censiti in Italia erano all’incirca 356 mila. Dieci anni dopo erano diventati quasi un milione in più. All’inizio di quest’anno hanno superato i 4 milioni, e sono il 7% della popolazione. Oggi possiamo dirlo. Avviandosi verso la fine del ‘900 il progetto di «fare gli italiani» veniva attraversato da un vero terremoto. Tutti i 150 anni della nostra storia unitaria potevano leggersi come un lungo processo alimentato dalla coppia inclusione/esclusione.

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Marc Augé: «Rendiamo eterno il presente per paura del futuro».
L’antropologo francese parla del «nontempo» che caratterizza la nostra epoca e dei rischi di una società globale divisa in classi che ci porterà verso una pericolosa «oligarchia planetaria» piena di disuguaglianze «Non esiste una “questione Rom”, ma una cattiva accoglienza dei Rom. Quanto alla multietnicità è un fenomeno naturale». L’ultimo suo appuntamento italiano è stato il Festival della Filosofia svoltosi il mese scorso a Modena Carpi e Sassuolo. Ma non sono i «luoghi» a interessare Marc Augé, e neanche il tempo… Al «nonluogo», il neologismo da lui coniato nel ’92, ha ora aggiunto il «nontempo», ovverosia il presente eterno che caratterizza questa nostra epoca recente. Abbiamo incontrato il celebre antropologo francese in un nonluogo e nel nontempo per chiedergli uno sguardo sulla costruzione di un’Europa multietnica, sulle attuali reazioni di xenofobia che Francia e Italia hanno in comune e sul tema della diversità. Leggi il resto di questo articolo »

 

«Noi lombardi e voi ticinesi parliamo la stessa lingua. Tutti e due diciamo “va’ a da’ via ‘l cul!”», tuonò allegro l’allora sindaco leghista di Milano Marco Formentini in «visita ufficiale» ai «cugini». Cugini? Dipende. E lo dimostra l’infame campagna contro i «ratti» italiani lanciata contro i nostri frontalieri. Leggi il resto di questo articolo »

Gian Antonio Stella, che al tema dell’emigrazione aveva già dedicato saggi come “L’orda” e “Odissee”, rivela in questo dvd uno straordinario talento di cantastorie. Un racconto tenero e commosso, carico di sogni, malinconie e paure, ma anche fatti e documenti degli italiani che solo cent’anni fa lasciavano il loro Paese in cerca di una vita migliore all’estero, spesso oltreoceano. Trasportati dalla musica, dalle immagini e dai canti di Gualtiero Bertelli e della Compagnia delle Acque, riviviamo così emozioni e speranze, l’attrazione per l’avventura e il terrore per l’oceano, spaventosa barriera d’acqua che separava la nostra miseria dalla ricchezza della Merica dalle strade lastricate d’oro.

Nel libro una miniera di curiosità e notizie insolite, raccolte in un dizionario inedito, che traccia una storia degli episodi noti e meno noti della nostra emigrazione. Perché fino a trent’anni fa gli immigrati degli altri eravamo noi e la mancanza di memoria genera l’orrore della xenofobia in Italia.

di   Gian Antonio Stella,  Il viaggio più lungo, ed. Rizzoli  2010,  € 19,50 ( con DVD)

 

Vedi:  Quando i razzisti ce l’avevano con noi


Italia, Francia, Svezia: allarme xenofobia.

Un racconto popolare rom descrive come si sente il popolo che i nazisti volevano sterminare con gli ebrei e che tuttora viene discriminato e perseguitato: anche un “maiale” si può sentire superiore a un rom.
Come dei maiali non si butta via nulla, così dei rom non ci si libera tanto meno quanto più si strilla contro di loro.
Da questo punto di vista Milano è la capitale italiana della vigliaccheria e dell’ipocrisia. Leggi il resto di questo articolo »

Don Tonino Bello, nel 1992, scriveva:

“Voglio sfogare con qualcuno la tristezza che mi devasta l’anima in questi giorni, alla vista di tanti stranieri che hanno invaso l’Italia, e verso i quali la nostra civiltà, che a parole si proclama multirazziale, multiculturale, multietnica, e multireligiosa, non riesce ancora a dare accoglienze che abbiano sapore di umanità.
So bene che il problema dell’immigrazione richiede molta avvedutezza e merita risposte meno ingenue di quelle fornite da un romantico altruismo. Capisco anche le “buone ragioni” dei miei concittadini che temono chi sa quali destabilizzazioni negli assetti consolidati del loro sistema di vita. Ma mi lascia sovrappensiero il fatto che si stentino a capire le “buone ragioni” dei poveri allo sbando, e che, in quest’esodo biblico, non si riesca ancora a scorgere l’inquietante malessere di un mondo oppresso dall’ingiustizia e dalla miseria. […]
(È necessario) vincere gli istinti xenofobi che ci dormono dentro. Che si ammantano di ragioni patriottiche. Che scatenano, all’interno delle nostre raffinatissime città, inqualificabili atteggiamenti di rifiuto, di discriminazione, di violenza, di razzismo. E che implorano dalle istituzioni, con martellante coralità, rigorosi provvedimenti di forza. Siamo vittime di una insopportabile prudenza, e scorgiamo sempre angoscianti minacce dietro l’angolo.
Perché lo straniero mette in crisi sostanzialmente due cose:  la nostra sicurezza e la nostra identità”

A. Bello,   Ad Abramo e alla sua discendenza, Ed. La Meridiana, Molfetta, 1992, pag.157

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