Agli inizi degli Anni 90 i cittadini stranieri censiti in Italia erano all’incirca 356 mila. Dieci anni dopo erano diventati quasi un milione in più. All’inizio di quest’anno hanno superato i 4 milioni, e sono il 7% della popolazione. Oggi possiamo dirlo. Avviandosi verso la fine del ‘900 il progetto di «fare gli italiani» veniva attraversato da un vero terremoto. Tutti i 150 anni della nostra storia unitaria potevano leggersi come un lungo processo alimentato dalla coppia inclusione/esclusione.

Lentamente, faticosamente, avevamo riassorbito le fratture e lacerazioni che avevano rallentato la costruzione dello Stato nazionale, quelle geografiche (Nord/Sud), economiche (città/campagna), sociali (proletariato e borghesia), ideologiche (fascismo e antifascismo), in un lavorìo incessante in cui i fronti dell’esclusione da riassorbire cambiavano man mano che cambiavano le «fasi» politiche della nostra storia. Mentre il XX secolo finiva, per la prima volta quel progetto doveva confrontarsi con l’Altro. Un Altro che era tale per il colore della pelle, per le tradizioni e le culture da cui proveniva, per la religione in cui credeva. Un Altro che non era più un’icona esotica e remota, ma era qui in mezzo a noi, condivideva il nostro spazio di relazione, partecipava pienamente della nostra esistenza collettiva. Quali erano gli strumenti di inclusione a cui attingere?

Esisteva una religione civile capace di rendere i «nuovi italiani» partecipi di un’ appartenenza e di una cittadinanza comune? Era possibile per un maghrebino identificarsi in una memoria pubblica in cui i fratelli Cervi convivevano con El Alamein, i ragazzi del ’99 con quelli che «andarono a Salò»? Norberto Bobbio intervenne su questi temi in un saggio pubblicato nel 1993. Confrontandosi con quello che stava allora succedendo, con una Lega Nord agli esordi della sua irresistibile ascesa e un sistema politico su quei temi chiaramente in affanno (la legge Martelli è del 1990), Bobbio indicò nel pregiudizio e nel passaggio dall’etnocentrismo alla xenofobia i pericoli in grado di mandare in frantumi tutti i meccanismi inclusivi del progetto di «fare gli italiani». Se, infatti, l’etnocentrismo è una sorta di «predisposizione mentale e culturale», è solo dal «contatto materiale», dalla convivenza negli stessi spazi pubblici e privati che nasce la pulsione della xenofobia, il desiderio di cacciare l’ «Altro» fuori da casa propria.

Sulla constatazione puramente fattuale della diversità che esiste fra uomo e uomo, si sovrappone un giudizio di valore per cui uno è buono l’altro cattivo, uno è superiore l’altro inferiore, in un percorso che si sviluppa attraverso prima la segregazione, poi il rifiuto di ogni forma di comunicazione o contatto, la discriminazione, per arrivare al dileggio verbale, all’aggressione e alla violenza. Alla base di tutto questo c’è, appunto, il pregiudizio, (il «credere senza sapere»), che non solo provoca opinioni erronee, ma è difficilmente vincibile perché l’errore che esso determina deriva da una credenza falsa e non da un ragionamento errato, né da un dato falso che tali possono essere dimostrati empiricamente. Il saggio, «Razzismo oggi», fu pubblicato in una raccolta dal titolo Elogio della mitezza e altri scritti morali, allora, nel 1994, da «Linea d’ombra» e adesso riproposto da Il Saggiatore. La mitezza era infatti presente in tutto il libro.

Per combattere il razzismo, diceva Bobbio, è necessario attingere a una doppia risorsa: una è una «virtù sociale», la mitezza, appunto, l’altra politico-istituzionale, la democrazia. La prima è una disposizione d’animo che rifulge solo alla presenza dell’ «Altro». Il mite è l’uomo di cui l’altro ha bisogno per vincere il male dentro di sé e la mitezza consiste proprio nel lasciare essere l’altro quello che è. Bobbio ci tiene a distinguere la mitezza dall’umiltà, insiste sul carattere attivo di questa virtù; nessuna rassegnata condiscendenza, nessun pacifismo contemplativo.

Il mite si propone di incidere sulla realtà, di costruire un progetto di inclusione, di delimitare uno spazio pubblico in cui la sua virtù possa operare e dare frutti. La democrazia è quindi anche l’ambito in cui la mitezza può dispiegare con più efficacia i propri effetti. Bobbio ne sottolinea la dimensione inclusiva, la sua tensione continua «a far entrare nella propria area gli altri che stanno fuori per allargare anche a loro i propri benefici, dei quali il primo è il rispetto delle fedi».

Queste considerazioni valgono oggi, ancora più che nel 1993. Quanto al saggio che dà il titolo all’intera raccolta, si tratta del testo di una conferenza che Bobbio tenne a Milano, nel 1983. C’era allora un’intera generazione che stava congedandosi dalla violenza, ma anche dalla passione politica, dalla militanza, ma anche dalla speranza. Quell’intervento di Bobbio aiutò tutti ad archiviare la protervia di chi si sentiva depositario di grandi certezze accettando la lezione della tolleranza e del confronto con l’Altro. Si scoprì allora che, fuori dai recinti della «democrazia inclusiva», c’è spazio solo per l’arroganza del potere. In contrapposizione radicale con questo potere, la mitezza di Bobbio si proponeva come la più impolitica delle virtù, la più radicalmente lontana da chi usa la politica solo per affermare se stesso, di chi insegue il successo cavalcando il narcisismo e il compiacimento. Ma la sua impoliticità è così forte da costringere il potere a mostrarsi nella sua nudità, senza gli orpelli che tradizionalmente lo circondano nello spazio pubblico, costringendolo a confessare la propria miseria, a svelare la fragilità della deriva plebiscitaria che lo sostiene.

Giovanni De Luna     La Stampa” (Tuttolibri)  9 ottobre 2010


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