Articoli marcati con tag ‘poesia’

Non smette di suscitare ammirazione la figura complessa di Piero Gobetti (di cui in questi giorni si celebrano i novant’anni dalla scomparsa). La recente raccolta di alcuni suoi scritti, curata da Paolo Di Paolo e pubblicata da Feltrinelli (Piero Gobetti. Avanti nella lotta, amore mio! Scritture 1918–1926, pp. 220, euro 9,50), ripropone l’immagine di un intellettuale atipico, morto a soli 24 anni, con il fisico debilitato a causa delle percosse squadriste.

Allievo di Einaudi e di Salvemini, vicino a Gramsci e al suo «Ordine Nuovo», Gobetti s’ispira alle lezioni di estetica impartite da Croce. La poesia è il luogo privilegiato di un’interiorità che cerca chiarezza ed espressione. Per questo, il giovane torinese predilige l’«unità» dell’opera di Pirandello rispetto al bieco opportunismo del futurista Marinetti. Sostiene, inoltre, che i critici d’arte non possono occuparsi di questioni marginali, di schematismi e «sillogismi» vari, tralasciando colpevolmente l’autentica bellezza. Dai suoi brani trapela un insolito intreccio tra politica e amore. Il suo stile nervoso, da un lato, accompagna una forte ansia di riforme, dall’altro rende esplicito il suo incontro spirituale con Ada. Leggi il resto di questo articolo »

Ho sempre preferito il disagio di stare a sinistra al disagio di stare altrove, ma non capisco l’ossessione di mettere il progresso davanti a tutto. Io non amo il progresso. Amo la vita claudicante, la perplessità, la timidezza, l’affanno. Amo una politica dolce, quieta: praticamente non amo la politica fatta solo per gli umani. Non ci siamo solo noi al mondo e il fatto che ormai siamo tantissimi è già un problema molto grave. Credo a una politica docile, ingenua, incantata, praticamente credo alla poesia. Per fare qualcosa di sinistra non c’è bisogno di affidarsi a un continuo rimpasto di sigle e progetti che alla fine portano più o meno sempre alla stessa conclusione: pure la sinistra vuole la crescita e si combatte il capitalismo con lo stesso ferro vecchio: l’homo oeconomicus. Leggi il resto di questo articolo »

 

Recinto provvisorio nel luogo dove fu trovato il corpo di Pasolini

39 anni. Sono passati 39 anni da quella tragica notte tra il 1 e il 2 novembre 1975 quando Pier Paolo Pasolini venne massacrato in un prato sterrato di Ostia. 39 anni. Quanto è peggiorato il mondo in questi 39 anni? Quanto è peggiorata l’Italia? Ma, soprattutto, quanto siamo peggiorati noi, uomini/donne qualunque? Chi non vede l’imbarbarimento nel quale precipitiamo quasi ora per ora forse ( ma senza forse) è complice della barbarie, dell’idiozia, della cialtroneria che c’invade. Pasolini “vide” dove stavamo andando, lui “sapeva” con prove e senza prove e oppose a questa china malefica tutta la sua intelligenza, la sua multiforme arte, la sua passione. E oppose il suo corpo di poeta. Leggi il resto di questo articolo »

17 marzo 2013
17:00a20:00

 

 

VEDI: Pasolini:  morte di un profeta laico.

5 marzo 2012. Pasolini compie 90 anni.

 

5 marzo 2013. Quelli del 5 marzo...

3 marzo 2013
17:00a20:00

VEDI: Pasolini:  morte di un profeta laico.

5 marzo 2012. Pasolini compie 90 anni.

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Fu nell’adolescenza che sentii, con assoluta certezza, di non esser tanto chiamato ad agire, nella vita, quando ad esprimere. Ma con altrettanta certezza sentii che non avrei potuto esprimermi se non avessi avuto il coraggio di essere, anzitutto, nell’agire, un uomo comune che si guadagna il pane vendendo qualsiasi merce, all’infuori della poesia.

Chi è salito più in alto? 

Perchè io voglio scendere, quanto è salito.

  Povero e orfano di padre, la povertà mi aveva negato gli studi universitari. Ma ero terribilmente fiero della responsabilità della mia posizione di povero. Ritenevo che in una società savia, ogni uomo avrebbe dovuto iniziare la vita nella posizione di povero, per poter imparare ad essere giusto…

Posso chiedermi a volte se avessi il diritto di infliggere tante sofferenze ai miei cari; ma non mi pento, per quanto riguarda me, di aver accettato di essere un uomo comune, pur di conservarmi il rispetto della mia anima.
Gli uomini comuni me ne hanno ampiamente compensato, riconoscendomi, e facendomi compagnia ineffabile, attraverso tutti i casi della mia vita.

 

Piero Jahier,  poeta,  1960

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