Intervista a Donatella Di Cesare

Per continuare a riflettere su quanto si sta verificando nel nostro Paese, e non solo, da quando si è iniziata a diffondere l’epidemia di SARS-CoV-2 abbiamo intervistato Donatella Di Cesare, docente di filosofia teoretica all’Università La Sapienza di Roma e autrice di diversi saggi e scritti che hanno come affrontano il tema della logica immunitaria come protezione da ogni “minaccia esterna” (tra gli altri segnaliamo Stranieri residenti. Una filosofia della migrazione, 2017 e Terrore e modernità, 2017).

- Nel suo articolo apparso sul Corriere della Sera lo scorso 16 febbraio, prima dell’esplosione del contagio di Coronavirus in Italia, lei poneva l’attenzione sul concetto di “democrazia immunitaria”, proprio delle società postmoderne. Come possiamo leggere questo concetto alla luce di quello che sta accadendo in questi giorni nel nostro Paese, anche rispetto ai fenomeni di psicosi collettiva che si stanno diffondendo?

In questo articolo sottolineavo l’idea che la democrazia post-moderna si basa sull’immunizzazione e quindi il cittadino è spinto a chiedere innanzitutto la protezione e non la partecipazione, che sarebbe l’idea cardine della democrazia. La protezione comporta una serie di misure, di isolamento o perfino di autoisolamento, che si trasformano nella paura del contatto con gli altri. Nel concetto di “democrazia immunitaria” è presente in maniera profonda lo “spettro del contagio”: l’altro” visto come portatore di morbo e si insinua la volontà di non essere toccati, e quindi contagiati.

Quello che è avvenuto in questi giorni spinge al parossismo tutto questo, facendoci addirittura vedere la democrazia immunitaria nel caleidoscopio di questa crisi che è scoppiata, in particolare in Italia. Crisi che è immediatamente diventata panico irrefrenabile in cui emerge il paradigma del cittadino nevrotico, ossessionato dalle minacce, dalle regole igienico-sanitarie, dalla propria protezione e pronto dunque ad accettare misure straordinarie che non sarebbero accettabili all’interno di una democrazia. Pensiamo a tutte le misure che riguardano la mobilità, a quelle che riguardano l’aggregazione: sarebbero le misure stesse a dover terrorizzare i cittadini e invece vengono accettate, con il risultato di essere spinti nella propria nicchia, nel proprio isolamento, anche nel senso fisico e corporeo del termine.

Quanto successo ci fa vedere, in modo estremo e parossistico, tutti i limiti e i pericoli che sono insiti in questo paradigma di democrazia che è diventato purtroppo accettato e normalizzato. Anzi, io credo che – purtroppo in questo sono pessimista – la crisi del coronavirus avrà, tra le varie ripercussioni, anche dei profondi effetti sul piano politico, di cui nessuno sta parlando. Effetti che saranno negative sulla democrazia e sulla accettazione di misure e norme che la minano profondamente nel suo significato.

- Uno degli elementi di maggior interesse nel suo articolo riguarda la “normalizzazione del razzismo” che è insita nei fenomeni che descrive: si assiste a una razzializzazione della democrazia immunitaria?

Assolutamente si, perché l’idea che passa è quella che “l’altro” sia il portatore di contagio, che è quasi peggio dell’altro come nemico. Ma soprattutto passa l’idea della divisione dell’umanità in quelli che sono immunizzati, e che hanno il diritto di protezione chiedendola allo Stato, e quelli che sono “esposti”.

Si tratta non solo di razzismo, ma di una versione sovranista del razzismo, che non per caso si è diffusa enormemente in Italia. È come dire: «chi di sovranismo ferisce, di sovranismo perisce», perché se fino a qualche giorno fa per noi il cinese era quello che incorporava l’incarnazione del virus, adesso siamo noi italiani quelli esposti e non più immunizzati.

Siamo passati dall’altra parte e questo ci dovrebbe far riflettere, perché l’Italia è stata il primo Paese ad attuare misure nei confronti della Cina nella prima fase di diffusione del virus, bloccando ad esempio i collegamenti aerei con dichiarazioni politiche altisonanti, senza pensare che queste misure, in un mondo globalizzato, si possono sempre ritorcere contro. I “cinesi” siamo adesso diventati noi, per diversi Paesi europei e non, e questo dovrebbe far riflettere su cosa comporta un razzismo sovranista che si basa proprio sull’idea che sia lecito discriminare e distinguere tra un’umanità che ha diritto alla protezione e una sub-umanità che può essere esposta a tutto. Ed è chiaro che in un mondo del genere vince il cittadino che ha il passaporto più forte, che ha lo Stato più forte, etc e questo è gravissimo.

- Nella risposta istituzionale molto confusa che si è avuta nei giorni scorsi in Italia c’è stato un tratto comune: si sono colpiti i luoghi della cultura e dell’aggregazione sociale, con limitazioni anche al diritto di manifestare e scioperare, ma non sono stati toccati i luoghi della produzione e del consumo. Come legge questa contraddizione?

Questo è davvero eclatante e di nuovo deve far riflettere su queste misure, accettate così supinamente. È vero infatti che c’è stata molta confusione, ma è anche vero che c’è stato un filo conduttore tra decreti, ordinanze regionali, comunali e via discorrendo. Le misure colpiscono il cinema, il teatro, varie forme di aggregazione, un raduno, un sit-in o un corteo, ma non vedono come un problema la ressa al supermercato o al centro commerciale, per non parlare di tutto il processo produttivo. I cittadini e le cittadine dovrebbe riflette sul perché sta accadendo tutto questo e su quali effetti produce, al di là della confusione politica e mediatica.

Da un lato c’è una politica, che sappiamo bene ormai essersi ridotta a governance e amministrazione, ma dall’altro lato ci troviamo di fronte a un filo politico inquietante, perché decide consciamente di fare distinguo. Io spero vivamente che le misure che sono state adottate vengano ritirate presto, ma mi auguro soprattutto che ci sia una riflessione critica e una discussione pubblica su quanto è accaduto e sta ancora accadendo. E spero che anche i media, che hanno contribuito pesantemente a fomentare il panico irrazionale, si facciano invece portatori di un messaggio che sappia spostare l’attenzione sul perché queste misure siano state accettate così passivamente.

in  Globalproject.info   28 / 2 / 2020

 

 

Sarò matto ma ne ho visti di flagelli. E per me questa psicosi è una follia

Nessun intento di sottovalutare il contagio, tuttavia non dimentichiamo la storia: nel ’57 ci fu l’Asiatica, nel ’69 arrivò una nuova ventata, la “Hong Kong“. Ci furono 5mila morti solo in Italia, si ammalarono a migliaia. Ma le notizie sull’epidemia erano notizie come le altre, la vita continuava. Perciò mi chiedo: che ruolo hanno giocato media e tg in questo clima di terrore?

Premetto che sono disponibile e pronto a essere sottoposto a una perizia psichiatrica come succedeva ai dissidenti nell’Urss; tuttavia, non riesco a capacitarmi della pandemia di panico che accompagna la diffusione del Coronavirus.

Ho compiuto 79 anni, quindi sono particolarmente a rischio, né voglio sottovalutare la gravità di un contagio che ha origini sconosciute, manca di cure appropriate e specifiche e provoca infezioni polmonari molto acute. La polmonite, anche prima del Covid-19, non è mai stata una patologia da sottovalutare.

Questa malattia ha segnato la storia della mia famiglia: mio fratello maggiore morì di polmonite quando io ero appena nato. Ma allora era in corso la Seconda guerra mondiale, non c’erano quei medicinali essenziali che, in seguito, cambiarono la storia della medicina. Senza tornare indietro di un secolo e risalire agli effetti della “Spagnola” (di cui morì il nonno materno) la mia generazione ha conosciuto altre epidemie/pandemie.

Ero un ragazzo quando, nel 1957 scoppiò “l’Asiatica“: se ben ricordo ne fui anche affetto. Quell’influenza, in tutto il mondo, provocò più di un milione di vittime. Anche allora, l’Alto Commissario all’Igiene e Sanità pubblica (allora non era ancora stato istituito il ministero) Angelo Giacomo Mott medico, affermava (la sua intervista era diffusa dai cinegiornali che precedevano la proiezione dei film): «È bene raccomandare a tutti i colpiti, anche ai leggeri, di curarsi per evitare complicazioni che potrebbero essere veramente dannose».

Un amico mi ha inviato, da Facebook un post del cinegiornale (tratto dall’Archivio Luce) in cui era inserita quell’intervista. I commenti della voce fuori campo, oltre alla palese disinformazione, rasentavano l’incoscienza. Per spiegare i sintomi della malattia vi erano delle vignette di un disegnatore molto in voga in quel periodo. Il tono era addirittura scherzoso: «Tra i colpiti l’attrice Gina I.0ll0brigida: del resto mettetevi nei panni di un bacillo, non le sareste saltati addosso?».

L’itinerario del bacillo, proveniente dalla Cina, transitato attraverso l’Africa e approdato in Europa dalla Spagna, era descritto attraverso il fumetto di partita di calcio tra gli ometti caratteristici del vignettista, con conclusione nella rete dell’Italia. Anche allora furono prese particolari misure nell’Aeroporto di Ciampino, benché i voli fossero eventi eccezionali.

Nel 1969 ci fu un’altra epidemia chiamata la “Hong Kong” (e iniziata nel luglio 1968 in Cina). Arrivò in Italia nell’inverno del 1969. In questo caso il Post è più ricco di fonti: sono ripresi titoli dei principali quotidiani e le cronache di un telegiornale dell’inizio del 1970 che inseriva il bollettino di guerra dell’epidemia come notizia tra le altre. I dati erano forniti un po” all’ingrosso: un italiano su quattro era stato contagiato, 5mila i morti, centinaia di migliaia di ammalati nelle principali città, ospedali (si vedevano le immagini) stracolmi, con ammalati ovunque (i letti in rianimazione non esistevano neppure).

Una notizia della durata di un minuto e 43 secondi insieme all’annuncio di una riforma amministrativa a Roma, una visita del sindaco di Milano. Aldo Aniasi, a una fabbrica occupata, una mostra d’arte a Chieti e il campionato di motocross in Ungheria. Più o meno come adesso i tg affrontano i drammi dei profughi, delle guerre e di tante tragedie dei nostri tempi che avvengono lontano da noi. E non ci toccano.

Eppure, se qualcuno rievoca quei mesi e quegli anni lo fa per ricordare le grandi lotte sindacali, da cui prese avvio l’organizzazione di grandi manifestazioni di massa, i cortei dentro e fuori dalle fabbriche, gli spostamenti di decine di migliaia di persone in treno e in pullman. Nessuna quarantena, nessun blocco della produzione (se non per scioperi), nessun allarme, nessuna chiusura delle scuole, dei parchi, dei cinema e di quant’altro è stato messo in quarantena nell’attuale circostanza. Annibale non era alle porte, la vita continuava.

Io non intendo affermare che quello era un modo appropriato per affrontare delle calamità che facevano vittime, spesso trattate solo come numeri. A sentire adesso quei commenti viene la pelle d’oca. Ma non vi erano segreti; l’informazione era vigile e l’opinione pubblica era consapevole, ma accettava queste sciagure come eventi possiamo dirlo? – naturali. Lo spettacolo doveva proseguire comunque.

Quanto ha influito la comunicazione, in queste settimane, nel determinare una psicosi oggettivamente esagerata nell’opinione pubblica, fino al punto di mettere a rischio più la vita di domani che quella di oggi?

Perché non siamo capaci di individuare una relazione oggettiva per gli eventi che nella società moderna mettono a rischio la nostra incolumità? Non si muore solo di coronavirus. E la morte è solo un episodio dell’esistenza.

La Protezione civile ha reso noti dei dati che dovrebbero farci riflettere : 1) l’età media dei decessi è pari a 80.3 anni; 2) i deceduti soffrivano di altre gravi patologie; 3) soltanto in due casi il decesso è dipeso dalla sola presenza del coronavirus. Un tg ha indicato come vittima del contagio un famoso architetto deceduto alla veneranda età di 92 anni.

A me (che ricordo, di anni ne ho 79) non sembra affatto che -a fronte di queste statistiche – sia in atto una catastrofe umanitaria, quanto piuttosto una tremenda difficoltà di reggere da parte delle strutture sanitarie che per questioni meramente organizzative, si trovano a dover gestire degli ammalati quando la loro condizione si è particolarmente aggravata perché in precedenza la persona contagiata resta in una zona grigia sospesa tra un semplice raffreddore e una polmonite.

Se si riuscisse a individuare un filtro in questo cruciale passaggio ci risparmieremmo di sovraccaricare gli ospedali (a cui si portano dei malati ormai all’ultimo stadio) ed eviteremmo questa sciagura di una quarantena generalizzata.

Da ottobre dell’anno scorso ai nostri giorni ben 8,6 milioni di italiani sono rimasti a letto a causa dell’influenza stagionale. Sono gli stessi virologi a riconoscere che i decessi per questa “banale”‘ e famigliare patologia saranno superiori di quelli derivanti dal Covid-19.

Per fortuna le parti sociali hanno trovato il coraggio e la responsabilità di individuare – in questo “8 settembre” planetario – un percorso che si prefigge di salvaguardare la salute dei lavoratori senza fermare del tutto la produzione. Non è detto che questa iniziativa riesca a raggiungere i suoi obiettivi. Ma almeno qualcuno ha provato a non arrendersi. Le organizzazioni sindacali, le associazioni datoriali, insieme al governo, il 14 marzo, hanno scritto una pagina gloriosa nella storia del Paese.

Giuliano Cazzola       Il Riformista  17/3/2020

 

 

“La democrazia è un regime senza re infestato da molti re che sono spesso più esclusivi, tirannici, e distruttivi di uno, se è un tiranno.”

Benito Mussolini, 1920


 

 

 

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