Il 19 settembre 1887 muore suicida ad Udine MARZIANO CIOTTI (48 anni) Patriota risorgimentale e garibaldino.

Ciotti, che viene ricordato da GIUSEPPE GARIBALDI nelle sue memorie come uno tra i volontari più valorosi, nacque a Gradisca d’Isonzo ( Gorizia), che allora faceva parte dell’impero austriaco, in casa di un medico condotto. Studiò alla facoltà di Giurisprudenza di Padova, dove incontrò e conobbe il meglio della gioventù borghese friulana e veneta e gli ideali mazziniani e patriottici, divenendo intimo amico di IPPOLITO NIEVO (1831- 1861)

Partecipò alla seconda guerra d’indipendenza nel 1859 con i Cacciatori delle Alpi di Garibaldi e da quel momento fu sempre un garibaldino entusiasta. Nel 1860 partì da Quarto (Genova) con i Mille, nella compagnia comandata da BENEDETTO CAIROLI (1825- 1889) e partecipando a tutte le battaglie fino alla vittoria finale sul Volturno (26/9-2/10 1860). Durante la spedizione passò da soldato semplice a tenente ricevendo ben nove medaglie al valore.

Nel periodo successivo alla spedizione dei Mille, ritroviamo Ciotti attivo più che mai nel movimento garibaldino e mazziniano, totalmente dedito al completamento dell’unificazione italiana. Fu accanto a Garibaldi nella sfortunata spedizione sull’Aspromonte nel 1862 e lo assistette dopo che fu ferito dalle truppe piemontesi per impedirgli di prendere Roma.

Nel 1861 Ciotti fu nominato capitano da Garibaldi e partecipò ai Fatti di Sarnico ( una sommossa mazziniana organizzata nella primavera del 1862 vicino Bergamo per la sollevazione del Trentino). La sommossa venne fermata dai soldati piemontesi e Ciotti fu brevemente arrestato il 16 maggio 1862.

Poi, sempre nel 1862,  partecipò con Garibaldi al tentativo, che parti dalla Calabria, di liberare Roma, tentativo che fu fermato ancora dai soldati piemontesi il 29 agosto all’Aspromonte. Ciotti assistette personalmente Garibaldi che venne ferito; venne poi arrestato con altri ufficiali garibaldini e liberato nel settembre del 1862.

Ciotti nel 1864 rientrò illegalmente in Friuli ( allora sotto l’impero austriaco) per partecipare ai fatti di Navarons, l’ultimo grande moto risorgimentale. I patrioti friulani ANTONIO ANDREUZZI (1804- 1874), GIOVAN BATTISTA CELLA (1837- 1879) GIOVANNI PONTOTTI, FRANCESCO RIZZANI, ENRICO ZUZZI (1838- 1921), OSVALDO PEROSA, SILVIO ANDREUZZI e altri organizzarono un’ insurrezione armata in Cadore, di ispirazione mazziniana e appoggiata da Garibaldi,  che avrebbe dovuto provocare l’intervento italiano contro l’Austria.

Il 16 ottobre 1864 circa 50 uomini armati col tricolore in testa, patrioti  reduci delle battaglie garibaldine, partirono dal piccolo ed isolato  borgo montano di Navarons (Pordenone) alla volta di Spilimbergo e Maniago con l’obiettivo  di attaccare la guarnigione austriaca, occupare la caserma della gendarmeria, inalberarvi il vessillo tricolore e invitare le popolazioni ad insorgere contro gli Austriaci. L’obiettivo era quello di creare sul territorio delle tre  Venezie uno stato di agitazione che stimolasse l’esercito Italiano a liberare il  Friuli Venezia Giulia, il Trentino e il Veneto. Ma la popolazione rimase indifferente, il Comitato politico centrale veneto diretto da ALBERTO CAVALLETTO (1813- 1897) contrario, lo stesso Comitato centrale unitario presieduto da BENEDETTO CAIROLI (1825- 1889) esitante, mentre i mezzi raccolti erano scarsi.

Le bande friulane rimasero quindi sole e dovettero affrontare la repressione austriaca: fino all’8 novembre 1864 fu una continua fuga tra i monti inseguiti dai soldati austriaci, trovando rifugio nelle stalle e nelle grotte. Nonostante tutto la banda guidata da Cella riuscì a compiere una marcia dimostrativa alzando il tricolore ad Osoppo, Venzone, Moggio (provincia di Udine). Successivamente molti degli insorti riuscirono a rifugiarsi in Italia in varie città. Di questi fatti di Navarons Ciotti scriverà un memoriale nel 1880: Alcuni cenni sui Moti del Friuli 1864.

Fu ancora accanto a Garibaldi a Bezzecca durante la Terza Guerra d’indipendenza (20/6- 12/8 1866) e nell’ ottobre- novembre del 1867 durante il tentativo della spedizione garibaldina per la liberazione di Roma, come comandante di un battaglione col grado di maggiore.

In quell’occasione Garibaldi gli scrisse questa lettera:

“Mio caro Ciotti, Voi alla testa della vostra compagnia siete entrato il primo in Monte Rotondo sulle rovine incendiate e brucianti di porta San Rocco. Io vi proclamo un prode e valorosi i vostri uomini. Le donne italiane onoreranno i campioni delle glorie nostre ed io Vi do un bacio fraterno. Vostro G. Garibaldi

Monte Rotondo, 2 novembre 1867”

Ciotti seguì ancora Garibaldi  in Francia  nella guerra franco-prussiana del 1870 dove venne decorato con la Legion d’Onore, la più alta onorificenza francese. Dopo la campagna di Francia, Ciotti ritornò a Mon­tereale Valcellina, in Friuli (PN) dalla moglie e dalla piccola figlia Annita.

In seguito visse in povertà e nell’anonimato per essersi sempre rifiutato di entrare nell’esercito regio italiano per fedeltà allo spirito garibaldino e all’idea repubblicana. Passò il resto dei suoi giorni a Montereale nella vecchia casa paterna. Ciotti, come quasi tutti i garibaldini, non amava la guerra, combatteva solo per le cause che condivideva e che erano cause per la liberazione di popoli oppressi.

Le ragioni per cui nonostante le necessità, non abbia accettato di entrare nell’esercito regolare, si possono spiegare solo con la ferma convinzione di non voler venir meno agli ideali per i quali aveva sempre lottato e che certamente non erano condivisi dai capi del regio esercito. In Ciotti crebbe sempre di più l’amarezza accorgendosi, col passare degli anni, dell’inutilità dei suoi eroici sacrifici per la Pa­tria e della totale ingratitudine ed indifferenza verso uomini/donne valorosi e generosi come lui. La miseria l’attanagliò da una parte e lo sconforto, non ve­dendo i risultati che sperava, lo oppresse dall’altra.

Lapide sulla facciata della casa di Ciotti, Montereale Valcellina

Con una famiglia numerosa, senza lavoro, costretto a chiedere aiuti agli amici, privo di prospettive future, relegato oscuro, pove­ro, ignorato in un melanconico angolo del Friuli, in lotta coi bisogni più urgenti all’esistenza, come scrisse lui stesso, Ciotti si scontrò continuamente con una realtà drammaticamente diversa da quel­la che aveva sognato e alla quale aveva dedicato la sua gioventù.

Egli avvertì quel malessere che alcuni storici definiscono come delusione post-risorgimentale, condizione di disagio e di disillusione che si dif­fuse tra gli strati democratici in seguito alla messa in crisi dei grandi ideali da una realtà totalmente diversa dalle aspettative.

Oppresso da tutto questo Ciotti nel settembre 1887 si al­lontanò dal paese e si recò a Udine, senza che alcuno potesse veder­lo. Nella notte tra il 18 e il 19 settembre si gettò nel canale del Ledra dopo essersi ferito mortalmente con un colpo di pistola. Il corpo sarà ritrovato poche ore dopo. I resti di Marziano Ciotti riposano nel cimitero di Montereale Valcellina.

Carlo Tivaroni ( 1845- 1906, Patriota e storico) nel 1887, pochi giorni prima del suicidio di Ciotti, scrisse:

“…Marziano Ciotti dei Mille, languente in povertà senza che nes­suno dei patrioti riusciti ricordi il dovere di trovar lavoro ad un prode.


Addosso a Ciotti, dopo il recupero del suo corpo, venne trovata una lettera indirizzata all’amico e garibaldino Giusto Muratti (1846- 1916):

Mio caro amico,

non ti sorprenda se al momento che leggerai questa mia io non sarò più. Vi sono fatali situazioni nella vita. Vi sono tali strane con­dizioni e circostanze che obbligano il padre a sparire per l’interesse l’avvenire e l’esistenza dei propri figli. Io che ero ridotto al punto di non poter sfamare i miei figli, io che continuamente aveva una pun­tura al cuore sicuro di non poter continuare l’educazione del mag­giore che fa tanto bene; io muoio con la lusinga che la patria, gli amici provvederanno alla loro educazione, al loro avvenire e ad ogni modo avranno da essi il pane che io non posso più dar loro.

Al tuo cuore generoso, al tuo sentire delicato, raccomando i miei figli, abbiano essi una qualunque educazione; non chiedo altro.

Muoio rassegnato, convinto che in essi il sacrificio di se stessi non riuscirà infruttuoso ai figli, con la speranza che essi non malediran­no la memoria del loro padre che un torto solo ha avuto nella sua vita, quello di aver dato tutto alla Patria non prevedendo che un giorno avrebbe una famiglia.

Ricordati in unione agli amici – ricordati pensando ai miei figli

dell’infelice tuo Marziano Ciotti

 

Vedi:  La generosità di una vita:  RAFFAELE PICCOLI

Un Patriota valorosissimo: GIOVANNI BATTISTA CELLA


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