Il 16 novembre 1879 muore ad Udine suicida con due colpi di pistola GIOVANNI BATTISTA CELLA (42 anni, detto Titta) avvocato, imprenditore, Patriota risorgimentale italiano e volontario garibaldino.

Cella nacque ad Udine da una famiglia della media borghesia d’origine carnica. Seguì regolarmente gli studi secondari per iscriversi poi alla facoltà di legge presso l’università di Padova, ma presto fu preso dalla passione risorgimentale.

Nella Seconda Guerra d’Indipendenza (1859) Cella s’arruolò nei Cacciatori delle Alpi di GARIBALDI e vi restò fino allo scioglimento del corpo avvenuto a Milano. L’anno dopo fu dei Mille, segnalandosi per coraggio fin dallo sbarco a Marsala e poi nell’entrata a Palermo; dopo la battaglia del Volturno, a cui prese parte, ottenne il grado di sottotenente. Educato agli ideali mazziniani e ad una profonda solidarietà, provvide col suo denaro alle necessità dei commilitoni feriti presso l’ospedale di Napoli.

Cella fu un membro attivo del Partito d’Azione mazziniano ( 1853- 1867) e partecipò nell’estate del ’62 all’impresa garibaldina per liberare Roma che finì drammaticamente  sull’Aspromonte (29 agosto): con lui c’erano altri importanti patrioti garibaldini friulani come SILVIO ANDREUZZI (1842- 1912), MARZIANO CIOTTI (1839- 1887), FRANCESCO TOLAZZI (1809- 1889).

Successivamente Cella soggiornò a Torino, come emigrato politico, per fare ritorno a Udine ( ancora sotto l’impero asburgico) all’inizio del ’64, fingendo agli occhi delle autorità austriache d’essere pentito del suo passato. Intanto preparò, sempre nel 1864, con i patrioti friulani ANTONIO ANDREUZZI (1804- 1874), GIOVANNI PONTOTTI, FRANCESCO RIZZANI, ENRICO ZUZZI (1838- 1921), OSVALDO PEROSA, Silvio Andreuzzi e altri, un’ insurrezione armata in Cadore, di ispirazione mazziniana e appoggiata da Garibaldi,  che avrebbe dovuto provocare l’intervento italiano contro l’Austria.

Il 16 ottobre 1864 circa 50 uomini armati col tricolore in testa, patrioti  reduci delle battaglie garibaldine, partirono dal piccolo ed isolato  borgo montano di Navarons (Pordenone) alla volta di Spilimbergo e Maniago con l’obiettivo  di attaccare la guarnigione austriaca, occupare la caserma della gendarmeria, inalberarvi il vessillo tricolore e invitare le popolazioni ad insorgere contro gli Austriaci. L’obiettivo era quello di creare sul territorio delle tre  Venezie uno stato di agitazione che stimolasse l’esercito Italiano a liberare il  Friuli Venezia Giulia, il Trentino e il Veneto. Ma la popolazione rimase indifferente, il Comitato politico centrale veneto diretto da ALBERTO CAVALLETTO (1813- 1897) contrario, lo stesso Comitato centrale unitario presieduto da BENEDETTO CAIROLI (1825- 1889) esitante, mentre i mezzi raccolti erano scarsi.

Le bande friulane rimasero quindi sole e dovettero affrontare la repressione austriaca: fino all’8 novembre 1864 fu una continua fuga tra i monti inseguiti dai soldati austriaci, trovando rifugio nelle stalle e nelle grotte. Nonostante tutto la banda guidata da Cella riuscì a compiere una marcia dimostrativa alzando il tricolore ad Osoppo, Venzone, Moggio (provincia di Udine). Successivamente molti degli insorti riuscirono a rifugiarsi in Italia e Cella si fermò a Bologna, e poi si trasferì a Milano.

Nel maggio del 1865 muore GIACOMINA TURCA che Cella aveva conosciuto l’anno prima e che era divenuta la sua compagna: durante l’insurrezione di Navarons ne era stata anche lei protagonista. Giacomina partorì il loro unico figlio, Balilla, durante una delle varie fughe dei Patrioti, nascosta tra i rovi sul greto del Piave. Proprio le conseguenze fisiche di questo parto disagiatissimo porteranno Giacomina alla morte mesi dopo.

Fin dall’inizio del ’66 si parlò fra i Patrioti della possibilità d’una insurrezione popolare che affiancasse le operazioni dell’esercito nell’imminenza del conflitto: nella Terza Guerra d’Indipendenza (20/6- 12/8 1866) due gruppi di combattenti avrebbero dovuto formarsi, in Friuli e in Cadore, per complessivi quattrocento uomini, ma occorrevano denaro e armi che il ministero della guerra italiano prometteva in misura sempre troppo scarsa. Perciò Cella si arruolò volontario nel III battaglione dei bersaglieri lombardi e come sottotenente fu il primo soldato italiano a passare il confine di Stato.

Il 24 giugno 1866 ebbe l’ordine di Garibaldi di attaccare gli Austriaci al Caffaro (Brescia) e il 25 giugno si coprì di valore nella battaglia di Ponte Caffaro dove fu ferito dopo un epico duello a sciabola con un ufficiale austriaco. Il coraggio di Cella fu anche riconosciuto, per l’occasione, da Garibaldi che gli scriverà un telegramma:

Mio caro Cella, in tutte le circostanze voi sarete sempre un valorosissimo e tale foste al Caffaro, nuova gloria per le armi italiane. Vi raccomando caldamente di aver cura della vostra salute, perché tra breve avremo bisogno di voi. Vostro per la vita. G. Garibaldi”.

Cella, ferito, fu ricoverato a Brescia poi rientrò ad Udine. Finita la guerra, annesso il Friuli al Regno d’Italia, per Cella cominciarono le delusioni.

Il 1ºmarzo 1867 egli accolse Garibaldi e Benedetto Cairoli ad Udine come presidente della commissione per le accoglienze. Nei mesi seguenti egli si adoprò con vari Patrioti per preparare un moto insurrezionale a Roma e, a tal fine, introdurvi armi. Il 22 ottobre 1867 entrò in Roma con un gruppo d’uomini armati: infatti doveva impadronirsi di Porta San Paolo, ma all’ora fissata si trovò innanzi non i cento romani promessigli, ma cinque soltanto! Comunque con solo quindici volontari mise in fuga un drappello di zuavi pontifici.

Nominato maggiore da Garibaldi, prese parte all’attacco nella notte del 24 ottobre a Monterotondo; ancora come comandante del VI battaglione coraggiosamente contrastò i Francesi e portò ripetuti attacchi a Mentana (3 novembre), ma fu costretto a ritirarsi. Si rifugiò quindi a Firenze. Rientrò ad Udine, dove fu consigliere comunale (rifiutando ogni onorificenza dallo Stato sabaudo), membro della giunta e comandante di battaglione della guardia nazionale. Sfiduciato per la situazione politica e per come Roma era stata unita all’Italia nel 1870 aderì politicamente all’estrema sinistra, ma invano venne portato candidato alle elezioni del novembre 1874 dal partito, nonostante le raccomandazioni di Garibaldi e di Cairoli.

Il suo manifesto elettorale per le elezioni mostra una persona votata ancora agli ideali mazziniani:

“Se credete che nel Parlamento come oggi è costituito si possa essere utili al Paese, se credete non sia assolutamente necessario a formare un buon Deputato essere un famoso statista, oratore, finanziere, generale o scienziato; ma che sia invece l’onestà, il carattere fermo, il patriottismo, il sacrificio del proprio benessere individuale al bell’essere generale, la devozione ai principi professati, la disciplina alle leggi se anche non ottime, con fermo proposito d’immegliamento, [...] anch’io potrei essere il vostro Deputato”.

Accettò nel ’79 di rappresentare ad Udine il Comitato triestino-istriano, e fu poi con AGOSTINO BERTANI (1812- 1886), MATTEO IMBRIANI (1843- 1901), Garibaldi ed altri fra i fondatori della Lega della Democrazia.

Ma lentamente Cella, deluso per il venir meno degli ideali repubblicani che lo avevano sorretto per tutta la sua vita di Patriota, si rese conto di aver combattuto per qualcosa che non lo convinceva più.

Viveva  anch’egli l’amarezza di tutti i democratici ( mazziniani e garibaldini) che si sentirono dimenticati, una volta realizzata l’unità d’Italia. Loro, repubblicani, avevano contribuito in modo determinante all’affermarsi della monarchia sabauda, in nome e nell’interesse superiore della Patria unita. Le loro azioni si erano sempre ispirate al pensiero di MAZZINI e di Garibaldi, ma l’ideale mazziniano, tanto ben rappresentato dagli Andreuzzi, da Tolazzi,  da Ciotti, da Cella e da molti altri Patrioti della loro tempra, in pratica si esaurì con la presa di Roma e il momentaneo completamento dell’unità d’Italia.

Il nuovo Stato non è quello sognato da molti Patrioti: è cinico e centrato sugli interessi borghesi; la monarchia sabauda esce dalla fase risorgimentale più rafforzata che mai e il sogno repubblicano diventa qualcosa di sempre più lontano. Si susseguono da subito governi autoritari, di destra: la monarchia e la classe politica conservatrice tutelano il latifondo, la rendita finanziaria, e la nascente industria nei grossi centri, che si regge sullo sfruttamento intensivo di manodopera sottopagata. Inoltre, il risanamento delle casse statali, dissanguate dalle guerre di indipendenza, viene attuato solo colpendo i consumi della popolazione meno abbiente, con odiose imposte indirette, prima fra tutte la tassa sul macinato.

Busto di Cella, Loggia di San Giovanni ad Udine

L’Italia degli agrari, dei padroni delle ferriere, dei militaristi non poteva quindi ricordarsi di loro, dei tanti Andreuzzi, Cella, Ciotti, dei tanti uomini liberi che, in nome dell’idea repubblicana, avevano scritto le pagine migliori del nostro Risorgimento. Il destino per gli arditi di Navarons fu l’oblio. Circondati dall’ingratitudine, dimenticati, alcuni muoiono poveri di mezzi e pieni di amarezza, altri addirittura si suicidano, altri ancora rimangono aggrappati a un’esistenza grama che, dopo il carcere austriaco, riserva loro le miserie italiane.

In questo clima di grande delusione anche gli affari di Cella andarono male e il suo patrimonio personale, che era già stato molto assottigliato per aver contribuito a finanziare le imprese garibaldine, praticamente si esaurì e una sua fabbrica di metri a Udine fallì.

Il 16 novembre 1879 a Udine Cella, deluso moralmente e materialmente, si ferì gravemente con due colpi nel cimitero di San Vito di Udine. Soccorso, morì poco dopo all’ospedale. I resti di Cella riposano nel cimitero di Udine.

Marziano Ciotti (compagno di Cella in tante imprese e che nel 1887 morì anche lui suicida a Udine annegandosi in un canale)  ci ha lasciato una preziosa memoria (Alcuni cenni sui Moti del Friuli, 1864) pubblicata nel 1880 che, oltre a ricostruire l’impresa di Navarons, esprime una profonda amarezza per l’ingrato oblio del neonato stato italiano riservato a lui e ai suoi compagni:

“… Non sempre la fortuna fu propizia ai valorosi – dice un mio amico – e la magnanima impresa del Friuli restò un semplice tentativo come quelli delle Romagne, della Savoia, della Spezia, dei fratelli Bandiera e di Sapri. Se non che – mentre tutti questi fatti furono celebrati dalla storia – quello solo del 1864 venne posto in dimenticanza. Nessuno mai parlò di esso. Il venerando Dottore Antonio Andreuzzi moriva poverissimo; suo figlio Silvio ebbe ad abbandonare l’Italia per disperazione e sta facendo il medico nella Repubblica Argentina – sua moglie si trova in squallide ristrettezze finanziarie – e i suoi nipoti sono raminghi per il mondo a guadagnarsi da vivere lavorando onoratissimamente; Tolazzi lavora indefessamente per mantenere la sua famigliola, e il modesto autore di queste pagine vive oscuro, povero, ignorato in un malenconico angolo del Friuli, in lotta coi bisogni più urgenti all’esistenza. Finalmente è appena coperta la fossa che racchiude le spoglie del tipo il più cavalleresco del Friuli – del prode dei prodi – di quell’uomo modesto, coraggioso, eroico che fu Gio:Battista Cella. E veggo ancor gli onesti di tutti i partiti asciugarsi una furtiva lagrima nel rivolgere il pensiero alla tragica e disgraziata sua fine.

Del resto – giunto al termine di queste mie pagine – dichiaro altamente che non conservo rancore alcuno ed affermo ai miei concittadini che noi tutti nel muovere a quell’impresa non avevamo in mente che il bene del nostro paese, e in cuore la speranza di vederlo presto libero e indipendente.”


Vedi:  La generosità di un medico condotto: ANTONIO ANDREUZZI

La generosità di una vita:  RAFFAELE PICCOLI

L'uomo che ha dato tutto alla Patria: MARZIANO CIOTTI

12 dicembre 2010. C'era chi credeva


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