Ai giorni nostri si nota una vergognosa miseria intellettuale e un’incapacità di trarre dai più nobili esempi del passato l’ispirazione a perseguire grandi ideali. Per affermare la dignità umana occorrono solo saggezza e pazienza

Di questi tempi in cui i libri, soprattutto quelli di seria cultura, sono ormai oggetti in via d’estinzione, le edizioni critiche di grandi opere meritano di essere celebrate. Quando poi si tratta di un’opera importante di storia e di filosofia, come il Saggio sui costumi e lo spirito delle nazioni di Voltaire – pubblicata da Einaudi in due tomi nella prestigiosa collana ‘I millenni’ – è il caso di celebrare con entusiasmo: il piacere della lettura è garantito.

L’apparato critico curato da Domenico Felice rende accessibile e godibile il testo anche al lettore non specialista della materia. La cronologia della vita e delle opere di Voltaire aiuta a conoscere l’autore; la storia delle diverse edizioni e delle fonti permette di capire com’è nato il Saggio; la bibliografia critica è di per sé un documento di storia della cultura e invita a leggere qualche altro buon libro sull’argomento. Ma la parte più preziosa è la ‘Nota editoriale’ in cui Domenico Felice spiega che ha redatto l’apparato critico non per suggerire al lettore “che cosa deve capire”, ma di stimolare il suo spirito critico.

Che era poi il modo in cui Voltaire auspicava si leggessero i suoi libri: “I più utili sono quelli fatti per metà dai lettori: costoro sviluppano i propri pensieri, di cui si offre loro il germe; correggono ciò che sembra loro manchevole e rinforzano con le proprie riflessioni ciò che pare loro debole” (p. CXXV).

Nota Roberto Finzi nella sua ‘Introduzione’ che soltanto in apparenza Voltaire resta legato ad una visione “oggi unanimemente rigettata” della historia magistra vitae. Ma i passi citati da Finzi suggeriscono piuttosto che Voltaire condivideva profondamente, e non in apparenza, l’idea che la storia è maestra di vita e in particolare di saggezza politica.

“I grandi errori del passato, scrive Voltaire, servono molto in ogni campo. Non sarebbe eccessivo rimettere davanti agli occhi i crimini e le disgrazie causati da assurde contese. È indubbio che a forza di reiterare la memoria di queste contese si impedisce loro di rinascere” (t. I, p. XXXVIII).

Un esempio del modo in cui Voltaire trae dalla storia lezioni utili per la pace e la libertà dei popoli è nel capitolo dal titolo ‘Riassunto di tutta questa storia fino al tempo in cui comincia il bel secolo di Luigi XIV’ . Il “furore dogmatico, scrive, ha sconvolto più di uno Stato, dal massacro degli albigesi nel XIII secolo alla guerricciola delle Cévennes all’inizio del XVIII. Il sangue è stato versato nelle campagne e sui patiboli per questioni di teologia, ora in un paese ora in un altro, durante cinquecento anni quasi senza interruzioni. E questo flagello è durato così a lungo solo perché si è sempre trascurata la morale per il dogma” (t. II, p. 651).

Se vogliamo evitare altre orrende guerre di religione, ammonisce chiaramente Voltaire, dobbiamo mettere di nuovo la morale al primo posto e abbandonare il furore dogmatico: una lezione di saggezza tratta dalla storia.

Forse gli storici dei nostri tempi hanno unanimemente rigettato la convinzione che la storia insegna, come ci assicura Finzi. Non l’hanno però rigettata i migliori filosofi politici e i migliori storici del pensiero politico. Valgano gli esempi di Michael Walzer che in The Revolution of the Saints e in Exodus and Revolution trae dalle narrazioni storiche lezioni di teoria politica; o di Quentin Skinner, che in Liberty before Liberalism si impegna in un lavoro di ricostruzione storica per arricchire le nostre concezioni di libertà politica.

È tuttavia vero che ai giorni nostri il principio della storia maestra di vita non è la bussola dei politici. I risultati si vedono: si nota ovunque una vergognosa miseria intellettuale e una penosa incapacità di trarre dai più nobili esempi del passato l’ispirazione a perseguire grandi ideali.

Virtù propria delle grandi opere è di offrire ai lettori insegnamenti che valgono anche per tempi lontani e diversi da quelli nei quali l’autore ha vissuto. Il più utile, fra i molti che possiamo ricavare dal Saggio sui costumi e lo spirito delle nazioni, è il consiglio a non dimenticare la forza della consuetudine:

“L’impero della consuetudine è molto più vasto di quello della natura: si estende ai costumi e a tutte le usanze, diffonde la varietà sulla scena del mondo; la natura vi diffonde l’unità e stabilisce dappertutto un piccolo numero di principî invariabili: perciò il terreno è dappertutto lo stesso, ma la coltivazione produce frutti diversi” (t. II, p. 656). Il pensiero filosofico e politico degli ultimi due secoli ha sottoposto a serie critiche la convinzione illuministica che al di sopra delle diversità culturali e storiche esiste una comune natura umana.

Questa convinzione ha dato origine alla teoria dei diritti naturali che ha guidato la formazione dei moderni stati liberali e ha ispirato grandi lotte per l’emancipazione dalle ingiustizie santificate nel nome della consuetudine. Sarebbe del tutto insano dimenticarne il valore di barriera indispensabile contro i poteri tirannici e totalitari. Non va tuttavia dimenticato neppure il monito di Voltaire che la consuetudine è tenace, e che per modificarla al fine di affermare la dignità degli esseri umani occorrono saggezza e pazienza.

Maurizio Viroli     Il Fatto  6 novembre 2017

 

vedi: La natura è maligna ma la colpa è solo dell’uomo

La cultura usa e getta

La memoria e la storia

Pensiero Urgente n.177)


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