Fanno bene i pochissimi che lo denunciano, ma davvero non sorprende che questa unanime pretesa di salvazione precipiti nella solita ricetta: cioè il conferimento del potere a Uno che ci salvi. Perché il desiderio di autoritarismo pubblico è negli italiani irresistibile.

E naturalmente insorge e si diffonde quando e quanto più ci sarebbe bisogno semmai del contrario, e cioè dell’affermazione delle responsabilità personali, dell’autonoma capacità di giudizio e di decisione.

Da quando è scoppiata quest’epidemia, e con brama crescente nell’aggravarsi della crisi, il desiderio degli italiani di essere sottomessi a una guida simbolicamente imperativa ha perso i già deboli freni per cui si segnala questa connaturata propensione nazionale al cedimento del criterio individuale in favore dell’imposizione autoritaria.

E di qui la richiesta, l’appello a che la società e la politica si inclinino nell’affidamento fideistico di ogni potere a questo o quel campione capace di risolvere tutto, di proteggerci tutti, di salvarci tutti.

Può essere un esperto di manette, un virologo fisso in tivù, un organizzatore di soccorsi ai terremotati, non importa: chiunque va bene se si tratta di sfamare quel desiderio inesausto di rinuncia a qualsiasi libertà responsabile ripagata con un simulacro d’ordine che tranquillizza la massa e la fa riposare mentre Lui se ne prende cura.

E questo diffuso reclamare l’incoronazione dell’uomo giusto capace di risolvere le cose non ha nulla a che vedere con la legittima aspettativa che al posto di comando stia qualcuno dotato di competenza, per la semplice ragione che per risolvere qualsiasi crisi notevole non esiste “una” competenza.

Se c’è una guerra non cessa di essere importante tutto il resto, la scuola, l’economia, la produzione industriale, ed è per questo che se c’è una guerra i militari fanno la guerra ma non governano il Paese, che deve vivere nonostante la guerra. Così come se c’è un’epidemia non si manda al governo un virologo, che applicando la sua scienza magari ferma il virus ma uccide il Paese.

Tutto questo, in realtà, è almeno oscuramente compreso anche da quelli che appunto reclamano quella soluzione spiccia. E infatti è altro ad adunare la società italiana sotto al balcone insopportabilmente vuoto, coi politici di destra e di sinistra non casualmente uniti in prima fila: è l’ansia comune di incaricare qualcuno che ci assolva dalla nostra libertà. Qualcuno che ci “liberi” dalla nostra libertà, questo peso insopportabile.

E ancora non casualmente quest’ansia è disponibilissima a sciogliersi, a trovare finalmente appagamento nell’accettazione incondizionata di divieti tanto più duri, di limitazioni tanto più stringenti, di imposizioni tanto più gravose. Perché il cosiddetto uomo forte non è mai desiderato affinché dia libertà: ma affinché la tolga.

E quando in una società la libertà viene a mancare non è quasi mai perché uno con la forza, l’ha tolta ai più ma praticamente sempre perché i più, senza sforzo e spesso con desiderio, vi hanno rinunziato.

Come il popolo italiano ben saprebbe se non si raccontasse d’aver perso la libertà chissà per quale forza estranea facendo poi finta d’essersela riguadagnata da sé. Tutto questo per dire che non c’è bisogno che qualcuno ci dica come comportarci per meglio convivere con i pericoli di questa malattia? No davvero.

Ma non è questo che comunemente si chiede quando dappertutto si solleva quell’istanza di investitura risolutrice. E’ la pretesa unicità della posizione italiana ai tempi del Coronavirus sta molto meno nelle statistiche sui contagiati e le vittime che in quest’altro segno distintivo nazionale: l’eterna, voluttuaria disponibilità a sottomettersi al comando illiberale.

Iuri Maria Prado, avvocato       Il Riformista  13/3/2020


 

“Pochi uomini desiderano la libertà; molti uomini si augurano solo un padrone giusto.”

Sallustio (86- 35 a.C.), storico e politico romano

 

 

 

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