Il nuovo libro di Paolo Flores d’Arcais: il ruolo del pensiero democratico radicale come unico strumento di integrazione di fronte al fanatismo

Molte cose è il libro di Paolo Flores d’Arcais “La guerra del Sacro. Terrorismo, laicità e democrazia radicale” (Raffaello Cortina Editore): un allarme per il pericolo che l’Islam fondamentalista rappresenta per gli ideali politici dell’Occidente, una denuncia delle debolezze e delle ipocrisie dei nostri governi, una teoria delle condizioni irrinunciabili della democrazia. Il “precipitato” di tutti i discorsi anzidetti è nella parola laicità, intesa nel senso più rigoroso, senza gli aggettivi oggi di moda (sana, positiva, vera: aggettivi che non l’arricchiscono, ma l’avvelenano). Le considerazioni che seguono non sono, propriamente, una recensione. Sono piuttosto un tentativo d’inquadrare i problemi e di sollecitare riflessioni su questioni cruciali per il nostro avvenire.

La laicità è il presupposto della democrazia, in quanto s’intenda la religione come eteronomia, cioè soggezione alla trascendenza. La democrazia, al contrario, è autonomia, cioè libertà nell’immanenza. Si potrebbe dire così: chi si appella alla religione ritiene che le cose terrene siano subordinate a un ordine sacro oggettivo necessario che a noi spetta rispettare e, eventualmente, restaurare se è stato violato; chi si appella alla democrazia ritiene, invece, che la casa terrena non abbia un ordine, ma siamo noi a doverglielo dare, attraverso discussioni, controversie, voti ed elezioni. Chi vuole risolvere i problemi della convivenza in base a premesse sacrali apre le porte a quella maledizione dell’umanità che sono le guerre di religione.

Ora, se guardiamo alla storia, dobbiamo riconoscere che è nello Stato nazionale che la democrazia ha trovato l’humus necessario. Questo è un punto importante per comprendere le difficoltà odierne della democrazia. Lo Stato nazionale ha generato mostri totalitari, quando è degenerato in nazionalismo. Ma la nazione ha realizzato la “sfera pubblica” comune, nella quale i cittadini possano confrontarsi dialogicamente, e “discorsivamente” partecipare alla creazione d’una volontà comune su temi di rilevanza generale. La democrazia non è incompatibile con il pluralismo delle opinioni, ma il “multiculturalismo” è altra cosa, è rottura dell’unità del quadro entro il quale si deve svolgere la vita comune.

Il libro di Flores è una scossa necessaria e salubre contro la cecità, la viltà e l’inanità di fronte ai pericoli del fanatismo religioso usato come sostanza incendiaria, versata sulle controversie economiche e politiche che dividono il mondo e le società e le trasformano in crociate. Un breve excursus storico. La Francia del Cinque-Seicento fu il terreno d’una orribile guerra civile in cui ragioni politiche si mescolavano col fanatismo religioso: l’obbedienza cattolica contro la riforma protestante. La “notte di San Bartolomeo” (23-24 agosto 1572) in cui migliaia di Ugonotti furono trucidati dal partito cattolico sotto l’egida di Caterina de’ Medici è un esempio di come si possono regolare i conti tra fedeli di religione diversa e azzerare le diversità imponendo una sola legittimità. Contro tanta barbarie, si fece strada un diverso modo di pensare che potrebbe essere sintetizzato in un detto del Cancelliere di Francia Michel de L’Hospital: «Non importa quale sia la vera religione, ma come si possa vivere insieme », ciascuno con la sua fede. Quella massima trovò attuazione con l’editto di Nantes di Enrico IV (1598) che, sia pure provvisoriamente e con molte limitazioni, riconobbe la libertà di coscienza e di culto: tolleranza a condizione che cattolici e protestanti stessero ciascuno al proprio posto e il potere assoluto del Re non fosse messo in discussione.

Questa forma di coesistenza per parti separate poteva valere in quel tempo, quando di democrazia non si parlava. In democrazia, deve esistere un unico foro politico generale dove tutti sono chiamati a partecipare. Non basta che ci sia un potere che garantisca la non aggressione. Occorre che i “fedeli” delle diverse chiese si rispettino e si riconoscano reciprocamente come portatori di buone ragioni valide in generale. La legittimità democratica nasce da lì, dal riconoscimento d’essere parti d’un foro comune. Il foro comune si chiama “nazione”.

La nazione è stata celebrata come la casa accogliente, protettiva, il luogo del cuore, la Heimat del romanticismo tedesco. La storia delle Nazioni e della “nazionalizzazione delle masse” (titolo d’un celebre libro di George Mosse del 1974) è stata però lunga e tortuosa e, soprattutto, fatta di cose molto diverse: movimenti di emancipazione da servaggi e discriminazioni e conquista di diritti (per esempio, il voto e la protezione sociale per la classe lavoratrice, in origine esclusa dalla nazione, secondo la concezione borghese) o, al contrario, di discriminazione e persecuzione.

L’unità è una bella cosa se è il prodotto dell’azione che mira a distruggere barriere e a creare fratellanza. Ma può essere — ed è stata — cosa violenta, se è imposta con obblighi e divieti (come l’uniformità di lingua, di religione e di insegnamento). Può essere terribile, se viene brandita come arma contro coloro che i governi dichiarano “non integrabili”, i diversi per natura: gli stranieri, i senza cittadinanza, i nemici della Patria, i potenziali traditori (gli ebrei, i rom e sinti, gli omosessuali, gli slavi, i latini, secondo il concetto nazionale razzista del nazismo).

Raccogliamo questi spunti di riflessione e facciamoli reagire con i problemi del multiculturalismo. Il “modello San Bartolomeo”, cioè la violenza e i pogrom usati per sbarazzarsi dei migranti è proponibile solo per gli xenofobi razzisti di casa nostra. Tuttavia, neppure la separazione “modello Nantes” è accettabile: i muri, le enclave e i quartieri monoetnici, le classi scolastiche separate o le scuole coraniche sostitutive di quelle pubbliche. Sono cose che hanno il nome apartheid e sono inconcepibili in democrazia.

La parola-chiave dei nostri giorni è integrazione e, nel libro di Flores, l’integrazione implica la laicità nella sua accezione più rigorosa. Si prenda la questione dei simboli: come dovrebbe essere vietata l’esibizione di quelli islamici (il velo delle donne), così dovrebbe essere per quelli cristiani (il crocifisso nei luoghi pubblici). Ma, qui c’è il rischio d’una aporia, un’aperta contraddizione. La laicità è funzionale all’autonomia, ma la si può imporre in regime di eteronomia. Si può essere laici perché qualcuno ce lo comanda? La contraddizione non è da poco. La laicità imposta significa soffocare i propri tratti identitari e, da questo soffocamento, si possono sprigionare reazioni di rigetto. L’esperienza insegna: invece di promuovere convivenza, si rischia di alimentare i conflitti.

L’integrazione è l’obbiettivo, ma l’obbiettivo si può perseguire in autonomia solo con l’interazione. Prima o poi, non saremo più gli stessi. Di questo possiamo essere certi. Si tratta di sapere se ci si arriveremo in mezzo a conflitti o, invece, con la disponibilità delle culture a entrare in rapporto. Ferma restando l’intransigenza verso ogni forma di violenza tra e nei gruppi sociali, e fermo l’aiuto che deve essere dato a coloro che liberamente desiderano sottrarsi alle imposizioni delle loro comunità, si tratta di promuovere l’interazione, nella convinzione ch’essa aiuti la conoscenza reciproca e la convivenza pacifica. Convinzione o illusione? Non lo sappiamo, ma sappiamo che questa è l’unica via conforme alle nostre convinzioni democratiche.

Gustavo Zagrebelsky   Repubblica 23.1.16

Il libro:  La guerra del Sacro di Paolo Flores d’Arcais,  ed. Raffaello Cortina,  euro 15

 

 

Religione e politica, il Dio della casta

Non è la religione che intercetta la politica e ne devia il corso secondo i suoi dogmi o credenze. È la politica che, quando sente oscillare la sua forza, si afferra alla religione e la usa come scudo, come ricatto e come comando. È quanto sta avvenendo in Italia con il Family Day. Vediamo di ricostruire il vero senso dello strano evento (“giornata della famiglia” in un Paese affetto da familismo e gravato da forti dislivelli sociali che non risparmiano le famiglie povere).

Il problema è il futuro di una grande forza politica che però è frantumata. A destra sono ancora in tanti, ma raccolti in una costellazione di nuclei isolati, dai padri di famiglia che fanno cordone contro le unioni civili a Giorgia Meloni e ai suoi legionari, che sembrano pochi, ma non così pochi, alla aggregazione di convenienza finto-centrista che dona al Paese un ministro dell’Interno e al Pd di Renzi un prezioso alleato. Poi c’è Verdini e i suoi massoni, dentro e fuori dall’impresa, dentro e fuori dalle banche, dentro e fuori dal governo e dal Parlamento, un buon collegamento fra persone preparate al potere. All’occorrenza si possono scegliere uomini adatti e con garanzia, in un albo che certi esperti di lunga data, dentro e fuori avventure oscure, processi e prigioni, ma sempre in giro e sempre il meglio per punti cruciali di controllo, ti possono offrire. Ma tutto ciò fa maggioranza solo nei sondaggi. Nella vita vera sono pericolosamente separati. Ma ecco la strategia che salva e compatta tutta la destra possibile: la religione.Nel caso italiano non tanto la fede, che è questione difficile da maneggiare.

Bisognerebbe essere credenti per farlo. E qui, come era già accaduto in passato (ricordate Comunione e Liberazione?) non si tratta di fede, si tratta di affari. Dunque la Chiesa. Ha portato sempre bene ai fedeli (nel senso del prevalere politico) in passato. Questa volta ci sarebbe il grande ostacolo di Papa Bergoglio, estraneo per tante ragioni, naturali (è straniero) e culturali, alla congregazione dei politici finto-credenti. Ma affidatevi ai vescovi (un buon numero di vescovi, uomini come Ruini, non passano invano) ed essi provvederanno a riempire le piazze con migliaia di brave famiglie omofobiche, magari un milione di adulti e bambini, con preferenza per le forti prove di fertilità.

PRIMA O POI (è appena successo), il Papa dovrà pur dire “la cosa giusta”, e far sapere che è in linea anche lui con l’idea che la legge di tutti debba piegarsi al credo (o presunto credo) religioso di una parte. Per puro caso, tutta la gente di quella parte è di destra, nel senso che, al momento giusto, voterà a destra pur di evitare che un solo bambino cada nella fossa spaventosa della famiglia con due genitori dello stesso sesso. E per evitare l’offesa a Dio di usare la parola matrimonio per ciò che matrimonio non è, e che anzi minaccia la famiglia vera.

Naturalmente anche i bambini sanno che la vera minaccia per la famiglia è che il papà, un po’ innervosito per qualche ragione, uccida la mamma a coltellate. L’epidemia di femminicidio la vedono anche loro nei telegiornali. Non risulta che la chiesa o la destra abbiano il copyright sulla parola matrimonio, ma non è il peggio di questa storia. Il peggio è la pretesa che i diritti civili di chi sceglie di vivere diversamente siano regolati dalla Chiesa, che detta letteralmente legge. Ma non date la colpa alla Chiesa. Ruini e Bagnasco sono uomini politici, in buona armonia con i politici che si travestono da credenti perché la loro fede politica non tollera l’espandersi dei diritti civili anche in Italia.

Sanno però che, da soli e allo scoperto, non ce la farebbero mai a prevalere sul buon senso e sul dovere, sentito da molti, di portare l’Italia al livello degli altri Paesi civili. l politici di destra allora chiedono alla Chiesa (quella parte della Chiesa con cui c’è sempre stato un fitto scambio di favori) di fare il lavoro sporco: intervenire in nome di Dio, invece che nel nome, di rilevanza un po’ diversa, di Alfano, Meloni o Casa Pound, e delle brave famiglie che vogliono i bambini degli altri in orfanotrofio, piuttosto che in una famiglia (che non deve chiamarsi famiglia) gay.

Se a questo punto collocate anche la prigione come pena per il reato di maternità surrogata all’estero, dopo avere sparso la notizia falsa che tutti i Paesi puniscono questo “reato”, voi avete costruito il focolare della destra. E basterà un minimo sforzo politico per mettere su questa folla già attratta in grandi numeri da coloro che disprezzano e detestano i diritti degli altri, la cappa di un nuovo, adeguato partito che, in nome di un Dio della vendetta, si prenda cura di stroncare queste e altre pretese dei radical chic. È evidente che, nel momento in cui una legge viene impedita o viene riscritta perché, ti dicono, non è conforme alla fede, siamo di fronte a una Sharia rovesciata: pretendere dalla Chiesa di trasformare in dogma superstizioni e credenze di una parte politica.

Furio Colombo    Il Fatto 24 Gennaio 2016

 

vedi: Pensiero Urgente n.178)

Crocifisso, un paese a laicità limitata

Unioni civili, non parliamo di laici contro cattolici

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