Emiliano Zapata (1879-1919) rivoluzionario messicano

 

Abbiamo bisogno di pensieri alti, di volare alto in questo orrore della “nuda vita” a cui il progetto criminale globale chiamato Grande Reset ci costringe e ci costringerà.

L’uomo/donna accartocciato su se stesso per la paura, indotta dai media servili, del fantomatico virus-peste nera è e sarà sempre più ridotto, secondo i progetti del Grande Reset, a strisciare tra un buco e l’altro dove nascondersi. Senza più dignità e senza più nessuna consapevolezza di sè se non quella di potersi ammalare ( per approfondire vedi gli articoli a questo link : http://www.gruppolaico.it/category/rassegna-stampa/emergenza-rassegna-stampa/.

Per questo il volto non gli serve più e se lo fa mascherare dai criminali che ci governano in nome del Grande Reset. Il volto è comunicazione, base dell’azione politica in senso ampio, come splendidamente ci dice Agamben. Ma se tutto è ridotto a correre per rifugiarsi in un buco, per scampare al fantomatico virus e alle sue dodicimila presupposte varianti, volto e politica non servono più.

L’”uomo talpa” ( leggi questo articolo: La “tana” di Kafka insegna: abbiamo paura del ritorno alla normalità ) non ha bisogno di un volto, per questo i covidioti stanno tanto bene con la mascherina e non se la toglieranno più. Anche perchè, parafrasando il titolo di un mediocre film giallo di Carlo Vanzina del 1985  “Sotto il vestito niente“, sotto la mascherina niente. E forse proprio per questo al covidiota la mascherina piace tanto… (GLR)

 

 

 

Le Pelerìn di Renè Magritte (1898-1967 ), 1966

 

Il volto e la morte

Sembra che nel nuovo ordine planetario che si va delineando due cose, apparentemente senza rapporto fra loro, siano destinate a essere integralmente rimosse: il volto e la morte. Cercheremo di indagare se esse non siano invece in qualche modo connesse e quale sia il senso della loro rimozione.

Che la visione del proprio volto e del volto degli altri sia per l’uomo un’esperienza decisiva era già noto agli antichi: «Ciò che si chiama “volto” – scrive Cicerone – non può esistere in nessun animale se non nell’uomo» e i greci definivano lo schiavo, che non è padrone di se stesso, aproposon, letteralmente «senza volto».

Certo tutti gli esseri viventi si mostrano e comunicano gli uni agli altri, ma solo l’uomo fa del volto il luogo del suo riconoscimento e della sua verità, l’uomo è l’animale che riconosce il suo volto allo specchio e si specchia e riconosce nel volto dell’altro.

Il volto è, in questo senso, tanto la similitas, la somiglianza che la simultas, l’essere insieme degli uomini. Un uomo senza volto è necessariamente solo.

Per questo il volto è il luogo della politica. Se gli uomini avessero da comunicarsi sempre e soltanto delle informazioni, sempre questa o quella cosa, non vi sarebbe mai propriamente politica, ma unicamente scambio di messaggi. Ma poiché gli uomini hanno innanzitutto da comunicarsi la loro apertura, il loro riconoscersi l’un l’altro in un volto, il volto è la condizione stessa della politica, ciò in cui si fonda tutto ciò che gli uomini si dicono e scambiano.

Il volto è in questo senso la vera città degli uomini, l’elemento politico per eccellenza. È guardandosi in faccia che gli uomini si riconoscono e si appassionano gli uni agli altri, percepiscono somiglianza e diversità, distanza e prossimità.

Se non vi è una politica animale, ciò è perché gli animali, che sono già sempre nell’aperto, non fanno della loro esposizione un problema, dimorano semplicemente in essa senza curarsene. Per questo essi non s’interessano agli specchi, all’immagine in quanto immagine.

L’uomo, invece, vuole riconoscersi e essere riconosciuto, vuole appropriarsi della propria immagine, cerca in essa la propria verità. In questo modo egli trasforma l’ambiente animale in un mondo, nel campo di una incessante dialettica politica.

Gli amanti di Renè Magritte (1898-1967), 1928

Un paese che decide di rinunciare al proprio volto, di coprire con maschere in ogni luogo i volti dei propri cittadini è, allora, un paese che ha cancellato da sé ogni dimensione politica.

In questo spazio vuoto, sottoposto in ogni istante a un controllo senza limiti, si muovono ora individui isolati gli uni dagli altri, che hanno perduto il fondamento immediato e sensibile della loro comunità e possono solo scambiarsi messaggi diretti a un nome senza più volto.

E poichè l’uomo è un animale politico, la sparizione della politica significa anche la rimozione della vita: un bambino che nascendo non vede più il volto della proprio madre rischia di non poter più concepire sentimenti umani.

Non meno importante che il rapporto col volto è per gli uomini il rapporto con i morti. L’uomo, l’animale che si riconosce nel proprio volto, è anche il solo animale che celebra il culto dei morti.

Non sorprende, allora, che anche i morti abbiano un volto e che la cancellazione del volto vada di pari passo alla rimozione della morte.

A Roma, il morto partecipa al mondo dei vivi attraverso la sua imago, l’immagine plasmata e dipinta sulla cera che ogni famiglia conservava nell’atrio della propria casa.

L’uomo libero è, cioè, definito tanto dalla sua partecipazione alla vita politica della città che dal suo ius imaginum, il diritto inalienabile di custodire il volto dei suoi antenati e di esibirlo pubblicamente nelle feste della comunità. «Dopo la sepoltura e i riti funebri – scrive Polibio – veniva posta nel punto più visibile della casa l’imago del morto in un reliquiario di legno e questa immagine è un volto di cera fatto a esatta somiglianza sia per la forma che per il colore».

Queste immagini non erano soltanto oggetto di una memoria privata, ma erano il segno tangibile dell’alleanza e della solidarietà fra i vivi e i morti, fra passato e presente che era parte integrante della vita della città. Per questo svolgevano una parte così importante nella vita pubblica, tanto che si è potuto affermare che il diritto alle immagini dei morti è il laboratorio in cui si fonda il diritto dei vivi. Ciò è tanto vero che chi si era macchiato di un grave crimine pubblico perdeva il diritto all’immagine.

E la leggenda vuole che quando Romolo fonda Roma, fa scavare una fossa – detta mundus, « mondo » – in cui lui stesso e ciascuno dei suoi compagni gettano una manciata della terra da cui provengono. Questa fossa veniva aperta tre volte l’anno e si diceva che in quei giorni i mani, i morti entravano nella città e prendevano parte all’esistenza dei vivi.

Il mondo non è che la soglia attraverso la quale i vivi e i morti, il passato e il presente comunicano.

Si comprende allora perché un mondo senza volti non possa essere che un mondo senza morti. Se i vivi perdono il loro volto, i morti diventano soltanto dei numeri, che, in quanto erano stati ridotti alla loro pura vita biologica, devono morire soli e senza funerali.

E se il volto è il luogo in cui, prima di ogni discorso, comunichiamo con i nostri simili, allora anche i vivi, privati del loro rapporto col volto, sono, per quanto si sforzino di comunicare con i dispositivi digitali, irreparabilmente soli.

Il progetto planetario che i governi cercano di imporre è, dunque, radicalmente impolitico. Esso si propone anzi di eliminare dall’esistenza umana ogni elemento genuinamente politico, per sostituirlo con una governamentalità fondata soltanto su un controllo algoritmico.

Cancellazione del volto, rimozione dei morti e distanziamento sociale sono i dispositivi essenziali di questa governamentalità, che, secondo le dichiarazioni concordi dei potenti, dovranno essere mantenuti anche quando il terrore sanitario sarà allentato. Ma una società senza volto, senza passato e senza contatto fisico è una società di spettri, come tale condannata a una più o meno rapida rovina.

Giorgio Agamben, filosofo  (Testo pubblicato sulla «Neue Zürcher Zeitung», 30 aprile 2021)

Giorgio Agamben è filosofo e scrittore. La sua opera è tradotta e commentata in tutto il mondo. Con il progetto Homo sacer ha segnato una svolta nel pensiero politico contemporaneo.

 

I criminali e i politici del Grande Reset si servono di scienziati servili e altrettanto criminali per dare un supporto “rigorosamente” scientifico alle loro vessazioni pseudo sanitarie e pseudo scientifiche ( mascherina, vaccino, tamponi, distanziamento, coprifuoco, DAD) in vista dell’uomo/donna addomesticato come un cane da passeggio, previsto dalla “nuova normalità” teorizzata dal Grande Reset. Così accade da noi con il comitato tecnico scientifico, così capita dovunque.

Naturalmente gli scienziati, i medici e i ricercatori dissidenti ( e sono tantissimi) non hanno e non devono avere parola sui media: metti che a un covidiota gli venga un dubbio su tutto ciò che sta accadendo… (GLR)


 

 

Lo scientismo come nuova religione

“La scienza non è democratica” è il nuovo mantra utilizzato come scudo per allontanare chiunque provi a manifestare un pensiero divergente da quello accreditato dalla vulgata dominante e per questo inconfutabile, non passibile a critiche di alcun tipo.

Ilaria Bifarini

Il monito è molto efficace, ed emana quell’autorevolezza che ci si aspetta dal rigore e dall’inaccessibilità della scienza, intesa come campo esclusivo di un élite di esperti, la cui competenza e preparazione implicano qualità tali da giustificare un certo distacco dal popolo, il demos appunto.

Mai come in questo periodo di diffusione della paura collettiva legata al Covid-19 la scienza, o come meglio vedremo la sua degenerazione scientista, ha avocato a sé il ruolo di padre primigenio, che sorveglia i propri figli e impone loro la propria indiscussa autorità.

Ma cosa è la scienza?

Sciens, participio presente del verbo latino scire, sapere, essa comprende quel sistema di cognizioni acquisito con lo studio e la riflessione. Ricostruire la genesi della scienza richiederebbe un trattato a sé, ed esula dall’obiettivo della nostra esposizione; peraltro esiste già una vasta e importante letteratura in merito da poter esaminare.

Già nella cultura classica i filosofi greci distinguevano due diverse forme di conoscenza, l’opinione (doxa), fondata sull’esperienza sensibile e perciò ingannevole e incerta, e la scienza (epistème), basata sulla ragione e dunque fonte di conoscenza sicura e incorruttibile.

A segnare un punto di svolta nell’ambito della gnoseologia, la teoria della conoscenza, è Socrate, che attraverso il procedimento dell’induzione preconizza la nascita del metodo scientifico. La sua è una rivoluzione copernicana del sapere, che scuote il pensiero filosofico e il sentire generale del tempo. Cosa è in grado di conoscere l’essere umano? Chi è davvero sapiente? domanda Socrate.

La risposta è che “è sapiente solo chi sa di non sapere, non chi s’illude di sapere e ignora così perfino la sua stessa ignoranza.

Socrate

La vera conoscenza per il filosofo greco non è insegnabile, il maestro può solo condurre l’allievo a generarla da sé, attraverso l’arte della maieutica. Essa infatti non proviene dall’esterno, ma nasce all’interno dell’individuo, da quel luogo che è l’anima e di cui Socrate può essere riconosciuto come il primo scopritore nella cultura occidentale.[i]

Il metodo socratico rappresenta un elemento portante nello sviluppo epistemologico, cui si ispireranno sia l’età dell’Umanesimo che quella dell’Illuminismo, dove l’interesse per la scienza troverà massima espressione, elevandosi a ideale contro l’oscurantismo, l’intolleranza e ogni forma di assolutismo.

Lo scientismo contemporaneo

L’approccio odierno alla scienza la allontana notevolmente dal suo fine massimo di raggiungimento del sapere quale emancipazione dell’essere umano, attraverso il percorso arduo e incessante della ricerca della conoscenza.

Al contrario, lo scientismo attuale costringe l’individuo dentro una gabbia ristretta di norme e dogmi che appaiono imperscrutabili al comune intelletto, divenendo roccaforte di un gruppo di eletti, forti del prestigio conferito loro dall’appartenenza a enti rappresentativi del sapere in quello specifico settore.

Rinnegando la strada percorsa dai grandi scienziati del passato che pagarono con la propria vita l’aver messo in dubbio le credenze contemporanee, gli attuali preferiscono muoversi nel solco del conformismo e dell’omologazione.

Non c’è spazio per il dubbio, elemento fondamentale della ricerca della sapienza, ma solo per l’assertività, la dogmaticità inconfutabile e autoreferenziale delle proprie affermazioni.

Uno scientismo imperante e anti-dialogico sta contaminando tutti gli ambiti della conoscenza, con una smania positivista che ha pervaso persino le scienze umane. Così nell’economia, la cui radice etimologica [ii] –oikos nomia, legge della casa, della sua amministrazione – non lascerebbe dubbi circa la natura sociale di questa scienza.

Eppure, a partire dal liberismo ottocentesco prima e dalla sua cristallizzazione attraverso il neoliberismo attuale, tra gli economisti è invalsa la credenza categorica di trattare l’economia alla stregua di una scienza esatta, come la fisica o le scienze naturali.

In un saggio dal titolo “Il Negazionismo economico” [iii] due economisti francesi, ripresi poi dal mondo accademico, dichiarano che siamo giunti a un punto in cui l’economia avrebbe acquisito il rango delle scienze sperimentali, come la medicina e la biologia, per cui molte questioni potrebbero essere trattate da un gruppo di esperti nello stesso modo in cui si testa un medicinale.

Questa conquista sarebbe però oggi messa in discussione da una frangia di individui che, con un certo disprezzo, vengono definiti “esperti autoproclamati”, i quali oserebbero negare con metodi non scientifici la verità contenuta nelle riviste del settore. Essi si presenterebbero all’opinione pubblica come difensori del bene comune, ma in realtà sarebbero una sorta di ciarlatani, che agiscono secondo la strategia del negazionismo.

Questa disposizione all’ostracizzazione e al disprezzo manifesto verso chiunque metta in discussione una teoria accreditata e prevalente negli ambienti accademici e istituzionali è diffusa ormai in tutte le branche del sapere.

Durante l’emergenza legata al coronavirus, ma già prima, alcuni autorevoli virologi hanno fatto massiccio ricorso a tale atteggiamento nei confronti di chiunque mettesse in dubbio la natura e la letalità del nuovo virus, di cui peraltro essi stessi hanno dimostrato una scarsa conoscenza, costretti a smentire più volte le proprie tesi, proclamate con grande convincimento.

Il concetto di competenza, utilizzato come fortezza per difendersi dalle incursioni dei dissidenti, viene sganciato da ogni riferimento alla misurazione dei risultati raggiunti e all’attendibilità delle previsioni dichiarate.

L’unico parametro di valutazione diventa la legittimità degli attori, il prestigio che viene loro tributato dall’appartenenza a enti e istituzioni riconosciuti. Secondo un meccanismo autoreferenziale e capace di riprodursi senza interruzione, nell’ambito della ricerca scientifica vengono privilegiati e incentivati coloro che sono in grado di portare prove a sostegno di un modello già universalmente riconosciuto.

Si giunge al paradosso per cui a essere premiato e legittimato è proprio chi adotta un metodo anti-scientifico, parlando in termini socratici, con il risultato che l’adesione a una teoria preesistente prevale sul senso critico e sulla ricerca della verità.

Il bisogno di un padrone

La tendenza attuale è quella di sostituire la pratica del dubbio sulla conoscenza con l’accettazione e la divulgazione secondo un registro fideistico, che non lasciano spazio allo spirito innovativo e all’approccio sperimentale.

In questa cornice è accaduto che nel XXI secolo un virus di tipo parainfluenzale, molto contagioso e piuttosto letale rispetto alla sua famiglia, ma che non ha nulla a che vedere con le grandi pestilenze del passato, sia stato combattuto con l’isolamento forzato, un metodo che risale al Medioevo se non all’Antico Testamento, che non si riscontrava nei paesi dell’Europa occidentale da secoli.

Metodi di dubbia efficacia, che riportano più a una questione di pensiero magico che di razionalità scientifica, hanno fatto leva sulla paura della popolazione.

Ai politici e ai cittadini è stato chiesto di adeguarsi alla verità promulgata dalla nuova scienza, quale dottrina del mondo contemporaneo, totalitarista e reazionaria ma capace di fare larga presa sulla popolazione. Una massa che, come ce la descrive Freud, è “fondamentalmente conservatrice in senso assoluto, ha una profonda ripugnanza per tutte le novità e tutti i progressi e un rispetto illimitato per la tradizione”. [iv]

Attraverso una comunicazione sensazionalistica, basata su immagini forti e cariche di dolore, l’individuo ha subito un lavaggio del cervello, si è trovato di colpo a convivere con il pensiero e l’immagine incombente della morte, che aveva sempre rifuggito attraverso l’iperattivismo lavorativo e sociale.

L’immaginario collettivo è stato subissato di testimonianze provenienti dai reparti ospedalieri di pazienti morenti, familiari straziati, medici martiri ed eroi, fino a culminare con la rappresentazione ultima del trapasso, le bare, trasportate addirittura da convogli militari, simbolo dell’ordine precostituito che subentra al caos.

Armi che da sempre vengono utilizzate per far presa sulla massa che, in quanto tale “può venir eccitata solo da stimoli eccessivi. Chi desidera agire su essa non ha bisogno di coerenza logica tra i propri argomenti; deve dipingere nei colori più violenti, esagerare e ripetere sempre la stessa cosa. [v]

L’effetto suggestione è stato potente, un panico collettivo si è impossessato dell’intera popolazione che, senza distinzione di età e di condizioni fisiche, sebbene la pericolosità del virus fosse sensibile a tali parametri, si è abbandonata totalmente al verbo dei virologi della vulgata dominante, quella accreditata e amplificata dai media.

Adottando una forma di superstizione per placare la propria angoscia, i cittadini hanno aderito alle disposizioni imposte e rispettato pedissequamente la reclusione domiciliare forzata, mettendo da parte persino le preoccupazioni economiche legate all’impossibilità di lavorare.

A chi osava dissentire dalle imposizioni prescritte per il bene comune è stato riservato un trattamento punitivo severo ed esemplare, finalizzato a dissuadere la popolazione dalla ribellione all’autorevolezza dello scientismo scambiato per scienza.

L’atteggiamento totalizzante di obbedienza ha ingenerato la nascita spontanea di delatori tra la popolazione e la piena adesione al nuovo culto sanitario, oggettivato attraverso il feticcio della mascherina, utilizzata da alcuni persino in luoghi all’aperto e isolati.

Se i sociologi denunciano oggigiorno un crescente allontanamento dalla Chiesa come fenomeno diffuso in tutto l’Occidente e un aumento del laicismo, permane nell’individuo il bisogno ineludibile di una guida autorevole, che gli indichi cosa è giusto e cosa sbagliato, dove sta il male e come tenerlo lontano.

Nella visione freudiana religione e scienza sono in conflitto tra loro,[vi] in quanto entrambe assolverebbero alla funzione di soddisfare la sete umana di conoscenza e di placare l’angoscia degli uomini di fronte ai pericoli e alle alterne vicende della vita.

Ma l’aspetto principale in cui esse si distinguerebbe in modo sostanziale consiste nel fatto che, mentre la religione indica precetti ed emana divieti e limitazioni, la scienza si limita a indagare e rilevare. Dunque entrambe mirano agli stessi obiettivi ma con mezzi profondamente differenti, che vedono la scienza avulsa dall’utilizzo dell’azione coercitiva.

Possiamo affermare che oggi tale disputa è superata: la nascita di una nuova creatura, la religione scientista, ha surclassato entrambe le istanze, adottando – in modo tendenzioso e tale da non dare adito al dubbio – la metodologia scientifica per finalità proprie di una religione.

Questa nuova entità metafisica è in grado di rispondere ai bisogni di protezione da parte del soggetto che fa parte della massa, alla sua volontà di de-responsabilizzarsi e all’esigenza di attenersi a rigidi divieti imposti da un’autorità alla collettività intera, in modo da sentirsi tutti uguali al cospetto del padre primigenio.

Le affermazioni degli scienziati vengono accolte come dei dogmi indiscussi e le loro prescrizioni come dei culti da rispettare.

Riproducendo il sistema di premi d’amore e di punizione del bambino, la fede scientista consente all’uomo di permanere in uno stato di minorità e di soddisfare i desideri e i bisogni dell’infanzia, che si sono protratti fino all’età adulta.

La veste scientifica rende la nuova religione più adatta di quelle tradizionali allo spirito dei tempi, in cui la paura della morte e il rifiuto di accettare la caducità della vita umana hanno preso il soprassalto sull’amore per la vita stessa e la ricerca di un senso etico: per paura di morire l’uomo sceglie di non vivere.

A essere appagata è la pulsione di morte, che trova così espressione nella rinuncia alla vita reale.

Ilaria Bifarini, economista  in https://ilariabifarini.com/ 26/4/2021

Note:

[i] G. Reale, Introduzione a Socrate e la nascita del concetto occidentale di anima, Vita e Pensiero, 1997, pg. 16.

[ii] I. Bifarini, Inganni economici, falsi miti di una scienza sociale, pubblic. Indipendente, 2019.

[iii] P. Cahuc, A. Zylberberg, Le Négationnisme économique, Flammarion, 2016.

[iv] S. Freud, Il Disagio della civiltà e altri saggi, Bollati Boringhieri, 2014, pg 74.

[v] S. Freud, Il Disagio della civiltà e altri saggi, Bollati Boringhieri, 2014, pg 7

[vi] S. Freud, Introduzione alla psicoanalisi, Bollati Boringhieri, 2019, pg 568.

 

ANNO II DEL REGIME SANITARIO

 

 

 

Per approfondire i temi proposti da questo articolo clicca sui “tag” in fondo alla pagina.

In particolare leggete:

Il Grande Reset. La Grande Risistemazione (18). Eco-sanitar-digital fascismo.

Considerazioni al tempo del regime sanitario (13). Il filosofo Agamben e il tradimento della scienza

Considerazioni al tempo del regime sanitario (10). Meglio sudditi e senza carne che morti.

Discorso sulla dignità al tempo della "nuova normalità".

 

 



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