Riflettiamo sulle cose inutili, inattuali e che quasi nessuno ascolta o cerca più. Riflettiamo sulle cose che non producono profitto, che “non servono”, che non sono necessarie per guadagnare, fare carriera e farsi gli affari propri.

Riflettiamo, ad esempio, sull’orrore della scuola 4.0 ( leggi QUI) a servizio della famigerata transizione digitale, più efficiente, più produttiva di vecchie cose come storia, filosofia ed educazione artistica.

Riflettiamo sull’importanza immensa di essere inattuali all’epoca del progetto criminale globale chiamato Grande Reset, con la sua “nuova normalità” e la sua Agenda 2030 ( leggi QUI).

Riflettiamo su parole di Resistenza, di Memoria, di Dignità, di Anima, di Umanità, di Amore, di Gratuità, di Pensiero, di Riflessione, di Meditazione, di Essenzialità, di Bellezza, di Arte, di Poesia, di Spiritualità, di Etica, di Libertà, di Dovere, di Verità, di Sacrificio, di Santità, di Pietà, di Laicità, di Storia, di Consapevolezza, di Conoscenza, di Senso critico,  che nessuno ( o quasi) vuole più ascoltare o che ritiene inutili, superate, vecchie, obsolete, antiquate, desuete, arretrate per il futuro “mondo nuovo” del Grande Reset.

Riflettiamo come su questa nostra inattualità inascoltata nel dire, nel dire, nel dire quelle parole, nel proporle insistentemente (inascoltati) e testardemente ( obstinate contra), nel viverle personalmente possiamo costruire la nostra vera grandezza, il senso vero della nostra vita, il nostro essere ancora liberi e non schiavi asserviti. La nostra splendida, anche se dolorosa, dignità libera.

Riflettiamo su come la nostra inattualità inascoltata e inutile sia il segno grande della nostra non complicità, correità, collusione con l’orrore che si sta preparando e a cui troppi e troppi si piegano.


 

La nostra Resistenza al Grande Reset pseudo-sanitario, pseudo-ecologico e digitale e al suo “prodotto”: un mostruoso uomo/donna “normalizzato/a” ignorante, insensibile, incolto, rozzo, zotico, analfabeta ( anche con laurea), servile, acritico ma “utile”, digitalizzato, “chippato“, efficiente, produttore, consumatore e già quasi robot. ” Anime morte”, come scrisse nel 1842 Nikolaj Gogol.

La nostra Resistenza al mondo orribile, disumano, barbaro, brutale che si sta preparando giorno dopo giorno anche se, per questa nostra Resistenza, rimaniamo soli, isolati, incompresi, respinti, emarginati, non capiti, non accettati, non accolti, non omologati, non più “amati”, non più stimati, non più valorizzati. Sarà questa solitudine la nostra grandezza! (GLR)


La solitudine: bisogna essere molto forti
per amare la solitudine; bisogna avere buone gambe
e una resistenza fuori del comune; non si deve rischiare
raffreddore, influenza o mal di gola; non si devono temere
rapinatori o assassini; se tocca camminare
per tutto il pomeriggio o magari per tutta la sera
bisogna saperlo fare senza accorgersene; da sedersi non c’è;
specie d’inverno; col vento che tira sull’erba bagnata,
e coi pietroni tra l’immondizia umidi e fangosi;
non c’è proprio nessun conforto, su ciò non c’è dubbio…

Non c’é cena o pranzo o soddisfazione del mondo,
che valga una camminata senza fine per le strade povere
dove bisogna essere disgraziati e forti, fratelli dei cani.

Pier Paolo Pasolini, da ” Versi dal testamento“, 1971




Sui vantaggi di non essere ascoltati

Inattuale è innanzitutto quella parola che si rivolge a un pubblico che in nessun caso potrà riceverla. Ma proprio questo definisce il suo rango.

Se un libro che si rivolge solo ai suoi lettori deputati è poco interessante e non sopravvive al pubblico cui era diretto, il prezzo di un’opera si misura invece proprio dalla temerarietà con cui interpella coloro che non potranno accettarla.

Profezia è il nome di questa speciale temerarietà, destinata a restare inaudita e illeggibile.

Ciò non significa che essa conti di essere un giorno – per ora lontano – riconosciuta: un’opera resta viva solo finché vi sono lettori che non possono accettarla.

La canonizzazione, che rende obbligatoria la sua accettazione, è infatti la forma per eccellenza del suo deperimento.

Solo in quanto mantiene nel tempo una parte di inattualità l’opera può trovare i suoi autentici lettori, cioè quelli che dovranno scontare l’indifferenza o l’avversione degli altri.

L’arte della scrittura non consiste perciò soltanto, com’è stato suggerito, nel dissimulare o lasciare non dette le verità a cui si tiene maggiormente, quanto innanzitutto nella capacità di selezionare il pubblico che non vorrà riceverle.

Va da sé che questa selezione non è il frutto di un calcolo o di un progetto, ma solo di una lingua che non concede nulla all’attualità – cioè alle regole che definiscono ciò che si può dire e il modo in cui dirlo.

Che sia limpida e ferma – o, come spesso avviene, oscura e balbettante – profetica è in ogni caso quella parola, la cui efficacia è precisamente funzione del suo restare inascoltata.

Giorgio Agamben, filosofo, quodlibet.it   13/10/2023

Filosofo italiano di fama mondiale. Ha scritto opere che spaziano dall’estetica alla filosofia politica, dalla linguistica alla storia dei concetti, proponendo interpretazioni originali di categorie come forma di vita, homo sacer, stato di eccezione e biopolitica. Già dal 2020 ha preso posizione contro la strategia del Grande Reset.

 

 

 

La meravigliosa utilità dell’inutile

Fermate il mondo, voglio scendere.  Lo pensiamo in tanti, anelando pezzi di vita, ritagli di tempo, luoghi sicuri in cui sfuggire una realtà ogni giorno più disumana.  Ferisce la dittatura dell’utile, del calcolo in denaro, un’ esistenza in cui tutto è mezzo e nulla è fine.

Ogni gesto, ogni aspetto della vita deve “servire”, ossia avere un esito calcolabile. Tutto il resto è un costo, un intollerabile sfregio all’altare dell’utile.

Invece no: la felicità è in ciò che è fatto gratuitamente, senza secondi fini: la gioia di ciò che non serve, la meravigliosa utilità dell’inutile, di ciò che è fatto per amore ed è perciò  “al di là del bene e del male( F. Nietzsche, 1844- 1900).


Lo sperimentò Niccolò Machiavelli (1469-1527) allorché- allontanato dagli affari di Stato per motivi politici – dovette ritirarsi in campagna. Dove, come scrisse in una lettera ( del 10/12/1513) all’amico ambasciatore Francesco Vettori, finiva per “ingaglioffirsi” in occupazioni volgari sino a quando, venuta la sera, tornava a casa ed entrava nel suo piccolo studio:

E in sull’uscio mi spoglio quella veste cotidiana, piena di fango e di loto, e mi metto panni reali e curiali; e rivestito condecentemente, entro nelle antique corti delli antiqui huomini, dove, da loro ricevuto amorevolmente, mi pasco di quel cibo che solum è mio e ch’io nacqui per lui; dove io non mi vergogno parlare con loro e domandarli della ragione delle loro azioni; e quelli per loro humanità mi rispondono; e non sento per quattro hore di tempo alcuna noia, sdimentico ogni affanno, non temo la povertà, non mi sbigottisce la morte: tutto mi transferisco in loro.

Per il segretario fiorentino la conoscenza era il pane di cui vivere. Per tutti è un  modo per ritrovare il senso della vita e sperimentare ciò che davvero vale, senza cartellino del prezzo e codice a barre.

L’esistenza non è una sequenza di momenti, atti, gesti “utili”, né siamo al mondo semplicemente per perseguire l’interesse inteso nei  termini di beni materiali accumulati e successo personale.  Tanto più in un tempo in cui la violenza della legge  umana – dei peggiori tra gli uomini- stabilisce che il “migliore interesse” di una bambina malata , la povera Indy- è essere uccisa dalle mancate cure. Quella vita era inutile, un costo, uno scarto che “non serve”.

Tutto il nostro progresso è finito in un orribile buco nero di disumanità in nome dell’utile, l’ interesse deciso da un potere maligno.

Serve ritornare al cuore, il muscolo che fa vivere e cadenza le emozioni.  Rifugiarsi nel cuore è dare ascolto alla parte migliore di noi stessi.

Machiavelli trovava nella cultura, nella meditazione, nelle infinite domande suscitate dalla misteriosa sintonia tra cuore e cervello, anima e ragione, la ragione per la quale vivere.

 

Uguale è l’esortazione che Dante (1265- 1321) fa pronunciare a Ulisse ai compagni nel periglioso viaggio verso l’ ignoto: fatti non foste a viver come bruti, ma a seguir virtute e canoscenza. Nessuno pratica più la virtù, e la conoscenza si è trasformata in angusto specialismo, l’angolino di sapere utile alla “vita activa”. Stiamo diventando bruti centrati sul piacere, l’interesse e l’utile. Inutile è tutto ciò che non può essere messo a reddito o scambiato sul mercato.

Non è dalla benevolenza del macellaio, del birraio o del fornaio che ci aspettiamo il nostro pranzo, ma dal fatto che essi hanno cura del proprio interesse, ammonisce Adam Smith (1723-1790). E sia, l’uomo è anche ciò che mangia. Anche. Altrimenti non sarebbe diverso dall’animale.

La cultura di cui Smith fu l’araldo lavora per ridurci a bestie: a questo porta la dittatura dell’utile, dell’immediato e del piacere.

Viviamo nel regno dell’usura che pretende sacrifici umani: Indy uccisa da un’algida sentenza di un giudice imparruccato, la violenza spietata delle guerre, la morte offerta come soluzione con disgustosa inversione, giacché l’interesse del forte è il sacrificio è del debole, il regno di Shylock che pretende a garanzia il corpo stesso del debitore. “ La penale sia una libbra esatta/della vostra carne bianca, da tagliare/ E prendere in quella parte del vostro corpo/ che più mi piacerà”.

La sordida disumanità di un mondo che tutto riduce a merce, partita doppia, dare e avere, incurante dell’essere.


A che servono la letteratura o l’arte? Del tutto inutile è la filosofia, che pone domande a cui spesso non trova risposte. Meglio il macellaio di Adam Smith, che conosce il prezzo  della carne, non fa sconti ed è utile alla società. Nulla è più inutile della bellezza. La rosa è senza perché, fiorisce perché fiorisce; non pensa a sé, non si chiede se la si veda oppure no,  osservò  il mistico Angelo Silesio (1624- 1677).

All’uomo contemporaneo della rosa interessa solo il prezzo, valutato in relazione all’uso che se ne può fare, conquistare una donna, scusarsi per un torto. Valore d’uso: nullo. Valore di scambio, modesto, giacché la rosa non può essere barattata o posta a pegno, delicata e fragile com’è. Però è perfetta, profumata, riempie i sensi di gioia ed eleva il cuore allo sguardo. La rosa è necessaria perché rende felici e perché è bella.


Filosofia spicciola di animi perdenti? Povera e nuda vai, Filosofia, dice la turba al vil guadagno intesa ( Petrarca, 1304-1374). Il ruolo della filosofia- amore per il sapere, arte di porre domande, indagine sui perché- è rivelare agli uomini l’utilità dell’inutile e la bellezza dei saperi liberi da finalità utilitaristiche.


Scuola di Atene, Raffaello Sanzio (1509/11)

 

Gli uomini primitivi, dalla vita durissima, un giorno impararono a usare le dita come pennelli. Qualcuno tra loro dipinse i graffiti nelle grotte di Altamira. Furono i primi artisti, i primi uomini a fare qualcosa di inutile: quelle immagini che rappresentavano il mondo circostante non servivano a nulla, anzi distoglievano dalle mille necessità di un’esistenza precaria, carica di insidie. Si sentirono felici- pienamente umani-  nonostante quei segni sulla roccia non fossero nel loro “migliore interesse”.

L’ uomo inventava cose utili, a partire dal dominio del fuoco e dalla ruota, imparava a sottomettere la natura, ma accanto a ciò che era vantaggioso, utilizzabile, voleva qualcosa di più. Ossia, levava lo sguardo verso l’alto, l’oltre. Monili da indossare, oggetti decorativi, abiti; perfino gli utensili, oltreché adempiere specifiche funzioni, dovevano essere di aspetto gradevole; l’uomo inventava la bellezza e se ne innamorava, ricreandola nelle opere.

Riconosceva di non essere un bruto o una bestia, a differenza di molti contemporanei, circondati dal brutto e ad esso indifferenti. Le prime forme di arte trascendevano funzioni del corpo: il canto-  l’uso della voce- la poesia, capacità di creare bellezza attraverso le parole, la danza, l’armonia del movimento. Nietzsche scrisse che avrebbe potuto credere solo in un Dio che danza.


Non siamo certi quanto il principe Myshkin ( protagonista de “L’Idiota” di F. Dostoevskij, 1821-1881) che la bellezza salvi il mondo; sicuramente la bruttezza lo rovina, sfigurandolo. Ma la bellezza – come la filosofia, come la poesia- non serve a nulla. Carmina non dant panem, recita il motto, eppure Gesù rispose al diavolo tentatore che non di solo pane vive l’uomo. Mediocri consolazioni, rivincite morali di chi non possiede beni materiali ? Avere è lo scopo dell’esistenza. Chi non ha è uno sconfitto.

Ma felicità e possesso non camminano insieme: l’ economista Richard Easterlin (1926) dimostrò che i popoli ricchi non sono i più felici. La società dei consumi è programmaticamente nemica della felicità: crea bisogni indotti che si rivelano, una volta soddisfatti, vacui, non appaganti, costringendo ad alzare la posta, pena l’insoddisfazione, porta dell’infelicità.

Inutile, apparentemente , è giocare. Occupazione infantile, priva di scopo. Tuttavia, accanto all’homo faber, l’artefice che trasforma il mondo, simbolo dell’utile, sonnecchia a ogni età l’homo ludens, colui che gioca, ovvero vive fuori dalla tirannia utilitaria.

Johann Huizinga (1872- 1945) dimostrò che la dimensione ludica è connaturata all’uomo, il quale ha bisogno del divertimento, del riso, parti integranti dello sviluppo, del mantenimento della civiltà, dell’equilibrio della vita . Il gioco non è  utile, non serve , nasce ed è vissuto prima della costruzione identitaria e della comprensione della realtà. La cultura stessa ha origine in forma ludica: ogni cosa è dapprima “giocata”. Nei giochi la collettività esprime la sua interpretazione della vita e del mondo. (J. Huizinga, Homo ludens).

Giocare è atto libero, estraneo alla vita ordinaria; avviene entro un “cerchio magico” con tempi e spazi peculiari; crea ordine e non ha interesse materiale. Il gioco ci fa “abbandonare ad un altro mondo” oltrepassando i limiti della mera funzione biologica; è  un elemento istintuale, ma senza finalità di sussistenza o sopravvivenza. Si colloca nella sfera spirituale.Mi pare che l’Homo Ludens indichi una funzione almeno tanto  essenziale come quella del fare e che meriti un posto accanto all’homo faber” (Huizinga).


Pure, l’homo calculans ha tratto dal gioco una teoria che studia modelli matematici di interazione tra agenti razionali. La teoria dei giochi interessa le scienze sociali, la logica e l’ informatica, si applica ad una vasta gamma di relazioni comportamentali, diventa scienza delle decisioni logiche negli esseri umani e nei calcolatori.

Strano destino del gioco, inutile, imperdibile felicità in ogni tempo dell’esistenza. Gli uomini, ahimè, non possono fare a meno di combattersi, per qualcosa o per nulla.

Lo testimonia un’opera d’arte, il Duello rusticano di Francisco Goya (1746- 1828), in cui due poveracci si scontrano in un paesaggio spettrale con violenza primordiale. Una lotta feroce – essa sì inutile- che terminerà con la morte di uno dei due, prigionieri di un sentimento di distruzione e supremazia.


Duello rusticano, Francisco Goya

 

L’arte, come la cultura, sa esprimere il meglio e descrivere il peggio dell’esperienza umana. Pensiamo alla mistica elevazione della pittura di Beato Angelico (1395- 1455) o all’affresco delle più basse pulsioni umane del romanzo L’Isola del Tesoro di Robert Stevenson (1850-1894), riscattate dal giovane marinaio Jim che, rinvenuta l’immensa ricchezza, si limita a catalogare monete, gioielli , pezzi d’oro e d’argento come documenti storici, realizzazioni artistiche, affascinato dai volti dei sovrani raffigurati e dalla singolare varietà delle incisioni.

La bellezza abbagliante dell’inutile nei simboli della ricchezza. Nell’Utopia di Tommaso Moro (1478- 1535) gli abitanti dell’isola che non c’è-  utopia, nessun luogo- impiegano i metalli preziosi per i vasi da notte e gli usi più vili. Nulla che possa mai avverarsi, nel regno della quantità.


Non per caso nell’ultimo mezzo secolo abbiamo assistito alla marginalizzazione di tutte le discipline dette “umanistiche”, le scienze dello spirito ( la res cogitans cartesiana) a vantaggio delle conoscenze tecniche e scientifiche, a loro volta svuotate di valore conoscitivo per essere poste immediatamente al servizio dell’utile.

E’ per questa soffocante subordinazione strumentale che la felice utilità dell’inutile viene screditata, derisa, rinchiusa nella riserva indiana. Senza la bellezza, l’arte, la gratuità, il disinteresse, viviamo nell’aridità dello spirito e nel deserto dell’anima.

In Cent’anni di solitudine, il romanzo di Gabriel Garcìa Màrquez (1927-2014), il colonnello Buendìa, dopo guerre e malefatte, “scopre con quarant’anni di ritardo i privilegi della semplicità”. Chiuso nel suo laboratorio, fabbrica pesciolini d’oro in cambio di monete d’oro, rifuse per fabbricare nuovi pesciolini. Un duro lavoro perfettamente inutile dal punto di vista pratico, ma è da quella gioia estranea al profitto che nascono l’arte, la letteratura, i gesti gratuiti e talvolta eroici, la generosità, la felicità ineffabile dell’inutile.

Lo spirito, infine: ciò che non serve, agli occhi del mercante e del contabile.

Roberto Pecchioli,  https://www.ereticamente.net/  17/11/2023

Roberto Pecchioli (1954), studioso di geopolitica, economia e storia, svolge un’intensa attività pubblicistica in ambito saggistico. Collabora con riviste e siti web di cultura e informazione indipendente. Già dal 2020 ha preso posizione contro la strategia del Grande Reset.

 

 

 

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Biocrazia!

Un mostro che  possiede il mondo e il nostro futuro.

Chi comanda nel mondo.

 

 




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