Ferruccio Parri, 1890- 1981

Gentile dottor Augias, in questi giorni dovremmo ricordare la figura di Ferruccio Parri, politico di limpida moralità nato il 19 gennaio 1890, 130 anni fa, a Pinerolo.

Cultore di Mazzini e della tradizione risorgimentale, ufficiale di stato maggiore nella Prima guerra mondiale, organizzatore con Carlo Rosselli della fuga di Filippo Turati dal confino, fondatore del Partito d’Azione e leader della Resistenza contro l’occupazione tedesca, Ferruccio Parri, da primo presidente del Consiglio dell’Italia liberata (giugno-dicembre 1945) aveva portato al potere la sua esperienza nella guerra di Liberazione, concepiva la politica come moralità, esperienza formativa imprescindibile per il rinnovamento della nazione.

Era destinato al ruolo di vittima sacrificale degli esponenti dei partiti rinati dopo la sconfitta del fascismo, interpreti delle esigenze della collettività, ma non altrettanto sensibili a scrollarsi di dosso certe inclinazioni totalitarie e ancorati a vecchie contese, a pregiudizi, a politiche compromissorie.

Lorenzo Catania — lorenzocata@tiscali.it


Ho conosciuto Ferruccio Parri, lo udii parlare al teatro Adriano a Roma quando la sua brevissima esperienza come presidente del Consiglio era già finita. Aveva parlato più da professore (era laureato in Lettere) che da capo politico, ero poco più di un ragazzo e m’aspettavo un discorso fiammeggiante contro i primi rigurgiti neofascisti che cominciavano a vedersi qua e là. Ebbi invece l’impressione di un uomo stanco, uscii un po’ deluso. Morì nel 1981.

Qualche tempo dopo quel discorso, Parri venne intervistato da Corrado Stajano che a un certo punto del colloquio gli chiese quale fosse stata la sua più profonda delusione.

Rispose: «Mah, il popolo italiano, ecco. È la cosa che mi pesa di più. Man mano che mi sono fatto una conoscenza più profonda del popolo italiano, ho toccato i suoi aspetti di scarsa educazione civile e politica. Mi riferisco alla parte prevalente del Paese, non a tutto il Paese». Immagino perfettamente il tono con cui pronunciò quelle prime terribili parole: «Mah, il popolo italiano».

L’altra parte della verità è che passati i primi mesi di confuso entusiasmo dopo la Liberazione, la vita politica riprendeva il suo corso e i grandi partiti di massa, soprattutto Dc e Pci, chiedevano di guidarlo quel corso con uno spazio proporzionato al loro peso elettorale.

Parri s’era illuso di poter rappresentare un po’ il baricentro ma aveva alle spalle solo l’esigua schiera liberal-socialista e laica degli Azionisti e dei Repubblicani. C’è un grande romanzo su quel periodo: L’Orologio di Carlo Levi (Einaudi). Vi si raccontano i primi giorni di dicembre del 1945 in cui il suo governo cadde. Racconto realistico e visionario. C’è Roma, città molle, a volte turpe, personaggi loschi, attempate bellezze che si danno via per poco, la gloria cadente delle rovine, le sigarette di contrabbando, le camionette sgangherate al posto degli autobus.

«Si trattava di decidere — scrive Levi — se quello straordinario movimento popolare che si chiamava Resistenza avrebbe avuto uno sviluppo nei fatti, rinnovando la struttura del Paese; o se sarebbe stato respinto tra i ricordi storici».

È finita come sappiamo. Di Ferruccio Parri è rimasta solo debole memoria. È stato il nostro primo “eroe borghese”.

Corrado Augias         Repubblica  19/ 1/ 2020

 

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