Ci sono due modi per combattere Salvini: fare il contrario di ciò che farebbe se fosse al governo (per dimostrare che c’è un’alternativa democratica: ma soprattutto per fare ogni volta la cosa giusta), o fare ciò che farebbe lui (per ‘non fargli un favore’, cioè per la paura di far aumentare il suo consenso).

Nel governo Conte Bis che annuncia di volersi tenere il primo decreto Sicurezza così com’è – e nel ridicolo silenzio degli intellettuali che giustamente gridavano al fascismo quando fu approvato – prevale la seconda opzione: dimostrabilmente suicida, perché sono decenni che la sinistra fa la destra, col risultato di aver plasmato un senso comune disposto ad accettare l’egemonia culturale di destra che oggi ci domina.

L’ossessione di Salvini intride e stravolge anche questioni che ne precedono di decenni l’affermazione: come quella del crocifisso di Stato, imposto nelle aule (scolastiche e giudiziarie) e in molti uffici pubblici. Colpisce che perfino un arcivescovo (quello di Monreale) arrivi a dire che la (perfino ovvia, e comunque sacrosanta) idea del ministro Fioramonti di dire basta alla presenza della croce nelle scuole della Repubblica sarebbe “un favore a Salvini”: ma davvero la Chiesa ha bisogno di misurare su Salvini il proprio intimo rapporto con l’immagine del suo Sposo che regna dal trono di umiltà del legno della croce?

La sua presenza nelle scuole fu prescritta dalla legge Casati (promulgata nel Regno di Sardegna nel 1859, e poi estesa all’Italia unita) e poi fu duramente ribadita (a colpi di circolari, decreti e ordinanze) durante il fascismo. Dopo che la revisione del Concordato del 1984 aveva esplicitamente recepito la svolta costituzionale per cui il cattolicesimo non è più religione di Stato, è mancata la parola risolutiva della Corte costituzionale: dichiaratasi incompetente perché a imporre i crocifissi sono oggi circolari ministeriali e non leggi.

I vari tentativi di intraprendere la via giudiziaria si sono fermati di fronte a una sentenza della Corte di Strasburgo del marzo 2011, che – ribaltando una sua altra sentenza – ha stabilito che il crocifisso non è, in Italia, un simbolo religioso attivo, ma un elemento culturale e identitario “passivo”, incapace di agire sulla coscienza degli alunni.

Mentre la Conferenza episcopale stoltamente esultava per quella (prematura) dichiarazione di morte del cristianesimo italiano, fu il rabbino capo di Roma a osservare che “dire che il crocifisso è simbolo culturale è, a mio parere, mancargli di rispetto”.

La mancanza di rispetto è la chiave. Imporre il crocifisso nelle scuole significa violare la laicità dello Stato e l’articolo 3 della Costituzione.

Sostenere che sia un simbolo culturale condiviso significa violare la storia, e concepire l’identità culturale proprio alla maniera di Salvini: come una fiction che esclude con la forza, non come un palinsesto che, accogliendo altre culture, si modifica.

Ridurre a simbolo dell’ordine imposto dal potere terreno (quello che obbedisce alle regole del “principe di questo mondo”, il diavolo: come dice il Vangelo) un simbolo che invece grida contro la disumanità di ogni potere significa violare il nucleo più profondo della fede cristiana: “Noi predichiamo Cristo crocifisso, scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani” (1 Cor, 1, 23).

Lo scontro è oggi tra chi (cristiano, credente in un altro dio, o ateo) sente terribilmente vivo e attivo il segno del crocifisso (e dunque non lo vorrebbe imporre, o subire), e chi lo assimila al panettone, o alla befana.

Nel don Milani che tolse la croce dalla scuola di Barbiana, l’amore per il Vangelo e l’amore per la Costituzione erano una cosa sola.

Tomaso Montanari     Il Fatto  3/ 10/ 2019

 

Vedi:  Il presepio è il Baobab di Roma

La «guerra santa» per il crocifisso

Crocifisso, un paese a laicità limitata

Ernesto Rossi, la lungimiranza della laicità

Scuola, presepe & cotechino: la banalità del razzismo


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