“Se l’Italia avesse compiuto il suo lavoro della memoria, oggi ci sarebbero così tanti cittadini pronti a giustificare e a relativizzare il fascismo? (…) Forse, in fondo, se in Italia il potere politico finora ha preferito evitare di illuminare la popolazione sul passato è per timore di forgiare uno spirito democratico che rischierebbe di metterlo in difficoltà”.

Con I senza memoria. Storia di una famiglia europea, appena pubblicato da Einaudi, la giornalista franco-tedesca Géraldine Schwarz ha compiuto un’indagine accurata, prendendo spunto da vicende della sua famiglia, sulle responsabilità e sulle amnesie di varie nazioni europee rispetto ai totalitarismi nazifascisti.

È un viaggio giornalistico e storico, ed è un esame di coscienza, che da noi nessuno ha fatto, almeno in questo modo. Magari perché, come osserva la Schwarz, “riflette un pensiero che in Italia si è fatto strada dagli anni di Berlusconi in poi: che le leggi razziali sono intollerabili, ma che senza di loro il fascismo sarebbe accettabile”. Del resto “Salvini fa parte – aggiunge – di quanti difendono il Duce. ‘Che nel periodo del fascismo Mussolini abbia costruito tante cose (…) è un’evidenza’, ha dichiarato nel gennaio 2018”. Lo dimostrano le recenti vicende, dal Salone del Libro alla presenza di Salvini al balcone di Forlì da dove parlava Mussolini.

Partendo dal nonno paterno, che per pochi marchi nel 1938, nella Germania nazista, comprò l’azienda di un imprenditore ebreo, che nel dopoguerra a lungo cercò di non risarcire, la giornalista di Strasburgo scandaglia intanto il mondo di quei milioni di mitläufer, “persone che seguono la corrente”, che, pur non essendo né nazisti né antinazisti, costituirono la base del consenso al regime e agli orrori di Hitler.

Più o meno come la nostra “zona grigia”, né fascisti né antifascisti: come in Germania, non si ribellarono alla dittatura, alle leggi razziali, alla guerra d’aggressione in Africa e poi al fianco del nazismo. Che cosa sarebbe successo se si fossero rivoltati? “ All’indomani della guerra – scrive la Schwarz – in Germania nessuno o quasi si chiedeva che cosa sarebbe accaduto se la maggioranza, invece di seguire la corrente, avesse contrastato una politica che aveva rivelato abbastanza presto l’intenzione di calpestare la dignità umana come si schiaccia uno scarafaggio”. Poi, però, in Germania le giovani generazioni hanno fatto i conti con la storia nazista.

In Italia il “lavoro della memoria”, come lo chiama Géraldine Schwarz, rispetto al fascismo, fu opera minoritaria, in gran parte delle sinistre. Ma proprio da sinistra venne l’amnistia Togliatti del 1946, che consentì non solo di non epurare i fascisti, a cominciare da quelli di Salò, ma di rimetterli ai loro posti nei gangli vitali dello Stato. Così, nel compromesso, dice la Schwarz citando Angelo Del Boca, si creò una “comoda leggenda”: “quella degli italiani che non fanno male a una mosca, ma sono un tantino ingenui e si sono lasciati manipolare da Benito Mussolini e dai nazisti”.

Il mancato “lavoro della memoria”, e l’esame di coscienza con il nazifascismo, hanno prodotto ciò che, oggi, abbiamo sotto gli occhi: non tanto il neofascismo di gruppi e gruppuscoli, che forse non morirà mai, ma quel “rozzo populismo” che “attinge dall’eurofobia, dalla xenofobia, dal razzismo e dalle promesse economico-sociali irrealizzabili”, che furono il sale del nazifascismo.

Non avere fatto i conti con il fascismo, però, non è un peccato mortale che trae origine da Berlusconi o Salvini. “Il blocco che la Democrazia cristiana – sostiene ancora la Schwarz – oppose a un onesto confronto con il passato fascista non favorì nemmeno il radicamento democratico della società italiana”. I fatti di questi giorni ne sono testimonianza inequivocabile.

Il fascismo, per dirla con Piero Gobetti, resta autobiografia della nazione.

Massimo Novelli        Il Fatto  10 maggio 2019

 

 

Sepulveda al Salone: “Attenti al fascismo”

L’unica cosa nera dei libri dev’essere l’inchiostro. «Il fascismo è l’esatto contrario della cultura», dice Luis Sepúlveda. «Sono felice che il Salone se ne sia liberato, però, attenzione, perché il fascismo italiano è il più pericoloso d’Europa. Mi conforta la batosta elettorale dell’estrema destra in Spagna, ma qui da voi ho visto scene orrende, quelle di Casa Pound contro la famiglia rom e lo striscione che inneggiava a Mussolini prima di una partita di calcio, in pieno centro a Milano. State attenti, perché chi dimentica la storia può essere condannato a riviverla».

Luis Sepulveda, scrittore cileno

E intanto il ministro dell’Interno Salvini twitta contro i librai delle Feltrinelli che non intendono esporre il suo libro-intervista pubblicato da Altaforte, che oggi sarà presentato da qualche parte a Torino: «Libri strappati, bruciati, censurati? Pazzesco. Questa è vera violenza».

Del futuro dell’Europa e dell’Italia hanno parlato anche i direttori dei più importanti giornali italiani, e Carlo Verdelli ha detto che «prima o poi qualcuno dovrà mettere mano a una legge elettorale pensata per un sistema che non esiste più. Sicuramente l’Italia sarà difficilmente governabile per molti anni a venire».

L’onda nera di Altaforte ha scosso non pochi dei protagonisti del Salone del Libro, anche adesso che si è placata. «Sono sollevata che Altaforte sia stata esclusa dal Salone», dice la scrittrice irlandese Catherine Dunne. «E non si parli di censura, è prevenzione: non bisogna permettere alla tossicità del fascismo di diffondersi, occorre fermare sempre lo sviluppo di queste idee di odio».

C’è anche chi, come don Luigi Ciotti, ha appena pubblicato una Lettera a un razzista del terzo millennio. «Guai confondere certe aberrazioni con il folklore o con deboli nostalgie malate. Fascismo e razzismo possono tornare anche perché una certa politica ha soffiato per anni sul fuoco, e ora si presenta come pompiere. Mi fa paura questa violenza dei fatti che è figlia della violenza delle parole, di una degenerazione totale del linguaggio. Etica e politica hanno divorziato da tempo».

È come se le provocazioni avessero suscitato una reazione più forte, per alcuni versi inaspettata. Lo racconta Carla Nespolo, presidentessa dell’Anpi, alla presentazione del libro su Tina Anselmi staffetta partigiana. «Non bisogna mai smettere di resistere. C’è un momento, e questo lo è, in cui bisogna scegliersi senza contarsi, come quando lo fecero i partigiani inseguendo il loro sogno di libertà. Io però non credo che i fascisti in Italia siano diventati di più, ma si sentono più forti perché più protetti e questo non possiamo consentirlo. CasaPound fuori dal Salone? Non ci vogliamo confrontare col pensiero fascista mai, non siamo sullo stesso piano, l’Italia e la Costituzione sono antifasciste. Guai, però, se si smetterà di insegnare la storia ai ragazzi».

Perché, come ha spiegato Michela Murgia, «il fascismo non è un’ideologia ma un metodo: pochissimi ammettono di esserlo, ma in troppi applicano quel metodo. Conosco persone che erano di sinistra e ora dicono “io non sono fascista, ma”». Quel “ma” è il bordo del pozzo, ovviamente nero. Basta niente per finirci dentro.

Maurizio Crosetti       La Repubblica  11 maggio 2019

 

Vedi:   Perché la letteratura della Resistenza dovrebbe essere la nostra epica moderna

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L’Europa ha deciso che comunismo e fascismo sono la stessa cosa. È una pericolosa equivalenza.

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Pensiero Urgente n. 276)


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