Nel 1994, quando Berlusconi arrivò in politica e vinse, con lui era sceso in campo il ceto medio, il mondo delle partite Iva, la piccola imprenditoria, vogliosi di mettersi in proprio e di costruirsi una loro proiezione pubblica, diventando protagonisti. Era una specie di istinto di classe (difensivo e aggressivo nello stesso tempo) che si faceva partito, prendendo forma politica e cambiando il paesaggio dell’intero sistema. Ventiquattro anni dopo non c’è un blocco sociale che porta i suoi interessi dentro il gioco istituzionale, non c’è un ceto che aspira alla guida della cosa pubblica. Quella che è in atto è una cosa diversa: una grande sostituzione.

Non avendo il Paese una vera e propria classe dirigente, ma soltanto dei network che si autotutelano perpetuandosi, non ne aveva nemmeno una di ricambio, un gruppo di emergenti che aspettava la sua occasione per affacciarsi al comando. Prosciugate le culture politiche in cui è vissuto e cresciuto l’Occidente, non c’era nemmeno un bacino di storia alternativa a cui fare riferimento, conoscendone valori e ideali.

Non restava che pescare nel nulla, nella spontaneità di un movimento che è un fenomeno sociale più che un partito, disancorato dalla vicenda storica europea del dopoguerra, senza legami con le culture politiche di altri Paesi, abituato a vivere solo nel presente, generato com’è dalla delusione della rappresentanza trasformata in rabbia e risentimento.

Chi viene da un altrove, senza passato e dunque senza vincoli, non può evidentemente garantire esperienza e competenza, ingredienti indispensabili ad ogni vero progetto politico di cambiamento. Ma può realizzare qualcosa che è infinitamente più basico e insieme più universale di un cambiamento, e cioè una generale sostituzione.

Siamo arrivati a questo punto perché la politica ha esaurito qualcosa di fondamentale, che l’ha animata per tutto il Novecento: la capacità di generare speranza. Non essendo una risorsa naturale, la speranza nasce dai progetti, dal carisma delle leadership, dall’autenticità delle proposte, da un’idea del mondo e della vicenda umana capace di convincere, di appassionare e di coinvolgere.

Insieme con la fine (tardiva) delle ideologie, si sono rinsecchite anche le idee, il concetto della politica come costruzione di un progetto collettivo, il sentimento della storia: la coscienza di agire dentro un’avventura comune, da difendere, aggiornare e interpretare per poterla tramandare. Siamo disancorati, dunque preda del vento del momento, e nell’estemporaneità la narrazione soppianta la storia, il gesto prevale sul pensiero, il segno prende il posto del significato, la rappresentazione sostituisce la rappresentanza.

Proprio la crisi della rappresentanza è l’altra ragione dell’indebolimento della politica. In un’epoca in cui esplode la trama dei contatti, s’infittisce la rete delle relazioni e crescono gli istituti di democrazia diretta che ci chiedono di esprimerci, ci sentiamo scoperti di fronte al carattere globale delle vicende che ci sovrastano, poco protetti, più soli, non tutelati.

Le contraddizioni ci confondono; se tutto è globale non abbiamo più una scala su cui misurare gli eventi che ci incalzano e valutare le risposte appropriate, vilipendiamo governi e parlamenti, ma intanto chiediamo loro di governare a mani nude fenomeni epocali, siamo contro l’Europa e i suoi vincoli, poi soffriamo della sproporzione tra una politica domestica e l’universale che viene a bussare alle nostre finestre.

Aggiungiamo la perdita di identità delle due grandi forme del pensiero politico europeo, la destra e la sinistra, diversamente svuotate e trasformate entrambe. La crisi economico-finanziaria del decennio ha imposto l’egemonia della “necessità”, un’egemonia apparentemente disarmata, senza mandanti e senza ideologia, che porta le diverse politiche a conformarsi e ad assomigliarsi, dentro una neutralità democratica senza più forti passioni e senza nette distinzioni, come se la visione del mondo fosse una soltanto e per sempre, e come se capitalismo e democrazia non avessero entrambi bisogno di una critica costante, di un pensiero.

Questa politica indistinta, che non trasmette speranze, che non garantisce una effettiva rappresentanza, che non può domare la globalizzazione, è probabilmente la cifra degli anni che stiamo vivendo: non riusciamo a governare ciò che abbiamo prodotto.

Ma gli effetti nella vita del Paese sono devastanti, perché la crisi ha diviso, atomizzato, disperso. Ha selezionato, spinto ai margini. Ha rotto il vincolo di necessità e di responsabilità che fino a ieri teneva in collegamento tra di loro le parti alte e quelle più basse della scala. In una parola, la crisi ha riformattato il sociale, e la politica non c’era, o era gregaria.

Il risultato è sotto gli occhi. Ci sono i nuovi esclusi. C’è il ribellismo della piccola borghesia. E ci sono i dimenticati, una folla di individui isolati che sì sentono tagliati fuori, scoprono che miserie e frustrazioni non si sommano più come un tempo, non trovano più un traduttore politico che le trasporti dentro le grandi categorie del discorso pubblico.

Ci sono però due nuove opzioni politiche: una, quella leghista, coltiva questo risentimento impaurito e gli fornisce una cornice politica simbolica, popolata da bersagli concreti, l’immigrazione, l’Europa, il cosmopolitismo, il mondo aperto. L’altra, quella grillina, nobilita questa rabbia e questa invidia sociale portandola in politica cosi come, senza mediazioni e trasformazioni, scagliandola contro i partiti, le istituzioni, la corruzione, l’Europa.

Sono due espressioni politiche istintuali, due radicalità simmetriche, con linguaggi e movenze simili, che pescano nella stessa pancia del Paese, e propongono non un cambiamento, una nuova politica, una correzione di rotta, ma appunto una radicale sostituzione.

Una politica sommaria, dunque, da giudizio di Dio, dove non conta chi arriva ma solo chi se ne va, purché se ne vada. Per tutti questi caratteri, si tratta di due proposte populiste, una ferocemente di destra, l’altra mimetica e mutante, un qualunquismo radicale che ha pescato voti ovunque purché contro. Entrambi, oggi che hanno vinto ma non hanno i voti per governare, chiedono agli altri (come testimonia la lettera di Di Maio a Repubblica) quelle prove di responsabilità che loro hanno sempre negato in passato, e fino all’altro ieri: magari in streaming.

La vera responsabilità, a destra, sarebbe quella di separare finalmente anche in Italia i moderati dai populisti, cosa che Berlusconi non ha mai voluto fare, fino a subire un’opa definitiva da Salvini. E a sinistra, la responsabilità è chiara: ricostruire quel che si è perduto (ben più del voto), stando all’opposizione con la propria gente e con le proprie idee. Ritrovate.

Ezio Mauro     La Repubblica  8/3/2018

 

vedi:  Il Sud abbandonato e la scelta di abbracciare i partiti della rabbia

Perché perde la sinistra

La politica al tempo dell'esecutivo

Se la sinistra dimentica il socialismo


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