Il 23 agosto del 1927 muoiono giustiziati sulla sedia elettrica nel penitenziario di Charlestown (Boston, USA) NICOLA SACCO (36 anni) e BARTOLOMEO VANZETTI (39 anni) anarchici italiani.

Vanzetti nacque a Villafalletto nel Cuneese figlio di un agricoltore. A vent’anni entra in contatto con le idee socialiste e, dopo la morte della madre, decide di partire per l’America nel 1908, miraggio di una vita migliore per gli italiani dei primi del Novecento. Stabilitosi nel Massachusets, milita in gruppi anarchici e nel 1916, per sfuggire all’arruolamento, si trasferisce in Messico.

È qui che stringe amicizia con Nicola Sacco un calzolaio proveniente dalla provincia di Foggia (da Torremaggiore) e anch’egli attivista anarchico. Da allora, Nick e Bart diventano inseparabili e frequentano i circoli anarchici americani. Vanzetti, al processo, descriverà così l’esperienza dell’immigrazione:

“Al centro immigrazione ebbi la prima sorpresa. Gli emigranti venivano smistati come tanti animali. Non una parola di gentilezza, di incoraggiamento, per alleggerire il fardello di dolori che pesa così tanto su chi è appena arrivato in America.”

Nick e Bart vissero e lavorarono nel Massachusetts facendo i mestieri più disparati come consuetudine in quegli anni per gli immigrati (alla fine Sacco divenne operaio in in un calzaturificio e Vanzetti pescivendolo) e professando le loro idee socialiste di colore anarchico e pacifista.

Il movimento anarchico difendeva i diritti degli operai sfruttati nelle fabbriche e lottava contro le condizioni in cui versavano gli immigrati italiani ( che allora erano considerati “sporchi, brutti e cattivi”) organizzando marce sit-in e scioperi e subendo molto spesso dure repressioni poliziesche nonostante che i gruppi anarchici a cui appartenevano Nick e Bart non fossero violenti.

Il 5 maggio 1920 Nick e Bart vennero arrestati perché nei loro cappotti nascondevano volantini anarchici e alcune armi. Tre giorni dopo i due vennero accusati anche di una rapina avvenuta a South Baintree, un sobborgo di Boston, poche settimane prima del loro arresto, in cui erano stati uccisi a colpi di pistola due uomini: il cassiere della ditta – il calzaturificio Slater and Morrill – e una guardia giurata.

Il processo istituito contro di loro non giunse mai alla certezza di prove accusatorie sicure, ma fu fortemente condizionato dall’ansia di placare un’opinione pubblica furiosa e avvelenata dalla violenza, a cui bisognava dare dei colpevoli e dal pretesto fornito dall’evento per la scalata al successo personale del giudice Thayer e del pubblico ministero Katzmann. I due anarchici italiani dovevano fungere quindi da capri espiatori per l’ondata repressiva lanciata dal presidente USA Woodrow Wilson contro la «sovversione» di cui soprattutto gli stranieri erano accusati.

Sacco e Vanzetti durante il processo

Di certo Sacco e Vanzetti pagarono per le loro idee anarchiche e idealiste e per il fatto di far parte di una minoranza etnica disprezzata ed osteggiata come quella italiana. Non da meno pesarono le azioni violente e terroristiche dell’altra ala del pensiero anarchico dei primi anni del secolo (ad es. Gaetano Cresci e Giovanni Passanante) e non ultimo alcune contraddizioni della linea difensiva.

Sacco e Vanzetti ribadirono fino all’ultimo la loro innocenza ma furono comunque condannati ( il giudice li chiamò “bastardi anarchici”) nonostante nel 1925 un pregiudicato ( Celestino Madeiros) si accusasse di aver partecipato alla rapina assieme ad altri complici scagionando completamente i due italiani e nonostante appelli e manifestazioni di solidarietà e di richiesta di assoluzione da parte dell’opinione pubblica mondiale: a nulla erano valsi la mobilitazione della stampa, la creazione di comitati in Europa e negli USA per la liberazione degli innocenti e gli appelli più volte lanciati dall’Italia.

Vanzetti rivolgendosi alla giuria che lo condannava così interpretè il loro sacrificio:

“Mai vivendo l’intera esistenza avremmo potuto sperare di fare così tanto per la tolleranza, la giustizia, la mutua comprensione fra gli uomini”.

Marianna Zambelli, moglie di Sacco, e Luigina Vanzetti (che nel 1927 affrontò l’oceano reale e quello della sua disperazione per assistere il fratello Bartolomeo nel momento più tragico) condivisero il tremendo dolore di questa ingiustizia.

Il 23 agosto 1927 alle ore 00:19, dopo sette anni di udienze, i due uomini vennero uccisi sulla sedia elettrica a distanza di sette minuti l’uno dall’altro (prima toccò a Sacco e poi a Vanzetti). La loro esecuzione innescò rivolte popolari a Londra, Parigi e in diverse città della Germania ed anche nell’Italia fascista. I corpi dei due anarchici furono cremati e le due urne contenenti le ceneri furono trasportate da Luigina Vanzetti in Italia dove sono custodite nei cimiteri dei loro comuni d’origine.

Nel 1977 dopo che il caso era stato più volte riaperto, il governatore del Massachusetts, Michael s. Dukakis, riabilitò le figure di Sacco e Vanzetti, scrivendo (nel documento che proclama per il 23 agosto di ogni anno il S.&V. Memorial Day) che:

“Il processo e l’esecuzione di Sacco e Vanzetti devono ricordarci sempre che tutti i cittadini dovrebbero stare in guardia contro i propri pregiudizi e l’intolleranza verso le idee non ortodosse, con l’impegno di difendere sempre i diritti delle persone che consideriamo straniere per il rispetto dell’uomo e della verità”.

Manifestazione per la liberazione di Sacco e Vanzetti

Nel 1971 il regista Giuliano Montaldo propose uno straordinario film, Sacco e Vanzetti, che narra le vicende dei due Anarchici interpretati magnificamente da Gian Maria Volontè (Vanzetti) e Riccardo Cucciolla ( Sacco).

L’estrema coerenza e convinzione nei valori professati da Sacco e Vanzetti mai rinnegati fino alla fine e non ultimo il forte legame di amicizia che li tenne uniti e spiritualmente vicini per tutta la loro esistenza (anche nel momento in cui salirono sulla sedia elettrica) sono un grande esempio di coraggio di stoicismo e di umanità su cui tutti dovremmo riflettere e confrontarci.

Sacco e Vanzetti si ritenevano giustamente vittime del pregiudizio sociale e politico: Vanzetti per questo rivolse per l’ultima volta al giudice Thayer il 9 aprile 1927 un discorso di altissimo valore morale e di grande dignità che riportiamo integralmente nel sito del GLR a questo indirizzo:  Ultime parole ai giudici di Bartolomeo Vanzetti

Nicola Sacco scrisse al figlio Dante, nei giorni precedenti l’esecuzione, un’ultima lettera di straordinario valore morale e umano che il figlio potrà ricevere solo molto tempo dopo. Trovate il testo della lettera sul sito del GLR a questo indirizzo L'ultima lettera di Nicola Sacco al figlio.

 

Vedi:  Quando i razzisti ce l’avevano con noi

Sacco e Vanzetti, quando gli italiani erano «bastardi»


 


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