Testimonianza – Un testo dell’avvocato filosofo napoletano Gerardo Marotta racconta la parabola (triste) dell’Istituto italiano di studi filosofici. In occasione dell’addio a Gerardo Marotta, pubblichiamo lo stralcio di un lungo testo dell’avvocato, l’ultimo che ci ha inviato.

 

Ancora oggi, ai nostri giorni, si assiste a Napoli e in tutto il Paese alla mancanza di cultura politica e non si riesce a formare un governo, un Consiglio regionale o un Consiglio comunale capace davvero di governare. Il Mezzogiorno è pieno di persone intelligenti ma che non sanno governare perché la cultura filosofica e politica fu estirpata completamente dalla controrivoluzione del 1799. Tanto che nella Storia del Regno di Napoli Benedetto Croce osserva che dopo la controrivoluzione, le stragi e le condanne a morte volute dal Borbone “non un filo di filosofia (e quindi di filosofia del diritto e di diritto pubblico) vi fu a Napoli”.

Il massacro della cultura filosofica e politica era avvenuto inesorabilmente. In Italia ci furono sì grandi personalità come Francesco Saverio Nitti, Luigi Einaudi, Giustino Fortunato e tanti altri, ma tutte figure isolate, mai un gruppo di uomini politici e di borghesia forte e colta che potesse realizzare una buona politica per il Paese.

A Napoli dopo la Liberazione, il movimento del Gruppo Gramsci condivise, tra l’indifferenza e il sospetto dei partiti politici, la cultura dello Stato risorta a nuova vita proprio per merito di noi giovani gramsciani. A poco a poco fummo estraniati dai partiti che riducevano la loro attività alla pratica politica e, dispregiando con furia lo Stato, ci costrinsero all’isolamento. Esattamente come, negli Anni 80 dell’Ottocento, dopo la morte di Bertrando Spaventa, gli hegeliani di Napoli furono isolati subendo persino gli assalti della camorra nell’università di Napoli con coltelli e bastoni per interrompere le lezioni.

Con la fine della Destra Storica e l’avvento della sinistra trasformista finì il Risorgimento italiano con la disperazione di Luigi Settembrini, che moriva proprio nel dicembre 1876 e lasciava al suo editore Antonio Morano il ricordo dei tanti dolori sofferti nelle lotte risorgimentali e nell’ergastolo di Santo Stefano e “il ritornare con la mente al miserando stato in che dopo tante speranze, era ricaduta la sua patria diletta gli faceva troppo male”.

Accanto a questa disperazione di Settembrini morente vogliamo ricordare la forte protesta di Vittorio Imbriani contro l’ascesa al governo della sinistra trasformista, una politica perversa che non lasciò più l’Italia e che si protrasse anche dopo la gloriosa Costituzione.

Bastava studiare la vicenda risorgimentale per far comprendere a tutti noi del gruppo giovanile, allievi di Adolfo Omodeo, che – dopo l’approvazione della grande Costituzione italiana, frutto della lotta di Liberazione – non era stata attuata la liberazione civile del Paese e nemmeno una nuova legislazione (come denunziavano Piero Calamandrei, tutti i collaboratori della rivista Il Ponte ed altri giuristi e uomini di cultura come Galante Garrone, Norberto Bobbio, Arturo Carlo Jemolo, Antonio Banfi, Ranuccio Bianchi Bandinelli).

Ma noi allievi di Adolfo Omodeo e di Antonio Gramsci, noi che ci ispiravamo agli hegeliani di Napoli, a Bertrando e Silvio Spaventa creatori dello Stato risorgimentale, comprendemmo l’enorme errore della cultura italiana, un errore che era consistito nel credere e nell’affermare che non era necessario lo Stato, perché al governo del Paese era più che sufficiente la “società civile”.

Non si accorsero che nella società civile prevalevano i mercatanti, gli appaltatori, le forze finanziarie. Nella società civile non aveva prevalenza la coscienza etica della nazione, che solo nella forma Stato – cioè lo Stato della cultura, delle accademie e di tutte le forze culturali – c’erano energie e consapevolezza per imporre una legislazione sociale, una redistribuzione della ricchezza e un luogo dove risvegliare la coscienza civile attuando la liberazione civile.

Solo nello Stato il popolo italiano avrebbe trovato la forza per respingere, diceva Adolfo Omodeo, i tentativi delle vecchie classi dirigenti di rimpadronirsi del potere: l’Italia non doveva tornare indietro, bisognava impedire – come aveva avvertito Benedetto Croce in Filosofia e Storiografia nel 1948– la fine della civiltà.

E questa volta, aveva scritto Croce, non sarebbe stato il semplice passaggio da una civiltà a un’altra, perché la prevalenza delle forze barbariche “avrebbe distrutto per secoli, come si vede tutt’ora con la distruzione delle biblioteche e di tutti i segni della civiltà. Di ciò gli esempi non occorre cercarli nelle storie remote, perché le offrono quelle dei giorni nostri in tanta copia che perfino se n’è in noi attutito l’orrore”.

Dopo più di vent’anni di esilio – dedicati alla professione e alla cultura, in particolare a costruire una biblioteca – vennero improvvisamente da Roma il Presidente dell’Accademia Nazionale dei Lincei Enrico Cerulli ed Elena Croce, la figlia del filosofo: mi dissero commossi che l’Europa era in grave declino e che era necessario far rivivere a Napoli una generazione che si ispirasse a quella grande tradizione cancellata e distrutta dalla controrivoluzione e dal genocidio del 1799, come avevamo compreso noi del Gruppo Gramsci nel dopoguerra.

Così il 27 maggio 1975 ci incontrammo con Enrico Cerulli, Elena Croce, Pietro Piovani e Giovanni Pugliese Carratelli nella sede dell’Accademia Nazionale dei Lincei, tra scienziati e filosofi, per fondare un’accademia come quella suggerita da Leibniz a Pietro il Grande e a tutti i re d’Europa per dar manforte agli Stati, secondo il disegno di Giovanni Pugliese Carratelli sulle tracce di Federico Cesi fondatore dell’Accademia dei Lincei. Con l’aiuto di Carlo Azeglio Ciampi creammo un formidabile vivaio di oltre mille uomini di cultura che imparavano perfino l’italiano per venire a Napoli a ricostruire l’umanesimo napoletano come fonte di tutta la cultura europea.

Questa è la storia nostra, che è stata raccontata parzialmente da Ermanno Rea, ma occorrerebbero volumi per spiegare il massacro e il martirio che abbiamo subìto durante la nostra esistenza per vedere alla fine buttati i nostri libri sullo stesso marciapiede dove gli squadristi di Mussolini gettarono la biblioteca di Francesco Saverio Nitti.

Intanto il trasformismo continua e peggiora sempre più, le previsioni di Pasquale Saraceno si sono avverate: ha vinto quel blocco sociale che è padrone assoluto della società civile. L’Europa è condannata a subire la sorte della Grecia antica, che dagli splendori della civiltà ateniese finì dominata da molti, da ultimi i turchi che riempirono di armi il tempio costruito da Fidia.

Gerardo Marotta (1927- 2017), filosofo e avvocato         Il Fatto 29 gennaio 2017

 

vedi:  Dello spirito libero

La memoria e la storia

Contro il populismo serve più cultura

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