Il 27 settembre del 1956  muore a Firenze  PIERO CALAMANDREI (67 anni) Padre della Costituzione Italiana, “Cantore” della Resistenza, Padre Costituente e Combattente per la giustizia come giurista, come uomo politico, come uomo di cultura.

Calamandrei è uno dei più grandi Maestri dimenticati: NORBERTO BOBBIO ( 1909- 2004 ) ci ha lasciato un ricordo che mostra il tratto fondamentale della sua vita e della sua opera:

“Il significato profondo della vita di Calamandrei, ciò che rese la sua figura umana così affascinante, si può riassumere brevemente in queste parole: passione e lotta per la giustizia. Combatté per la giustizia come giurista, come avvocato, come riformatore di leggi, come scrittore politico, come uomo politico, in genere come uomo di cultura”.

Di antica famiglia di giuristi (suo padre, professore e avvocato, deputato repubblicano d’ispirazione mazziniana), si era laureato a Pisa nel 1912 e nel 1915 diventa professore di diritto processuale civile all’Università di Messina e, tolta la parentesi della prima guerra mondiale, insegnerà a Modena (1918), a Siena (1920) e, dal 1924 sino ai suoi ultimi giorni, all’università di Firenze di cui fu rettore.

Calamandrei partecipa alla prima guerra mondiale come volontario con il grado di sottotenente e per il suo valore è promosso capitano e decorato con la croce di guerra. Durante il conflitto prende le difese di otto soldati accusati di aver abbandonato il posto di combattimento e riesce ad ottenere per loro una sentenza mite. Dopo la guerra,nonostante la promozione a tenente colonnello, preferì riprendere la carriera accademica tornando agli studi e pubblica opere fondamentali di argomento giuridico, tutte ispirate a quella che rimarrà la sua preoccupazione fondamentale come studioso di diritto e avvocato, vale a dire la certezza  del diritto intesa quale garanzia fondamentale di libertà.

Nel 1919 incontra e collabora con GAETANO SALVEMINI e nel 1920 è fra i fondatori insieme ai FRATELLI ROSSELLI del Circolo di Cultura di Firenze e l’avvento del fascismo lo portò ad impegnarsi contro la dittatura.  Il Circolo il 31 dicembre1924, dopo essere stato devastato dagli squadristi, fu definitivamente chiuso per ordine prefettizio.

La violenza fascista non spaventò Calamandrei, che partecipò alla pubblicazione della prima rivista antifascista Non mollare dal gennaio 1925 e con DINO VANNUCCI (1895- 1937), ERNESTO ROSSI e i fratelli Rosselli all’associazione clandestina combattentistica “Italia Libera“, che avrebbe più tardi ispirato il movimento “Giustizia e Libertà” e poi il Partito d’Azione.

Calamandrei interviene, protesta, assume la difesa di Salvemini, aderisce all’Unione Nazionale Antifascista promossa da GIOVANNI AMENDOLA, sottoscrive il manifesto degli intellettuali antifascisti redatto da Benedetto Croce (1925) e dopo il consolidarsi della dittatura tornò ai suoi studi giuridici (sua è l’Introduzione allo studio delle misure cautelari del 1936), pur mantenendo sempre i contatti con l’emigrazione antifascista. Durante il ventennio fascista fu uno dei pochissimi professori e avvocati a non chiedere la tessera del partito fascista ma nel 1931 giurò fedeltà al regime.

Al pari di molti altri giuristi, l’unica attività pubblica di Calamandrei fu in quegli anni la partecipazione ai lavori di riforma dei codici:  il suo contributo al nuovo codice di procedura civile del 1942 fu notevole. Egli partecipò a questo lavoro vivendolo come una forma di resistenza cercando, da giurista, di spuntare o limare gli estremismi ideologici della più ambiziosa opera legislativa concepita dal regime fascista. Infine si dimise da professore universitario per non sottoscrivere una lettera di sottomissione al «duce» che gli veniva richiesta dal Rettore dell’università di Firenze del tempo. Riprenderà l’attività come rettore alla caduta del fascismo.

L’atteggiamento di Calamandrei, scrisse Bobbio “fu di solitario disdegno…”, poiché “…verso i padroni e i loro servitori, non si saprebbe dire quale dei due detestasse di più“.

Calamandrei nel 1941 aderisce al movimento “Giustizia e Libertà” e nel 1942 fu, a Roma, tra i fondatori del Partito d’Azione. Durante gli anni della guerra, dal 1939 al 1945 tenne un diario che ci rivela la sua angoscia per le sorti della civiltà minacciata dai totalitarismi e la fede sincera nell’ideale della patria intesa, con Mazzini, come ideale di libertà. In nome di quell’ideale annota l’11 aprile 1940 che gli inglesi e i francesi e i norvegesi che resistono a Hitler, “sono ora la mia patria”. E in nome del medesimo ideale scrive, il 1 agosto 1943:

“Veramente la sensazione che si è provata in questi giorni si può riassumere, senza retorica, in questa frase: si è ritrovata la patria: la patria come senso di cordialità e di comprensione umana esistente tra nati nello stesso paese, che si intendono con uno sguardo, con un sorriso, con un’allusione: la patria, questo senso di vicinanza e di intimità che permette in certi momenti la confidenza e il tono di amicizia tra persone che non si conoscono, di educazione e di professione diverse, e che pur si riconoscono per qualcosa di comune e di solidale che è più dentro. Ah, che respiro!”

Dopo l’8 settembre 1943, inseguito da un mandato di cattura, si rifugiò in Umbria. Di qui seguì, dopo alcuni dubbi iniziali, “con trepidazione e fierezza” la nascita e l’espansione del movimento partigiano, mantenendo contatti e collaborando con la Resistenza, nella quale fu particolarmente attivo il figlio FRANCO CALAMANDREI (1917- 1982).

Dopo la Liberazione, Calamandrei fu nominato membro della Consulta nazionale e dell’Assemblea Costituente in rappresentanza del Partito d’Azione. Quando nel 1947 il PdA si sciolse, entrò a far parte del Partito socialdemocratico, per il quale fu eletto deputato nel 1948. Nel 1953, contrario alla “legge truffa”, sostenuta anche dai socialdemocratici, prese parte, con l’amico FERRUCCIO PARRI, alla fondazione di “Unità Popolare“, che contribuì ad impedirne l’approvazione. Fondatore del settimanale politico-letterario Il Ponte, che diresse dopo la Liberazione per dodici anni, Calamandrei fu anche direttore di varie riviste giuridiche.

Molto apprezzato dai cultori del Diritto, il suo Elogio dei giudici scritto da un avvocato: l’amore per la giustizia è il cuore della religione laica di Calamandrei ed esorta i giudici a non dimenticare che la vera giustizia non schiaccia gli esseri umani, ma li protegge e li aiuta a vivere con dignità al riparo dai soprusi, dalle umiliazioni, da ogni forma di arbitrio.

In un discorso ai giovani, giustamente celebre tra i tanti che tenne in varie parti d’Italia, a Milano nel 1955, nel salone dell’Umanitaria, affermava:

“Quindi, voi giovani alla Costituzione dovete dare il vostro spirito, la vostra gioventù, farla vivere, sentirla cosa vostra, metterci dentro il vostro senso civico, la coscienza civica, rendersi conto – queste è una delle gioie della vita – rendersi conto che ognuno di noi nel mondo non è solo, che siamo in più, che siamo di un tutto, nei limiti dell’Italia e del mondo”.

E’ un appello, quello di Calamandrei, all’agire politico nobile, ad una visione della politica come “scienza della libertà”: che non è la libertà individualistica, l’individualismo infatti afferma il tragico orgoglio dell’uomo che considera la propria sorte staccata da quella degli altri che il fascismo ha portato ad etica suprema con l’urlo animalesco del “me ne frego!” (in nome di questo poi si schiacciano popoli e nazioni). La libertà da Calamandrei, invece, è intesa come interdipendenza:

“Libertà come consapevolezza della solidarietà umana che unisce in essa gli individui e i popoli, come coscienza della loro dipendenza scambievole; come condizione di giustizia sociale (…) I popoli saranno veramente liberi quando si sentiranno, anche giuridicamente, “interdipendenti”. Il federalismo, prima che una dottrina politica, è la espressione di questa raggiunta coscienza morale della interdipendenza della sorte umana, che intorno ad unico centro si allarga con cerchi sempre più larghi, dal singolo al comune, dalla regione, dall’unione supernazionale alla intera umanità”.

Calamandrei tra il 1946 e la sua morte s’impegnò per creare una nuova “religione civile” centrata sulla Costituzione e la Memoria della Resistenza di cui divenne il “Cantore” in ogni occasione, proprio nel periodo del dopoguerra in cui iniziò l’oblio della Resistenza per convenienze politiche legate alla Guerra Fredda. Questo suo impegno aveva anche lo scopo di fermare la visione fascista ancora presente in Italia:

“Si era trattato, diceva Calamandrei, di un arido ventennio di diseducazione, passato sulle menti come una carestia morale. Bisognava impedire che gli elementi essenziali di questa carestia transitassero intatti nella nuova Italia repubblicana”.

Svolse questa “missione” con scritti, interventi pubblici, politici e rievocazioni della Resistenza anche attraverso l’epigrafia di cui divenne un grandissimo autore: memorabile per efficacia, l’epigrafe  dettata per la Lapide ad ignominia (1952), che il Comune di Cuneo dedicò al generale nazista, criminale di guerra, Albert Kesselring.

“Le macerie lasciate dal fascismo sono state quelle che ci hanno obbligato a riedificare lo spazio pubblico con una religione civile”, spiega lo storico Giovanni De Luna e tutti i comandamenti sono nella Costituzione. Disse Calamandrei:

“La Carta è una cosa bellissima, però vive nella mente e nel cuore delle persone. Si deve incarnare nella concretezza di movimenti collettivi. Non è una conquista data una volta per tutte: va rinnovata in continuazione, attraverso la partecipazione politica”.

Ebbene questa conquista non può nascere dalla “desistenza”, che è sinonimo di passività, rassegnazione, ignavia, assenza di futuro, ma al contrario nasce dalla “resistenza” che parte, scrive Calamandrei, da un “sussulto morale che è stato la ribellione di ciascuno di noi contro la propria cieca e dissennata assenza”. Per questo “ora e sempre RESISTENZA” come scriverà spesso.

In quegli anni partecipò a molti processi: al processo del 1956 contro DANILO DOLCI, accusato di aver fomentato manifestazioni per il lavoro in Sicilia, Calamandrei rivolge ai giudici queste parole:

“Voi dovete aiutarci, signori giudici, a difendere questa Costituzione che è costata tanto sangue e tanto dolore; voi dovete aiutarci a difenderla, e a far sì che si traduca in realtà. Vedete, in quest’aula, in questo momento non ci sono più giudici e avvocati, imputati e agenti di polizia: ci sono soltanto italiani: uomini di questo Paese che è finalmente riuscito ad avere una Costituzione che promette libertà e giustizia».

Morì a Firenze qualche mese dopo, il 27 settembre 1956, per le complicazioni di un intervento chirurgico e venne sepolto a Firenze nel Cimitero Monumentale di Trespiano, dove si trovano anche i Fratelli Rosselli, Gaetano Salvemini, Ernesto Rossi e SPARTACO LAVAGNINI (1889- 1921), tutti campioni dell’antifascismo come lui.

Calamandrei è un maestro che si è fermato e ci aspetta. Da ciò che egli ci ha lasciato noi dobbiamo trarre le ragioni e la forza per affrontare le lotte del nostro tempo” ( Maurizio Viroli)

 

vedi:   Calamandrei: " La rivoluzione sulla Carta inizia riconoscendo i diritti sociali”

Il compito degli uomini della Resistenza non è ancora finito



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