La laicità, che nella stagione del Concilio sembrava aver recuperato all’interno della Chiesa cattolica nuovo slancio, attraversa oggi una situazione di stallo e persino di involuzione. Il ritorno del clericalismo in una forma piú sofisticata (ma non meno pericolosa) con il conseguente depotenziamento dell’autonomia laicale, la rinascita di tentazioni integraliste che finiscono per non rispettare l’ambito proprio della politica (e piú in generale di tutte le attività terrestri) e, infine, l’affermarsi di un fondamentalismo etico che pretende di imporre allo Stato le proprie posizioni in campo legislativo sono altrettanti indici del tentativo della Chiesa di invadere spazi che non le competono, mettendo perciò seriamente a rischio il riconoscimento e il rispetto della laicità. Ma come oggi si manifesta tale invadenza? Quali sono i campi nei quali la Chiesa (e in particolare quella italiana) sembra soprattutto esercitare la propria indebita ingerenza? La risposta a questi interrogativi meriterebbe un’ampia disamina della situazione, che non è possibile contenere nel breve spazio di un articolo. Ci limitiamo perciò a prendere in esame l’ambito della politica, dove tale ingerenza è apparsa piú evidente, al punto che vi è chi è giunto persino a parlare di ritorno a una forma di religione civile.

ritorna la religione civile?

Non vi è dubbio che, negli ultimi decenni, si sia assistito a una serie nutrita di episodi che hanno reso trasparente la volontà della Chiesa di interferire nella sfera della politica con l’obiettivo di salvaguardare valori di matrice cristiana divenuti nel tempo appannaggio della cultura occidentale e che rischianooggi di essere accantonati con grave detrimento per la convivenza civile. A questo obiettivo vanno ascritti interventi come la battaglia per inserire un diretto riferimento alla tradizione cristiana nella Costituzione europea o per difendere la permanenza del crocifisso nei locali pubblici e soprattutto il lancio del progetto culturale, che aveva (e ha tuttora) lo scopo di ricuperare una presenza cristiana nella società civile, essendosi liquefatta la presenza politica a seguito del crollo del partito democristiano, e dunque della fine dell’unità politica dei cattolici. Ma, al di là di questi aspetti particolari (pur significativi), ciò che sembra emergere, in profondità, è il dispiegarsi di un disegno dai contorni piú ampi, che giustifica il ricorso alla formula religione civile. A esplicitare con chiarezza questa visione è stato soprattutto il cardinale Ruini, il quale, nell’omelia tenuta in occasione della cerimonia funebre per i caduti di Nassirija, ha rivendicato con forza il contributo della religione cattolica all’unità del paese, mettendo in luce il supporto diretto che da essa viene alla stabilità delle istituzioni civili grazie soprattutto ai valori di cui è portatrice. Questa visione ha — paradossalmente — ricevuto il consenso anche di alcuni settori del mondo laico, in particolare dei cosiddetti atei devoti, dai quali il cristianesimo è percepito come baluardo della cultura occidentale minacciata dalla presenza di culture diverse, e in particolare da quella islamica.

Il concetto di religione civile è perciò qui riproposto in una prospettiva difensiva e funzionale. L’obiettivo è infatti l’instaurarsi di un rapporto di mutuo sostegno tra due istituzioni la Chiesa cattolica e lo Stato  — che versano in una situazione di particolare difficoltà per una consistente perdita di potere e che tendono perciò a servirsi l’una dell’altra: la politica si appoggia alla religione per acquisire credibilità e per preservare come già si è accennato — l’identità occidentale; la religione, a sua volta, si appoggia alla politica per conquistare una nuova presenza sociale e per tutelare i propri privilegi. Ciò che finisce per prodursi è dunque una forma di neocostantinianesimo, che non ha tuttavia origine in un contesto di forza, ma di debolezza, e che non può, in ogni caso, che causare una pericolosa commistione tra i due poteri con la rinascita di forme di integralismo, deleterie tanto per la vita della Chiesa che per il positivo sviluppo della convivenza civile.

La questione dei «valori non negoziabili»

Ma l’attentato (forse) piú rilevante alla laicità è rappresentato dalla difesa insistita (talora persino ossessiva) che la Chiesa cattolica è venuta facendo negli ultimi decenni dei cosiddetti valori non negoziabili; di quei valori ai quali cioè secondo le posizioni ufficiali del magistero non è possibile rinunciare, anche sul piano della legislazione civile, senza mettere a repentaglio la tutela della dignità della persona umana e le basi del corretto articolarsi della vita sociale. Il riproporsi sullo scenario della politica, in termini sempre piú accentuati, di questioni eticamente sensibili, come conseguenza tanto della rivendicazione dei diritti civili quanto del progresso scientifico-tecnologico in campo biomedico, ha provocato (e provoca) l’emergere di forti tensioni all’interno della società. Dopo le lacerazioni determinate dall’introduzione del divorzio e dell’aborto, le cui battaglie hanno contrassegnato gli anni settanta del secolo scorso, e dalla piú recente bocciatura del referendum sulla legge 40 relativa alla procreazione assistita —referendum che ha visto scendere in campo in modo diretto (e discutibile) la Chiesa a favore dell’astensione — nuove e delicate problematiche sono oggi al centro del dibattito culturale e politico: è sufficiente ricordare qui la questione del riconoscimento dei diritti delle coppie di fatto (soprattutto di quelle omosessuali) o le questioni connesse con le situazioni di fine vita (eutanasia e testamento biologico in primis).

Il richiamo ai valori non negoziabili presenta, al riguardo, aspetti ambivalenti. Se è vero infatti che sussistono, per un verso, presupposti etici che vanno assolutamente salvaguardati, perché costituiscono il fondamento su cui si regge la vita democratica, non è meno vero, per altro verso, che tutti i valori diventano in realtà negoziabili, sia perché si danno spesso situazioni nelle quali essi entrano tra loro in conflitto, sia soprattutto perché l’attuale condizione di pluralismo etico (con la presenza di sistemi valoriali diversi) impone la ricerca di un denominatore comune, il quale non può essere rintracciato che attraverso la mediazione. L’istanza alla quale la Chiesa fa appello ha dunque di per sé una indubbia plausibilità, ma le modalità con cui viene formulata — il rimando alla legge naturale, pur chiamando in causa una categoria non confessionale, risulta anacronistico ed equivoco — e l’insistenza su alcuni contenuti, in particolare sui valori della vita, della famiglia fondata sul matrimonio e della libertà di educazione, proposti come esclusivi o quanto meno come prioritari (dando poco spazio ad altri valori socialmente assai rilevanti come l’uguaglianza e l’equità, la solidarietà e la pace), rendono poco credibile la proposta. Ciò che viene, in definitiva, percepito come obiettivo prevalente è la volontà della Chiesa di imporre la propria visione etica alla società, non rispettando l’autonomia delle scelte politiche (e legislative), e violando perciò il principio della laicità.

per un recupero positivo della laicità

D’altra parte, a mettere in crisi oggi la laicità non sono soltanto gli integralismi e i fondamentalismi clericali; è anche il revival di un laicismo esasperato — una sorta di clericalismo rovesciato — che non riconosce la valenza pubblica dell’esperienza religiosa e tende pertanto a confinarla nel privato, riducendola a una scelta personale da coltivare nel chiuso delle coscienze. La vera laicità non può essere confusa con questa visione; essa, che è stata introdotta in Occidente — è bene ricordarlo — proprio dalla tradizione ebraico-cristiana in reazione al mondo greco-romano popolato di divinità e di idoli, non comporta l’esclusione di Dio dalla vita della società umana; comporta semplicemente da parte della Chiesa il rispetto dell’autonomia delle istituzioni pubbliche e la non ingerenza nelle decisioni politico-legislative, dove i laici cattolici — a loro compete l’impegno diretto nell’ambito delle realtà terrestri — devono confrontarsi con i contributi delle altre componenti ideologiche e culturali (oggi anche religiose) presenti nella società.

Non è forse questa la grande lezione del Vaticano II? È sufficiente leggere i numeri 36-40 della Gaudium et spes (la costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo) e il n. 7 della Apostolicam actuositatem (il decreto sull’apostolato dei laici) per averne conferma. In tali autorevoli documenti mentre si riconosce con chiarezza la legittima autonomia delle varie attività umane, e in particolare di quelle socio-politiche, le quali hanno finalità e statuti propri, non si esita a sottolineare nel contempo l’insufficienza delle soluzioni tecniche, e dunque la necessità del ricorso all’etica — valori come dignità della persona, giustizia, solidarietà, bene comune, ecc. sono un metro di misura al quale occorre necessariamente riferirsi —, e non si manca anche di evidenziare l’apporto peculiare che la fede può offrire come orizzonte di senso capace di fornire importanti orientamenti di fondo alla conduzione della vita sociale.

La laicità, cosí intesa, lungi dall’implicare l’irrilevanza della fede, rende trasparente l’importanza che essa riveste, sia come stimolo a ricuperare quei valori morali la cui esigenza è oggi avvertita come imprescindibile — si pensi a tale proposito all’attualità del discorso della montagna come indicazione di istanze che devono informare anche la vita pubblica — sia soprattutto come critica permanente delle ideologie e dei sistemi storici in nome di quella sporgenza utopica che ha le sue radici nella dimensione escatologica del messaggio evangelico. La possibilità che questo avvenga è strettamente dipendente, oltre che dal pieno riconoscimento della laicità dello Stato e della politica e dalla contemporanea adesione a una società plurale in cui possano trovare espressione pubblica esperienze religiose e laiche diverse, anche (e soprattutto) dalla capacità della Chiesa di dare testimonianza dei valori del regno, sottraendosi a ogni forma di potere mondano e facendo propria la logica della croce, che è la logica della povertà e del dono di sé.

È questo, anche al di là dei contenuti degli importanti documenti che ci ha lasciato, lo spirito che ha animato i lavori del Concilio; Concilio che ha purtroppo subito, negli ultimi decenni, un forte ridimensionamento, dovuto all’insorgere di frustrazioni e di paure in chi forse si attendeva che il rinnovamento intrapreso dalla Chiesa si traducesse in un immediato successo di ascolto e di partecipazione. Eppure solo da una ripresa di quello spirito, dalla capacità di tornare a respirare quel clima di apertura e di dialogo, senza alcuna pretesa di egemonia, è possibile sperare in una Chiesa rispettosa della laicità, in tutte le sue manifestazioni, e in grado di dare il proprio importante contributo alla costruzione di un mondo piú libero e piú solidale. Salutando con soddisfazione le prime scelte di papa Francesco, ci auguriamo che intenda aprire la Chiesa a questo spirito.

 

Giannino Piana      in  “Il Gallo”  giugno 2013

 

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