C’è chi vede nelle religioni un’immensa fonte di violenza al punto che, se sparisse­ro, il mondo non avrebbe che da guada­gnarci. Altri che, al contrario, le considerano come indispensabili artigiane di pace. Tutti han­no in testa una lunga lista di eventi per corroborare il loro giudizio. Da un lato, atti di violenza inauditi, abietti, barbari, dall’altro testimonianze ammirevoli di solidarietà, compassione, resistenza eroica al ma­le: tutti fatti in nome di Dio. Così, le religioni sono capaci del peggio come del meglio. Ma su cosa pog­giano questi estremi: il potere di fomentare l’odio, di umiliare, di dominare e quello di generare la bontà, l’amore, l’aiuto reciproco? Lo sguardo naturalmente si focalizza prima di tutto sui testi sacri delle grandi religioni. Ciò che colpisce è l’immensa bontà che sprigiona da questi: il Dio degli umili della Bibbia, il Dio dei poveri e degli oppressi dei Vangeli, il Dio misericordioso del Corano e i doveri di solidarietà, di condivisione e di giustizia che ne derivano. “Credere che Dio possa ordinare agli uomini atti atroci di ingiustizia e di crudeltà, è il più grande errore che si possa commettere nei suoi confronti”, scriveva Simone Weil nel suo Lettera a un religioso.

Si potranno trovare però anche dei passaggi bel­licosi, citarli fuori contesto o dare loro un’importan­za che non hanno. Su questo fanno leva tanto i criti­ci dell’”illusione religiosa” quanto i fanatici e i fon­damentalisti di ogni i colore. Ma gli uni e gli altri contraddicono la lunga tradizione ermeneutica che ricorda che un testo sacro deve essere letto tenendo presente il suo contesto e il suo pretesto. Questo è incastonato nella storia e risponde a un’aspettativa che ha per posta la condizione umana. E’ che la pri­ma parola di Dio, come ricordava Sant’ Agostino, è la vita – personale e collettiva – e la storia. E’ in esse che Dio parla prima di tutto. Non tener conto di questo, è fare di un testo sacro “un idolo”, nel senso che gli davano i profeti biblici, cioè una cosa morta che si sostituisce alla vita e alla coscienza morale, e sottomette lesistenza a un potere inumano distrut­tivo. E’ fare di un testo portatore di vita, una cosa che porta la morte e l’odio del corpo. Quando Simo­ne Weil vede nell’ Iliade di Omero un’opera che par­la di Dio meglio del Libro di Giosuè nella Bibbia, applica questa griglia di lettura. Ogni testo diventa potenzialmente parola di Dio. Il testo cosiddetto sacro lo è in virtù del riconoscimento collettivo e storico che lì risiede una fonte essenziale – una non unica – cui attingere, e che non tutto è uguale né da imitare.  Il respiro non è la lettera.

Questo radicamento nella bellezza dell’umanità e della vita sfortunatamente è spesso occultato nel discorso religioso istituzionale. Come se il mondo, la società, la vita, la realtà quotidiana non fossero par­te integrante della nostra esperienza di Dio, come se fosse necessario, per fare bene, lasciare il mondo fuori dalla porta del tempio affinché questo sia “puro”. Questo modo di vedere contiene una perico­losa separazione tra l’amore di Dio e l’amore del mondo. Ciò che primeggia è l’obbedienza stretta alla “legge” di Dio e le pratiche rituali che vi si collega­no, il resto è secondario, futile. Secondo questa pro­spettiva, Dio vuole che lo si serva, non che lo si viva. Il sacro istituisce così una frattura radicale con il profano. Dio regna sul mondo e, come un signore, lo domina, non lo abita. Le gioie e le speranze, le soffe­renze e le aspirazioni del popolo non sono le sue. Bisogna onorarlo, pagargli il debito, pena una terri­bile punizione. La libertà umana è vista come una minaccia. Ciò che conta è l’ordine dettato dall’alto.

Certamente esistono diversi livelli in questa scis­sione religiosa dal mondo. Ma in ogni caso, questa resta una fonte di violenza latente e strutturale. La paura della libertà contiene i germi della dominazio­ne. Cosa c’è di meglio per colui che è un “lupo per l’uomo che un popolo che si trasformi in “agnello”? Nessun conflitto, nessun disordine all’orizzonte. Non stupisce che i gruppi politici di destra trovino un terreno fertile in questo modo di essere della religione, che sostiene la sottomissione. A questa violenza “normale”, senza risonanza, si legano a volte più grandi violenze. Perché il sacro così conce­pito, regnante in assoluto sulla realtà umana – ed esigente una totale sottomissione – finisce per stru­mentalizzare l’umano al punto che il sacrificio della sua dignità e della sua libertà diviene una semplice esigenza in nome della Verità. Ciò che dovrebbe essere amore, servizio, condivisione, diventa domi­nio, asservimento e giogo. E ciò che doveva essere liberazione si trasforma in camicia di forza. Le paro­le di pace e giustizia – e di Dio stesso – si mettono allora al servizio di una terribile violenza, celata sotto il velo del sacro e dell’intoccabile.

La religione – la cui ragion d’essere appare con le due possibili radici latine della parola: religare (collegare) e religere (rileggere) – si vede così sfigura­ta. Non collega più gli esseri umani tra loro, li lega. Non rilegge più la vita e le realtà inafferrabili, in cerca di senso; consegna una verità, legge alla lette­ra, uccide il senso imponendolo.

Questa violenza del sacro – la strumentalizzazio­ne dell’essere umano e della vita al servizio di una verità o di una logica assoluta – non è presente solo nelle religioni, si trova anche nelle forme pervertite della politica e dell’economia. Si adatta altrettanto bene alla ragione e alla scienza.


Jean-Claude Ravet sulla rivista canadese “Relations”      Adista 92/10

 

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