Il filosofo: “Tutti devono avere la possibilità di diventare uomini”

Nella Gramscimania che dilaga dall’Oceano Pacifico all’Atlantico, la riflessione sulla scuola è rimasta incomprensibilmente sullo sfondo. E il merito del saggio di Giuseppe Benedetti e Donatella Coccoli è aver orientato un fascio di luce su questo aspetto ignorato anche dalla più recente letteratura pedagogica (Gramsci per la scuola. Conoscere è vivere, ed. L’asino d’oro, con una prefazione di Marco Revelli).


La grande intuizione di Gramsci fu comprendere che dalla scuola si misura il livello di civiltà di un Paese. E certo non deve sorprendere il peso da lui affidato alla più importante istituzione culturale, motore di quella conoscenza a cui il pensatore sardo attribuiva un ruolo fondamentale nel processo di crescita personale e collettiva.

Grazie a un’accurata ricerca in un materiale sterminato – tra scritti giornalistici, Quaderni, lettere dal carcere e prima del carcere – i due autori sono riusciti a restituire organicità a una riflessione frammentata, ricomposta lungo un percorso che parte dall’analisi del pensiero critico come chiave del cambiamento del mondo per arrivare al centro della questione che investe non solo l’istituzione scolastica ma anche i buoni e cattivi maestri incontrati da Gramsci nel corso della sua vita studentesca e il Gramsci educatore, l’intellettuale naturalmente vocato alla formazione proprio perché capace di ascoltare.

Ed è da questo itinerario che affiorano i vari elementi che interpellano il lettore contemporaneo. A cominciare dall’irrinunciabile binomio di politica e cultura che in questi decenni è andato dissolvendosi. Gramsci era convinto che i politici dovessero studiare e gli intellettuali far politica.

Ma “sapere” e “comprendere” implicano anche “sentire”. Chi sa senza sentire è un pedante e un ipocrita. Chi sente senza comprendere è un settario travolto da cieca passione. Premessa indispensabile allora, e drammaticamente evocativa oggi.

Altra questione molto attuale è la difesa di «una scuola disinteressata», sottratta al raggiungimento di un fine pratico. Gramsci intuisce il pericolo che «la scuola professionale diventi una incubatrice di piccoli mostri aridamente istruiti per un mestiere, senza idee generali, senza cultura generale, senza anima, ma solo dall’occhio infallibile e dalla mano ferma».

La scuola deve dare a tutti «la possibilità di diventare uomini, di acquistare quei criteri generali che servono allo svolgimento del carattere». Invece accadeva allora – e accade ancora oggi – che «la scuola educativa» fosse privilegio di pochi, mentre le scuole professionali finiscono per cristallizzare le diseguaglianze sociali.

Per chi avversa il liceo classico sono consigliabili le pagine sulle lingue morte. Gramsci incoraggia lo studio del latino perché permette di acquisire «un’intuizione storicistica del mondo e della vita»: si studia un fenomeno che si è concluso, quindi nella sua interezza. Ed è questo studio “disinteressato” che consente di esercitare il pensiero tra astrazione e realtà, tra generale e particolare, tra teorie e individui concreti.

Senza alcuna concessione «all’illusione della scuola facile». La scuola è «fatica», «coercizione», «impegno», costrizione fisica davanti a un tavolino. «Occorre persuadere molta gente che anche lo studio è un mestiere, e molto faticoso, con un suo speciale tirocinio, oltre che intellettuale, anche muscolare-nervoso: è un processo di adattamento, è un abito acquisito con lo sforzo, la noia e anche la sofferenza».

Un’idea diventata clamorosamente inattuale in un’epoca che chiede agli insegnanti un rutilante esercizio di entertainment. Nella loro introduzione Benedetti e Coccoli, un professore e una giornalista che hanno a cuore il destino della scuola, ricordano che le opere di Gramsci non rientrano nei programmi fissati dal ministero. All’autore delle Lettere dal carcere non viene riconosciuta la stessa dignità di Machiavelli o di Leopardi.

Eppure pochi altri scritti hanno la stessa forza come lettura di formazione: la parola come tramite di conoscenza, di vita, di resistenza. La regista Licia Sanesi ha passato anni a raccoglier interviste su cosa colpisca di questo intellettuale un secolo dopo. «Per noi è importante perché ci parla del futuro, delle persone che saremo», è la risposta d’un ragazzo di un istituto tecnico. Tenere Gramsci fuori dalla scuola? Niente di più insensato.

Simonetta Fiori        Repubblica 1.6.18

 

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