Il 22 settembre 1970 muore a Torino, dopo una lunga malattia, PIETRO CHIODI (55 anni, nomi di battaglia Piero e Valerio) filosofo, docente universitario, Antifascista e Partigiano.

Chiodi nacque a Corteno Golgi, zona montana in provincia di Brescia, in una famiglia della piccola borghesia. Dopo le scuole elementari, che frequentò nel suo paese, si recò a Sondrio per le scuole superiori dove alcuni insegnanti lo avviarono alla studio della filosofia.

Si laureo, poi, in pedagogia a Torino nel 1938 e ottenne la cattedra di storia e filosofia in un liceo classico di Alba (Cuneo) dove insegnò per 18 anni. Qui divenne intimo amico del professore di lettere LEONARDO COCITO ( Antifascista comunista e Partigiano impiccato nel campo di prigionia tedesco di Carignano il 7/9/1944) e tra i suoi allievi ebbe il futuro scrittore e Partigiano BEPPE FENOGLIO ( 1922-1963).

Fenoglio, nei suoi successivi scritti, ricorderà spesso i due insegnanti, con i loro nomi o pseudomini: Chiodi diventerà il personaggio di Monti nel suo capolavoro Il partigiano Johnny ( pubblicato postumo nel 1968).

Il profondo legame di Chiodi con Cocito lo porterà a far parte, dal 2/6/1944, di una formazione partigiana di Giustizia e Libertà con il nome di battaglia “Piero”.

Il 18 agosto del 1944 Chiodi verrà catturato dalle SS italiane, assieme ai suoi compagni di lotta tra i quali Cocito, e deportato prima a Bolzano poi ad Innsbruck, in Austria. Qui venne aiutato dal comandante del lager e da un medico ad ottenere un visto di rimpatrio per cui il 3/10/1944 giunse ad Alba dove subito riprese la lotta resistenziale con il nuovo nome di battaglia di Valerio.

Leonardo Cocito

Operò nelle Langhe come capo di un battaglione delle Brigate Garibaldi intitolata proprio al suo compagno Cocito.

Chiodi narrerà la propria esperienza partigiana, di prigionia e di lotta in un libro in forma di diario, Banditi, pubblicato dall’ANPI nel 1946. Banditi è uno di primissimi memoriali italiani sulla lotta partigiana e sulle deportazioni di politici italiani. Quando Banditi venne ristampato nel 1961 Chiodi premise questa avvertenza, poi conservata nelle edizioni successive:

“La presente ristampa si rivolge particolarmente ai giovani, non già per far rivivere nel loro animo gli odi del passato, ma affinché, guardando consapevolmente ad esso, vengano in chiaro senza illusioni del futuro che li attende se per qualunque ragione permetteranno che alcuni valori – come la libertà nei rapporti politici, la giustizia nei rapporti economici e la tolleranza in tutti i rapporti – siano ancora una volta manomessi subdolamente o violentemente da chicchessia”.

Davide Lajolo ( 1922-1984, scrittore e politico) esprimerà questo giudizio sull’opera di Chiodi: «Il libro più vivo, più semplice, più reale di tutta la letteratura partigiana»

Nel 1945, dopo la liberazione di Torino, Chiodi ritornò ad insegnare ad Alba fino al 1957 quando si trasferì in un liceo di Chieti e poi a Torino.

Beppe Fenoglio

Nel 1955 diventa libero docente universitario e nel 1963 fu affidata a Chiodi la cattedra di Filosofia della storia presso l’Università di Torino con anche la cattedra di Pedagogia. Nel 1961 ricevette il premio del Ministero della Pubblica Istruzione dall’Accademia dei Lincei e nel 1964 gli fu conferito il premio Bologna.

L’attività filosofica di Pietro Chiodi si concentrò specialmente sull’Esistenzialismo, riletto in chiave positiva e la maggior parte delle sue opere è dedicata a Martin Heidegger (1889- 1976, filosofo tedesco). Ma l’esperienza partigiana rimase sempre una pagina fondamentale nella vita di Pietro Chiodi, per cui il valore della libertà occupò sempre il primo posto.

Infatti Nicola Abbagnano (1901- 1990, filoso e storico e con il quale Chiodi si era laureato nel 1938) così si espresse:

Si è dedicato alla filosofia per la stessa ragione per la quale, durante la lotta di Resistenza, fu partigiano combattente: per difendere la libertà e la dignità dell’uomo. Con un’indagine spregiudicata e rigorosa la filosofia deve mettere in luce i mezzi di cui l’uomo dispone per difendere e realizzare l’autentica umanità dell’uomo e per denunciare e smascherare ogni tentativo di evasione da una ricerca diretta in questo senso”.

Raccolse continuamente grande stima ed affetto tra suoi allievi, che tuttora lo ricordano  come un grande maestro, come esempio di tolleranza e serenità di giudizio.

Il  22 settembre 1970, Pietro Chiodi morì per le complicazioni di un’operazione cui si era sottoposto per alleviare i dolori artritici che lo tormentavano e che proprio le privazioni della lotta partigiana avevano portato ad acuirsi. I suoi resti riposano nel cimitero del suo paese natale, Corteno Golgi.


Beppe Fenoglio disse in una intervista: “Il prof. Chiodi, massimo studioso di Heidegger in Italia, sapeva parlare ai giovani a scuola e nelle sale dei caffè e spalancava menti e coscienza. Quanti di noi andammo nei partigiani perché sapevamo che c’era anche lui? E quanti gli devono la propria formazione intellettuale e civica?”.

Quando ottenne, nel 1964, la sua prima cattedra, quella di Filosofia della storia presso l’Università di Torino, nella densa prolusione al suo primo corso, tenuta il 17 marzo 1965, Chiodi disse:

“Indagare un fatto storico significa indagare una possibilità che è stata, cioè il risultato di scelte nel quadro di progetti. La storia non va né “di bene in meglio” né “di male in peggio” né “sempre allo stesso modo”, e ciò perché la storia non va in alcun modo: non va in alcun modo perché è via via fatta andare dai progetti umani come risultato della loro collaborazione o del loro scontro. Ecco perché la storia non conosce continuità o svolgimenti necessari, ma rotture, salti, riprese”.

Parole che ci mostrano come, per Pietro Chiodi, la scelta di resistere e la scelta per una filosofia critica fossero mosse dalla stessa pulsione di verità, in forza della quale «ogni generazione deve riguadagnarsi la propria umanità» e il compito del filosofare debba consistere nel fungere da «sentinella non della realtà dell’essere, bensì dell’umanità dell’uomo».


Così scrisse Chiodi nel suo libro Banditi. Un diario partigiano:

“Perché mi sono impegnato in questa lotta? Perché sono qui quando tanti più sani e forti di me vivono tranquilli sfruttando la situazione in ogni modo? Ripenso alla mia vita di studio, al mio lavoro su Heidegger interrotto. Perché ho abbandonato tutto questo?


Mi ricordo con precisione: una strada piena di sangue e un carro con quattro cadaveri vicino al Mussotto. Il cantoniere che dice: – È meglio morire che sopportare questo -


Sì, è allora che ho deciso di gettarmi allo sbaraglio. Avevo sempre odiato il fascismo, ma da quel momento avevo sentito che non avrei più potuto vivere in un mondo che accettava qualcosa di simile, fra gente che non insorgeva pazza di furore, contro queste belve. Una strana pace mi invade l’animo a questo pensiero.

Ripeto dentro di me: «Non potevo vivere accettando qualcosa di simile. Non sarei più stato degno di vivere.”

 

 

Da leggere:  Chiodi Pietro, Banditi, con introduzione di Gian Luigi Beccaria,  Einaudi  2002

 

 


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