Vangelo di Luca 14, 25-33

Siccome molta gente andava con lui, egli si voltò e disse: “Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo. Chi non porta la propria croce e non viene dietro di me, non può essere mio discepolo.Chi di voi, volendo costruire una torre, non si siede prima a calcolarne la spesa, se ha i mezzi per portarla a compimento? Per evitare che, se getta le fondamenta e non può finire il lavoro, tutti coloro che vedono comincino a deriderlo, dicendo: Costui ha iniziato a costruire, ma non è stato capace di finire il lavoro. Oppure quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila? Se no, mentre l’altro è ancora lontano, gli manda un’ambasceria per la pace. Così chiunque di voi non rinunzia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo.

Questo il Vangelo di oggi che, ad un orecchio non assuefatto, pone una serie di domande:

* Come è possibile che ci venga comandato l’odio da parte di Colui che ha sempre predicato e praticato l’amore?
* Perché mai un cristiano che vuol essere fedele discepolo del Cristo (compito di tutti i cristiani e non dei cosiddetti “eletti”) deve trasgredire il quarto comandamento dell’Antica Alleanza e l’unico comandamento della Nuova Alleanza?
* Perché per obbedire bisogna disobbedire?

La chiave di risposta ci viene dalla situazione prospettata dalle parole introduttive della narrazione: “Siccome molta gente andava con Lui, egli si voltò e disse”!

Le folle, tanto care ai nostri ultimi due papi e ai registi vaticani, non sono mai piaciute al Profeta di Galilea che, anzi, le schivava. Lui non amava giocare al ribasso, fare il gioco sporco che molte volte noi facciamo, quello cioè di modellare il suo messaggio sui gusti e sulle preferenze dei suoi ascoltatori carezzandone i bassi istinti e sollecitandone le facili devianze. Non era suo il motto proprio di tanti nostri chierici e altrettanti nostri politici: «Questo vuole la “ggente”»!

Quando le esigenze della giustizia e la ragioni della fraternità, che sono le colonne portanti della costruzione del “Regno”, cozzano con gli interessi della casta o del clan, della famiglia o della chiesa, allora sono queste ultime ad essere sottoposte a giudizio più che le prime.

E’ in gioco sporco quello che facciamo noi preti quando “per amore di chiesa” mettiamo a bagnomaria il Vangelo.

E’ un gioco sporco quello dei politici che sterilizzano la “religione” per farne cemento di egoismi di gruppo e di presunzioni razziste (Cfr. il discorso sulle radici cristiane e il Family Day).

La sequela, per noi cristiani, non ha niente a che fare con le tifoserie da stadio, né con la insolente proclamazione di princìpi datati.

La fedeltà al progetto, perché di progetto si tratta (“chi di voi volendo costruire…”), richiede un esame delle nostre capacità per una testimonianza che cresca dal basso e parta da noi e che non venga imposta ad altri, dall’alto.

Don Aldo Antonelli, ex parroco – Avezzano

 


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