Le psicosi da contagio sono spesso più epidemiche dell’epidemia stessa, come dimostra ampiamente una ormai lunga esperienza medica e mediatica. Certo la forma mentale cosiddetta sovranista, molto in auge nei bar come nei Palazzi, non aiuta a neutralizzare i fantasmi, e anzi li rifornisce di nuove armi.

Il neo-razzismo trova, nell’antica caccia all’untore, un terreno fertilissimo: l’idea che il veleno, il virus, il male vengano per definizione “da fuori”, contagiando l’innocenza e la purezza di noi brava gente, di sani princìpi e di sana costituzione, è antica come la povertà, come l’ignoranza, come le valli chiuse nelle quali si deperiva per il rachitismo, l’endogamia, la paura, le fattucchiere, tutte le debolezze provocate dall’isolamento.

La pullulante cretineria che porta a stare alla larga dai cinesi in quanto cinesi, non è certo una novità dei nostri tempi: diciamo che i nostri tempi, come testimoniano un paio di tweet di Matteo Salvini – “Da giorni chiedevo blocchi e quarantene, chi ha sbagliato deve pagare” - hanno il demerito di avere promosso a “idea politica” ciò che perfino per i nostri avi, meno istruiti e meno liberi di noi, era solamente una grossolana credenza. Per giunta sbagliata.

L’ultima epidemia europea dalle pesanti conseguenze, se non ricordiamo male, fu schiettamente europea: il famoso prione che venne dall’Inghilterra, molto aiutato dal fatto che la signora Thatcher decimò, in odio al Welfare, il sistema veterinario nazionale britannico. I morti furono più di duecento. Niente a che vedere, comunque, con l’ecatombe della spagnola e delle pesti, dei colera, dei vaioli dei secoli proto-scientifici, che fecero milioni di morti, per giunta da mettere in rapporto con una popolazione mondiale cinque o dieci volte meno numerosa. È quasi incalcolabile, rispetto al passato, il nostro vantaggio.

Oggi esiste l’Organizzazione mondiale della sanità (1948). Le relazioni tra medici, ospedali e sedi scientifiche del mondo intero sono cento, mille volte più veloci e diffuse. La ricerca ha fatto passi da gigante. Le condizioni igieniche idem.

I sistemi sanitari nazionali (quello italiano tra i migliori al mondo, nonostante la lagna costante di non pochi pazienti immemori, ingrati, viziati) sono un vantaggio incalcolabile e una conquista straordinaria, rispetto a epoche nelle quali solo pochi ricchi potevano curarsi, e comunque curarsi male. Don Rodrigo, nel suo castello, morì di peste nonostante i Bravi…

Ma non c’è niente da fare: nessun dato oggettivo può arginare la psicosi, calmierare l’astio assurdo contro le autorità che per definizione “non fanno abbastanza”, “non ci proteggono”, “ci nascondono la verità”, insomma ci espongono al contagio, e chissà se lo fanno per dolo o per incompetenza.

Difficile dire se sia più penoso o più disgustoso il fatto che anche qualche voce di politico si aggiunga alla litania.

Tornano in mente esilaranti eppure nerissime pagine di Fruttero&Lucentini che già sul finire del secolo scorso dileggiavano una società ormai così disavvezza al rischio, al disagio, alla malattia, alla finitezza di tutte le cose (noi compresi), da avere abolito la “normalità” della morte: ogni morte è comunque imputabile agli altri, è malasanità a prescindere, è scandalosa, è un torto personale, è un’onta da lavare, una lesione del diritto alla vita eterna, è roba da avvocati.

Da Wuhan, epicentro della malattia, arrivano le immagini di una metropoli moderna, ordinata, composta, che non cede al panico e accetta con disciplina le drastiche misure di isolamento; secondo testimonianze di italiani che ci vivono, è una città ben più pulita e organizzata di molti quartieri di Roma (per non dire della zona portuale di Civitavecchia, il cui sindaco leghista ha affrontato una motonave carica di crocieristi ben pasciuti e sanissimi, tranne un caso di normale influenza, come se fosse un barcone di appestati).

L’Oms, pur dichiarando alto l’allarme e seria la situazione, ha lodato giusto ieri «gli standard di risposta» delle autorità cinesi. Che altro servirebbe per avere, di questa come di altre epidemie, un timore composto, ragionevole, civile, possibilmente solidale con gli ammalati e compassionevole con le vittime, evitando l’isterismo e lo sciacallaggio politico, per non dire della vergognosa sinofobia?

Niente come un’epidemia virale dimostra l’assurdità del concetto di “razza” e la fragilità del concetto di “Nazione”. Il virus viaggia, vola, naviga e non conosce differenze, per lui gli uomini sono tutti uguali.

Ne discende che la gestione di un’epidemia, per la natura stessa del problema, non può che essere globale, con un fitto scambio di notizie, collaborazione tra Stati, monitoraggio su larghissima scala che se ne infischia delle distanze geografiche e delle differenze politiche. Eppure niente come un’epidemia sembra poter rimpicciolire la testa delle persone.

Rattrista, in coda alla processione degli impanicati, vedere gente importante, addirittura ex ministri, che invece di rassicurare alzano la voce.

Michele Serra     Repubblica  1/ 2/ 2020

 

 

Se vince la paura del contatto

Virus tuo, vita mea! È il nuovo motto dell’umanità globale, impanicata dall’influenza cinese. E che reagisce alla paura rinchiudendosi in un egoismo immunitario che, oltre una certa soglia, mostra la condizione paradossale nella quale, che ci piaccia o no, siamo gettati dal sistema mondo.

Si moltiplicano le reazioni inconsulte che fotografano una società sull’orlo di una crisi di nervi. La più drammatica viene proprio dalla città cinese di Wuhan, focolaio originario dell’epidemia. Dove un uomo è morto d’infarto per strada e nessuno lo ha aiutato, per paura del coronavirus. Ma anche da noi la psicosi da infezione si viralizza, in maniera infinitamente superiore all’infezione stessa. Tassisti che non accettano clienti asiatici, alunni cinesi sgraditi se non respinti dalle scuole, turisti con gli occhi a mandorla trattati come untori.

Di fatto il timore dilagante dell’influenza rivela, al di là delle proporzioni reali del contagio e delle previsioni dell’Oms, una pandemia di insicurezza che, in un mondo iperconnesso e ipercomunicante come il nostro, getta un’ombra oscura sulla vita. Restringe i confini dell’anima. Ci fa sentire sempre sul ciglio di un’apocalisse, perché in questi momenti avvertiamo tutta la vulnerabilità della nostra civiltà.

Caratterizzata da un contatto sempre più ravvicinato di tutti con tutti, da una incessante migrazione di uomini e cose, da una interconnessione planetaria. Che contribuisce a sviluppare anticorpi utili, per imparare a vivere con gli altri.

Ma anche anticorpi impazziti. Come il rigetto crescente dell’estraneo, la difesa da tutto ciò che viene da fuori, la diffidenza ostile verso quel che temiamo di non riconoscere e di non riuscire a controllare.

Il fatto è che la globalizzazione fa circolare con la stessa rapidità, e dentro gli stessi circuiti, tutti i benefit e tutti i malefit che produce, l’economia come la malattia. Ecco perché in questo momento alle dimensioni dell’epidemia reale si stanno aggiungendo le proiezioni dell’epidemiologia dell’immaginario. Perché se il virus dell’influenza corre veloce, quello della paura corre velocissimo. E per gli stessi motivi che accelerano il nostro sviluppo.

In realtà il coronavirus sta diventando sintomo e simbolo di quella contaminazione generalizzata che caratterizza il villaggio globale. E rappresenta la grande e in parte insanabile contraddizione di una civiltà come la nostra. Che, per poter funzionare a pieno regime, è costretta a rendere endemici quegli stessi pericoli da cui tenta di rendersi immune. Oscillando costantemente fra i vantaggi del contatto e l’ossessione del contagio. Un pendolo senza vie d’uscita.

Perché se il contatto è la ragione del nostro benessere, il contagio è la ragione del nostro malessere. Inseparabili come due gemelli siamesi, contatto e contagio, comunicazione e contaminazione sono le due anime del sistema mondo.

Così il virus cinese diventa un po’ l’effetto e un po’ il simbolo di tutte le altre “influenze negative” cui siamo sottoposti, il riassunto di tutti i nostri timori, il riflesso millenaristico delle nostre paure.

E in effetti la parola influenza significa letteralmente questo, il diffondersi inarrestabile di qualcosa di fluido. Proprio come il dilagare di un’infezione. Ma anche il debordare di un’ansia e di una paura sempre più liquide. Che rischiano di chiuderci la mente e il cuore.

Marino Niola      Repubblica 2/ 2/ 2020


 

 

È ormai difficile incontrare un cretino che non sia intelligente e un intelligente che non sia un cretino. Ma di intelligenti c’è sempre stata penuria; e dunque una certa malinconia, un certo rimpianto, tutte le volte ci assalgono che ci imbattiamo in cretini adulterati, sofisticati. Oh i bei cretini di una volta! Genuini, integrali. Come il pane di casa. Come l’olio e il vino dei contadini.

Leonardo Sciascia (1921- 1989),  in  Nero su Nero, 1979

 


 

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