Siamo tutti spiati. Veniamo sorvegliati e schedati, in ogni momento della nostra giornata, dai nostri telefonini e dai nostri computer, dalle nostre auto e persino dai nostri elettrodomestici. Siamo oggetto delle attenzioni costanti non di servizi segreti o di apparati statali, ma di un’industria globale che trasforma le informazioni sui nostri comportamenti in profìtti miliardari.

Ormai non siamo più né cittadini né consumatori, ma identità digitali: blocchi di dati che descrivono le nostre abitudini e la nostra esistenza. E chi controlla questi dati cerca di cambiare il nostro modo di essere cittadini e consumatori, spingendoci a votare un certo politico o a comprare un determinato prodotto.

Non stiamo parlando di fantascienza, ma delle realtà in cui siamo già immersi e che fatichiamo a comprendere: una trasformazione della società e del sistema economico che supera le previsioni di Isaac Asimov e Philip K. Dick.

Un saggio profetico, pubblicato poche settimane fa negli Stati Uniti, fornisce la chiave per decifrare questa rivoluzione: siamo entrati nell’era del “Capitalismo della sorveglianza“. Il testo scritto da Shoshana Zuboff, docente di Harvard, ci mostra come il mercato dominante non è più quello dei beni, il capitale non è quello finanziario, l’accumulo non è la ricchezza che nasce dalla produzione: tutto si riduce ai dati. Le nuove fabbriche non hanno operai, ma algoritmi che lavorano sulle nostre identità digitali per prevedere i comportamenti e manipolarli.

Accade tutti i giorni, ad opera di Google, Amazon e altri big, con un marketing commerciale sempre più invasivo ed efficace. Ma avviene pure nelle campagne elettorali, come dimostrato dallo scandalo di Cambridge Analytica, la società che vendeva ai partiti schedature e strumenti per influenzare i votanti: servizi utilizzati nelle consultazioni che hanno portato alla vittoria di Donald Trump.

«Viviamo in un secolo marcato da questa netta disuguaglianza della conoscenza: loro sanno su di noi molte più cose di quante noi stessi ne conosciamo e soprattutto molte più di quelle che sappiamo su di loro», sottolinea la professoressa Zuboff. «La democrazia ha dormito, mentre i capitalisti della sorveglianza hanno accumulato una concentrazione senza precedenti di conoscenza e potere”.

E spesso sorveglianza statale e capitalistica si alleano – negli Usa, in Cina, in Russia – unendo l’interesse di Stato e quello imprenditoriale.

Di fronte a queste potenze pubbliche e private abituate a muoversi senza limiti, le autorithy nazionali hanno un’incisività ridotta: maggiore forza può dimostrare l’Unione europea, capace di imporre regole continentali. A patto però che nasca la consapevolezza della grande metamorfosi digitale e dei suoi pericoli.

Noi, soprattutto in Italia, non abbiamo colto l’importanza di questa rivoluzione. I sondaggi dimostrano che non diamo attenzione alle spiegazioni prima di autorizzare l’uso dei nostri dati. Pensiamo che in fondo si rischi solo di ricevere un po’ di pubblicità in più.

Ma anche quando neghiamo il permesso, come dimostra l’inchiesta di Giuliano Foschini e Fabio Tonacci, spesso veniamo comunque depredati: pezzi della nostra vita finiscono negli archivi dei colossi digitali. Ci siamo illusi che Internet fosse totalmente gratuito, invece ora scopriamo che c’è un prezzo da pagare: concedere il controllo sulla nostra vita.

Gianluca Di Feo    La Repubblica  31/3/2019

 

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