Il cognitivista Albert Bandura analizza il disimpegno morale, il meccanismo che si adotta per commettere il male invocando attenuanti

C’è una ragione se il kantiano “legno storto” non si raddrizza. Siamo circondati dal risentimento verso politici corrotti e ce n’è ben qualche ragione. Ecco che i tribuni che invocano purezza ideale e morale guadagnano punti, ma trovano presto un limite alla loro espansione elettorale, perché l’idea di un “popolo” puro contrapposto a un manipolo di cattivi non sta in piedi, dal momento che la politica inquinata affonda le radici (e svolge la sua attività) in quel medesimo popolo, con scambio di favori, dati e ricevuti.

Al raddrizzamento totale tocca rinunciare a causa della “natura della natura umana”; quella è cosa da lasciare a orrende dittature, sempre fallimentari, ma la conoscenza sottile della “stortura” mostra che migliorare è possibile.

Dopo la filosofia politica sul tema ha qualcosa da dire un grande psicologo contemporaneo, il canadese Albert Bandura, noto per la sua teoria sociale cognitiva (impariamo dall’ambiente sociale). Tutti noi siamo agenti esposti alla caduta morale, che è sempre dietro l’angolo e si camuffa con un insieme di eufemismi, di trucchi e marchingegni retorici con i quali nascondiamo a noi stessi il “peccato”, diciamo pure “il crimine” e addolciamo il senso di colpa favorendo l’“autoassoluzione”.

Bandura ha raccolto decenni di ricerche sperimentali e di analisi sul campo nel volume Disimpegno morale. Come facciamo del male continuando a vivere bene (ed. Erickson 2017,  € 28), non per scoraggiare le ambizioni di riforma, ma per attrezzarle con strumenti più astuti e realistici. L’autore utilizza il concetto di agency (qualche volta tradotto come “agentività”) per descrivere la autoefficacia di ogni individuo o gruppo umano: si tratta della capacità, maggiore o minore, di agire in modo da far fronte alle difficoltà, superarle e produrre trasformazioni nel contesto che ci circonda: far succedere cose e insieme controllare con l’autoriflessione un corso di atti che si mantenga dentro un profilo di decenza.

Generalmente le società funzionano attraverso questa diffusa forma di autocontrollo. Il che significa che per lo più non si ruba nei negozi, anche se non c’è la guardia, ma è anche vero che dei malfattori con forte agency possono produrre danni enormi.

Anche la carriera dei criminali incalliti non è però facilissima, devono guardarsi allo specchio e hanno bisogno di giustificarsi: il repertorio del “disimpegno morale” è vasto: minimizzare o negare il fatto, dare la colpa ad altri, invocare attenuanti, sostenere che le vittime della mala impresa se la sono cercata. È la progressione che vediamo in atto nel gruppo di ragazzi protagonista di persecuzioni bulliste, oppure del ciclista Armstrong che viene scoperto dopato.

Il disimpegno morale può trovare a sostegno ragioni sociali ed economiche, ma è ancora più forte se è Dio stesso a ordinare l’impresa. Bin Laden ha rivendicato la nobiltà del suo terrorismo, che era al servizio di un imperativo sacro e ha dunque esibito tutta la serie degli artifici dell’esonero da una crudele responsabilità personale: Allah in persona aveva deciso per lui; e poi lo schema del “confronto vantaggioso”: l’11 settembre era niente rispetto alle bombe atomiche americane sul Giappone e rispetto alle sofferenze dei bambini in Medio Oriente. Ma anche Yigal Amir, l’assassino di Rabin, il leader israeliano degli accordi di Oslo, aveva agito per ordine divino: non il mio dito, diceva, ma quello di una intera nazione ha premuto il grilletto.

C’è un modo di rifiutarsi all’evidenza che ricorre in tanti ambiti della vita delle nostre società e che spiega come riusciamo a sottrarci a interventi correttivi: vale per il mercato delle armi negli Stati Uniti dove un dibattito edulcorante trasforma mezzi d’assalto come quelli del massacro nello stadio di Las Vegas in “fucili sportivi” o dove i leader della lobby NRA identificano il diritto di possedere armi con la libertà di espressione, come se fosse la stessa cosa.

E vale per il “modellamento aggressivo” indotto dall’industria dell’intrattenimento, dove ha trionfato a lungo il prototipo maschile del ceffo rude e rabbioso che glorifica la violenza accanto alla ragazza sexy che ostenta una servizievole sessualità, un tema sul quale Bandura ha condotto una personale battaglia così come già John Condry e Karl Popper negli anni Novanta. Anche in questo caso la reazione delle lobby al comando è stata negazionista e ha cercato di spostare le responsabilità, anche se alla fine qualche miglioramento è avvenuto, qui a differenza che nel mercato delle armi.

Rivelatrici del disimpegno le battaglie sul fronte dei danni del tabacco e della connessione tra il fumo e il cancro e altre patologie mortali e in generale nel campo delle produzioni industriali dannose per la salute, dove vasti interessi proprietari e non solo si saldano nel respingere la responsabilità: le strategie di autoassoluzione cominciano con il rifiuto di prendere atto di informazioni probanti, poi minimizzando e negando del tutto l’evidenza.

Inganno o autoinganno? Anche i fumatori, le vittime, imbrogliano se stessi. L’autoinganno non è sempre consapevole. Chi l’ha studiato, come Jon Elster o Elisabetta Galeotti, spiega che è un fenomeno che ti aggira, non che sia proprio invisibile, ma con minimo sforzo riesci a non vederlo: la bugia è solo a metà, ma abbastanza per sospendere la responsabilità. E tuttavia la frontiera della tolleranza nel tempo si sposta: proibire il fumo negli aerei o nei locali pubblici, che pareva impresa visionaria negli anni Settanta, diventa poi senso comune.

Oggi l’arena principale dove si dispiega il disimpegno morale più pericoloso è quello della sostenibilità ambientale: qui Bandura vede gli ostacoli principali nel tabù della sovrappopolazione, nella concezione della crescita basata su un calcolo del Pil insensibile all’ambiente, negli eufemismi che parlano di “impronta del consumo” invece che di degrado, di “cambiamento climatico” invece che di “riscaldamento globale”. Strategie negazioniste, in contrasto con i rapporti dell’IPCC, ai limiti dell’autoinganno.

E con il bambino bugiardo che crede, solo un po’, di dire la verità devi usare l’astuzia. Negli studi di Bandura si vede come risultati eccezionali ha raggiunto in India e in Africa la fiction, non il cinema, ma le serie televisive che producono un coinvolgimento emotivo di personaggi capaci di modellare comportamenti responsabili. Sarà un serial a salvare il pianeta?

Giancarlo Bosetti      La Repubblica  22/12/2017

 

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