Il telefonino nelle aule come strumento didattico? La logica sembra quella del «visto che, tanto vale». Ma a cosa ci può portare?

I telefonini nelle scuole: finora vietatissimi, da adesso in poi è possibile che entrino a pieno diritto nelle aule come strumento didattico innovativo. Non è ancora detto, non è certo. Una commissione ministeriale ci lavorerà nei prossimi giorni. Ma è nell’aria, era da tempo prevedibile che arrivassimo a questo, nella nostra forsennata rincorsa a essere sempre più nuovi, tecnologici, digitali. Ma mi sgomenta lo schema logico-argomentativo, che sembra essere alla base del ragionamento, e mi par tipico dei nostri tempi: lo schema del «visto che, tanto vale». Visto che il telefonino è entrato nelle nostre vite quotidiane, tanto vale farlo entrare anche nella scuola. Ovvero: sarebbe innaturale vietare a scuola qualcosa che, fuori della scuola, è normalmente, proficuamente e collettivamente in uso.

L’abbiamo già fatto, e lo faremo ancora: visto che i ragazzi non sanno più scrivere aboliamo il tema; visto che copiano le versioni da internet, aboliamo o riduciamo la versione dal latino e greco; visto che non sanno più scrivere in corsivo, che scrivano su tastiera; visto che faticano a fare i calcoli, che usino la calcolatrice. Potremmo continuare: visto che ai giovani piace bere birra, ammettiamola come bevanda nell’intervallo; visto che i nostri figlioletti si mettono le dita nel naso, tanto vale insegnar loro un metodo migliore per farlo anche in pubblico; visto che ai ragazzini portati la sera al ristorante piace correre tra i tavoli, inutile costringerli a stare seduti, tanto vale installare dei semafori.

Invece di vietare, assecondare, facilitare. Non porre barriere, non ostacolare. Agevolare, rilanciare, superare le attese, precederle, spiazzare. Dimostrare che noi adulti, genitori e insegnanti, siamo più avanti: comprensivi, collaborativi, complici.

Non capisco se si tratti di una debolezza o di una vera e propria convinzione: cioè, non ci opponiamo all’uso clandestino dei telefonini in classe perché tanto non ce la faremo mai a scovarli, requisirli o vietarli (la battaglia è persa in partenza, dunque inutile combatterla)? Oppure ci crediamo veramente, siamo davvero convinti che i telefonini siano meravigliosi strumenti di un nuovo apprendimento?

Il telefonino ormai è entrato nelle nostre vite. Quindi, ineluttabile. Tutto quel che oggi ci circonda – oggetti, eventi, comportamenti – ci pare ineluttabile. Inevitabile, necessario, incontrastabile, inesorabile: fatale. Al di là del nostro potere, di ogni nostro eventuale intervento. Impotenti e supini come di fronte a un fiume universale perennemente in piena che ci travolge. Non ci chiediamo più che cosa ci sembra sensato e che cosa insensato. Forse non lo sappiamo più. Siamo tronchi galleggianti nella corrente.

Dimentichiamo che molto di quel che ci circonda e compone il nostro attuale vivere sociale non è un fiume, ma il frutto delle nostre scelte. Noi esseri umani possiamo determinare le cose, abbiamo questa facoltà. Certo non totalmente, ma in una certa misura sì. Esempio: se i telefonini sono entrati così pesantemente nella nostra vita, e nella vita dei nostri figli, è perché noi genitori abbiamo deciso di dare un telefonino (o tablet o altro) in mano ai nostri figli dai due anni in poi, e permettiamo loro di usarlo tutto il giorno e in qualunque luogo (vedasi ristoranti), più o meno senza limitazioni alcune.

L’abbiamo deciso! Perché così va il mondo, ma soprattutto perché ci fa estremamente comodo: un tablet è un mirabile strumento di intrattenimento, a metà tra il giocattolo e la babysitter a costo zero, una meraviglia che ci permette qualche ora di pace, cioè di disconnessione dai figli e liberazione dall’urgenza costrittiva di prendercene cura, e magari anche di educarli.

In effetti, quelli che chiamiamo “nativi digitali” sono in realtà, in origine, semplicemente “nativi”: cioè sono nati, hanno solo compiuto il gesto di nascere, che di per sé è neutro e incolore. Siamo noi che, per indifferenza, esaltazione tecno-progressista, comodità, opportunismo, li rendiamo “digitali” (basterebbe esentarli dall’uso dei tablet, e sarebbero dei bambini perfettamente uguali a quelli delle generazioni precedenti).

Quindi, bizzarro che ora si portino i telefonini nella scuola per il fatto che tanto li usiamo fuori. Chiediamoci perché li usiamo in modo così massiccio fuori, e se non sarebbe invece il caso di diminuirne l’uso…

Siamo di sicuro tutti molto agevolati dall’uso di telefonini e tablet nella nostra vita quotidiana, e mai penseremmo di farne senza. Ma è anche vero che ne siamo oppressi e imprigionati. Viviamo schiavi di una connessione perpetua, vittime del chiacchiericcio sui social, drogati da una frequentazione continua e spossante su internet. I nostri ragazzi, li vediamo?, vivono digitando e navigando, in casa, sul pullman, in auto, per strada, in treno, al mare, al bar. Esisteva per loro un’isola protetta, un’oasi di silenzio digitale e sereno spegnimento della rete: la scuola. E ora invece, forse, non avranno più nemmeno quelle cinque ore al giorno di pace de-connessa.

Perché vogliamo questo? Pensiamo di diventare più attraenti, motivanti, interessanti? Abbiamo così poca fiducia nelle naturali fascinazioni della scuola: leggere ad alta voce un racconto, commentare una poesia, risolvere un problema alla lavagna, usare la nostra voce, la nostra passione, il nostro entusiasmo per fare una meravigliosa lezione di storia, filosofia, biologia? Abbiamo davvero così bisogno, per fare una scuola buona, di supporti elettronici, di far vedere un video, di entrare in un sito, digitare un link, chattare in rete, scaricare una app? Arriveremo anche a proporre la musica tecno come sottofondo in classe perché i ragazzi si sentano più a loro agio, più nel loro mondo? E siamo sicuri che, posti davanti al loro amato iPhone anche durante le ore di lezione, saranno più attenti, interessati allo studio, più… “motivati”? Davvero li consideriamo così ingenui e sprovveduti? Abbiamo così poca fiducia in loro? O siamo noi tanto ingenui da pensare di abbindolarli?

Esiste ormai da una decina d’anni una rigogliosa letteratura che mette in guardia dall’uso smodato di internet e social. È un’onda contraria, un pensiero critico, in controtendenza, forse l’inizio di una vera e propria ribellione, che spesso parte proprio da coloro che sono stati i più convinti fautori dell’innovazione tecnologica. Si vedano, solo per dirne tre, J. Lanier, Tu non sei un gadget, Mondadori 2010; N. Carr, Internet ci rende stupidi?, Cortina 2011; e M. Spitzer, Demenza digitale. Come la nuova tecnologia ci rende stupidi, Corbaccio 2012. E, ultimissimo, un saggio appena uscito di Jean Twenge dal titolo iGen: why today’s super connected kids are growing up less rebellious, more tolerant, less happy and completely unprepared for adulthood (Atria Books), in cui l’autrice, docente di Psicologia alla San Diego State University, sostiene che l’iPhone abbia distrutto una generazione.

È altresì ormai provato, da numerosi studi scientifici, che scrivere a mano è molto diverso che scrivere su tastiera, e che leggere su pagina è diverso che leggere su schermo: si attivano altre zone del cervello, e lo studio, che è un lento e complesso processo mentale, si avvantaggia di molto con la scrittura a mano e la lettura sui libri. È stato anche provato che il multitasking non è affatto quella nuova strabiliante capacità intellettiva che ci piace attribuire ai nuovi giovani, ma piuttosto un limite, un difetto che rende più difficile organizzare in modo logico i pensieri; e che esistono problemi gravi connessi al sovraccarico di informazioni: si veda la sindrome da stress denominata IAD, Internet addiction disorder.

Ceronetti ha scritto che: «nell’insegnamento elementare la comunicazione elettronica deve essere responsabilmente bandita». Steve Jobs proibiva ai suoi figli, da piccoli, l’uso di iPad, iPod e iPhone. E Evan Williams, fondatore di Twitter, ha educato i figli abituandoli alla lettura dei libri e cercando di tenerli il più possibile lontani dagli smartphone e iPad.

Quindi, perché certi segnali, dal Ministero, sull’opportunità di usare i telefonini in classe? Gradiremmo atteggiamenti più dubbiosi… Mi pare che commettiamo sempre lo stesso errore: perché la scuola sia sempre più alla portata di tutti e soprattutto di chi ha difficoltà, perché risponda sempre più alle richieste dell’utente (cliente!), la svuotiamo della sua vera sostanza, culturale, e la rendiamo sempre più simile a quel che c’è fuori, a quel che “scuola non è”. Così è più accogliente, fa meno paura, sembra meno aliena.

Ci adeguiamo a quel che pensiamo che i giovani vogliano, ci mettiamo noi al loro livello invece di portarli al nostro, scendiamo nel loro campo, usiamo i loro linguaggi, i loro segni: in poche parole, diamo loro sostanzialmente quel che hanno già. Usate i telefonini tutto il pomeriggio e sera? Bene, allora ve li facciamo usare anche al mattino, non sia mai che la scuola sia un’isola appartata e sconnessa, aggiungiamo altre 4 o 5 ore alle 7 ore che già dedicate a internet e social.

Abbiamo l’idea, sbagliata, che una scuola tanto più diventi democratica quanto più si adegui alle esigenze-desideri-preferenze (presunte) della maggioranza. Il risultato è una scuola che insegue i like, vuole follower, stellette, punti. Patetica infinita captatio benevolentiae che ha l’aria di una indagine di customer satisfaction. Penoso blandire le peggiori debolezze dei nostri giovani, invece di dirottarli su comportamenti più virtuosi, verso mete cognitive più alte.

Non si potrebbe fare esattamente il contrario? Non si potrebbe dire: visto che coi telefonini smanettate già un bel numero di ore al giorno, almeno a scuola vi daremo altro? La scuola come altro possibile uso del tempo, altra possibile vita, altro modo di vedere le cose, di pensare, di entrare in relazione col mondo. Vi daremo, guarda un po’, sempre più libri, invece di ri-darvi i telefonini! I libri non sono nella vostra vita? Benissimo! A scuola troverete solo libri! (solo libri: così, con questo coraggio anche un po’ drastico, estremo!). Saranno un’alternativa, un’aggiunta, una cosa in più a cui magari non avreste pensato, un’opzione diversa che non avreste cliccato mai, dunque un arricchimento, una chance in più per la vostra vita.

Potremmo fronteggiare l’onda-orda dei telefonini, invece di cavalcarla assecondando, e di fatto anticipando, il maremoto. Potremmo, proprio partendo dalla scuola, cominciare una lenta opera di disintossicazione e progressiva disconnessione, invece di incrementare l’irretimento nella rete fin dalla più tenera età!

Mi si dirà che l’uso dei telefonini in classe non intaccherebbe per nulla l’uso dei libri. Può darsi che nelle intenzioni sia così. Ma nella realtà? Tra lavagna elettronica, computer in classe, tablet personale, la scuola si va digitalizzando. Questo è il piano (Piano Nazionale Scuola Digitale, della Buona Scuola), e il telefonino è solo l’ultimo tassello. La brevità, l’immediatezza, la velocità, l’appeal visivo, la luminescente fascinazione dei mezzi digitali per forza di cose avranno la meglio. Vedo difficile, da lì, tornare alla lunghezza e alla grigia omogeneità di una pagina stampata, che richiede tempo, attenzione, indugio, capacità riflessive astratte.

Leggere-studiare un libro è un’esperienza cognitiva complessa. Se a lungo andare i ragazzi perderanno la capacità di stare su un testo, di comprenderne il senso, se diventeranno sempre più inabili allo studio astratto, sarà unicamente a causa delle scelte che noi adesso stiamo compiendo, non certo a causa del deterioramento del loro cervello, o di mutazioni antropologiche di cui tanto ci piace fantasticare. Cito Alberto Contri, il quale nel suo ultimo libro (McLuhan non abita più qui?, Bollati Boringhieri, 2017), dopo aver ricordato che il nostro “neocervello” risale a circa 200 milioni di anni fa, scrive: «Davvero risibile, quindi, anche solo immaginare – come sostengono alcuni – che il cervello dei ragazzi si stia modificando grazie allo sviluppo delle tecnologie avvenuto negli ultimi vent’anni. In realtà sta reagendo come meglio può alle violente accelerazioni e allo stress cui viene sottoposto, e già cominciano a vedersi i primi danni, come una palese destrutturazione del pensiero, un impoverimento complessivo del linguaggio e della scrittura. L’essere continuamente connessi dà ai nativi digitali e millennial l’illusione di essere al centro della realtà, mentre rischiano di rimanerne al di fuori, perché sempre altrove e costantemente distratti».

Ecco, bisognerebbe dunque invertire l’ordine causale: non è che noi dobbiamo adeguare il sistema dell’istruzione al nuovo cervello dei nuovi giovani; è che il loro cervello si sta sforzando, faticosamente e talora dolorosamente, di adeguarsi alle nostre attuali pericolose scelte!

Il telefonino in classe potrebbe agevolare l’ormai iniziata, lenta, progressiva dismissione dei libri, che abbiamo sotto gli occhi e che ipocritamente continuiamo a negare. Un ulteriore, durissimo colpo al valore della concentrazione, dell’introspezione, della memoria, dell’attenzione, della riflessione. Dispiacerebbe che fosse proprio la scuola a contribuire in modo così massiccio a relegare i libri negli ombrosi, umidi e ammuffiti scantinati delle nostre esistenze. Proprio la scuola che dovrebbe essere l’ultimo baluardo, l’isola di resistenza da cui, semmai, far ripartire una battaglia culturale.

Paola Mastrocola       Il Sole Domenica 24/9/2017

 

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