Né patria, né Dio – Così gli smartphone diventano garanti dell‘onestà. Persino più della mamma

“Te lo giuro, sul mio telefonino”. Abruzzo, spiaggia di Tortoreto, uno stabilimento (ma qui si chiamano chalet), neanche tra i più moderni. È quasi ora di pranzo. Tre ragazzine, quattordici/quindici anni al massimo, giocano un’improbabile partita a scopa. Vanno perdonate, non hanno la manualità dei loro nonni, che con l’astuccio delle “napoletane” avevano ben altra dimestichezza, ma sembrano impegnarsi. E poi, una volta tanto, non si stanno parlando attraverso un telefonino. Qualcuno le osserva, quasi intenerito dal loro perdersi nel calcolo della primiera, perché una delle tre racconta di aver saputo dal padre che, oltre ai sette e ai sei, contano anche gli assi. Come e quanto, non lo sanno, ma contano. Ridono.

È anche un quadretto tranquillizzante, quasi antico, quando però tutto cambia e la biondina, quella delle tre che rivendicava conoscenze sulla primiera, comincia a discutere con un’amica. Il problema sarebbe quello di una carta sbirciata, quindi di una scopa mancata, e per quel punto perduto i toni si alzano. Tre vipere, anzi: due contro una, perché la biondina è in minoranza, la incalzano, l’accusano e lei, messa alle strette, giura. E lo fa con tutta la forza di chi rivendica una verità contro un’accusa ingiusta, giurando su quanto di più prezioso esista nella sua vita: “Te lo giuro sul telefonino”, grida. E deve essere un giuramento potente, se le due amiche all’improvviso si convincono che no, non ha sbirciato. Se ha giurato sul telefonino, non ha sbirciato.

La partita riprende, come nulla fosse. Come se niente fosse accaduto. Invece, è accaduto tutto: è tramontata un’epoca. Non che servisse questo giuramento, anzi, ma quell’invocare a garanzia del giuramento, quindi di quello che è il più solenne tra gli impegni, un telefonino, è il segnale vero, profondo, inquietante di uno stravolgimento. Ulteriore. Se c’è stato un qualcosa che, attraverso le epoche, non è mai cambiato, è proprio questo: il garante dei giuramenti.

Da sempre, se c’era da affermare un supporto alla verità, c’erano solo tre riferimenti: la Patria, Dio e la mamma. Nell’ordine, perché tra i tre, è ovvio, è la mamma che si considera più importante, e la Patria meno. Giurare sulla bandiera era certezza di fedeltà in divisa, su Dio chiudeva una disputa, garantiva le testimonianze in tribunale e l’impegno in politica, giurare sulla mamma era il momento tombale di ogni polemica, che fosse in un campo di calcio da ragazzini o in qualche più adulta discussione.

Mai, un telefonino, era diventato così “fondamentale” da farsi garante di un impegno della coscienza. Più importante di una madre. In fondo, non è più alle madri che si affidano problemi e confidenze, paure e incertezze, ma al telefonino. Quanto le madri erano, un tempo, le porte della conoscenza “adulta”, tanto oggi i telefonini lo sono della conoscenza totale. Quel giuramento è l’affermazione di una nuova maternità culturale. Il telefonino era già “Dio”, adesso è diventato mamma.

Antonio D’Amore        Il Fatto  18 agosto 2017

 


Il prof di religione per sempre assassino

L’altro giorno la presidente della Camera ha riportato l’attenzione sul linciaggio digitale cui è sottoposta da tempo e sui commenti violenti e offensivi che ormai inondano i social. Un problema che tende ad aggravarsi sia per il diffondersi di questi strumenti sia perché le eventuali sanzioni arrivano solo ad anni di distanza dai fatti. Una tutela di fatto inesistente se si considera la velocità e la diffusività garantita dal web. La «tradizionale» querela per diffamazione o anche la citazione per danni sono strumenti inefficaci ancorché applicabili in punto di diritto. Ma il problema posto dalla Boldrini non è l’unico aspetto dannoso dei social. Quel che è capitato mercoledì pomeriggio a Bitonto è un esempio da manuale di un’altra questione rilevantissima: lo scambio di persone.

Un errore così diffuso nel quale talvolta incappiamo anche noi giornalisti, che pure dovremmo fare verifiche e controverifiche su ciò che diffondiamo. A Bitonto è successo che, dopo il mortale accoltellamento di un giovane per una lite tra automobilisti,qualcuno abbia diffuso nome, cognome e foto del presunto assassino. Nel giro di poche ore, un tranquillo insegnante di religione – del tutto estraneo ai fatti – si è ritrovato al centro di accuse, insulti e minacce. Il prof. Cannito – questo il suo nome – ieri mattina è stato costretto a presentare denuncia ai carabinieri. Ora scatteranno le indagini per individuare chi per primo ha diffuso la «notizia» e, se e quando sarà individuato, lo si potrà incriminare. Nel frattempo il malcapitato docente, per la Rete, resterà r«assassino» di Bitonto. Perché negli effetti che spesso non si considerano c’è anche l’eternità di tutto il materiale che viene riversato online. La cancellazione totale di dati è di fatto impossibile. Così come è impossibile «morire»: si calcola che almeno il 10 per cento dei profili Facebook attivi appartengano a persone decedute. E così, magari fra qualche anno, facendo delle ricerche o semplicemente bighellonando sulla Rete, qualcuno ripescherà la «notizia» da Bitonto del prof. assassino.

Gli strumenti telematici sono affascinanti e di grandissima utilità. Oggi è impensabile fame a meno. Hanno anche il grande merito di realizzare in concreto quella libertà di manifestazione del pensiero garantita a tutti dalla nostra Costituzione. Ma proprio qui nascono i problemi. Questa fondamentale libertà, per quanto estesa, non è senza limiti. Trova, un argine, per esempio, nei diritti della persona (onore, reputazione, privacy, identità personale).

Chi ogni giorno pontifica sui social nei forum, nelle chat, quasi sempre non ha la minima idea di tali limiti. Anzi, ritiene che la possibilità tecnica sia anche garanzia di legittimità. In più c’è la convinzione di agire in uno spazio «privato». Per cui le invettive, le parolacce, gli insulti e tutto il resto che uno potrebbe urlare tra i quattro muri di casa ritiene di poterli inserire tranquillamente nel frullatore di Facebook e farli girare per il mondo, rendendoli imperituri.

Che fare? Le querele e le denunce possono servire, soprattutto se a offendere sono gruppi noti e organizzati. Ma sono poco efficaci se dobbiamo andare a individuare uno dei miliardi di iscritti a Facebook. Allora bisogna comportarsi come nella vita fisica: insegnare l’educazione. A pochi fra gli abituali frequentatori di social sono stati spiegati questi problemi ed è stato insegnato che libertà di espressione è cosa differente dalla libertà d’insulto e che raccontare un fatto è una cosa, accusare qualcuno d’essere un assassino è un’altra.

Se non si comincerà a fare subito qualcosa si moltiplicheranno i casi del prof. Cannito e i nostri rapporti umani andranno sempre più peggiorando, con i cafoni sempre più padroni delle nostre vite. Come del resto si vede già in questa estate fatta di gente che fa il bagno nel Canal Grande, che inonda di olio le fontane di Roma o che scambia per orinatoi i sagrati delle chiese.

I rapporti «virtuali» che si sviluppano nella Rete non sono ininfluenti sulla vita reale. Anzi, tanto più si sviluppano e si diffondono gli strumenti online, capaci di far circolare in qualche secondo parole, immagini e suoni in ogni angolo del pianeta, tanto più la nostra qualità della vita dipenderà da essi. E se la società che si prefigura è quella di belve feroci e urlanti che si vede oggi sui social, prepariamoci a rimpiangere i tempi in cui per telefonare servivano un gettone e una cabina. Per convincersene, basta chiedere al prof. Cannito.

Michele Partipilo       La Gazzetta del Mezzogiorno  18/8/2015

 

vedi:  I ragazzi non sanno più essere empatici: l'esempio lo danno i genitori

La comunità impossibile di Facebook

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