Il 28 dicembre 1943 muoiono torturati e fucilati dai fascisti presso il poligono di tiro di Reggio Emilia i 7 FRATELLI CERVI: GELINDO (43 anni),  ANTENORE (38 anni), ALDO (34 anni), FERDINANDO (32 anni), AGOSTINO (28 anni), OVIDIO (25 anni), ETTORE (22 anni) tutti contadini, antifascisti, Partigiani.

I Fratelli Cervi erano nati tutti a Campegine (RE) e appartenevano a una famiglia di contadini con radicati sentimenti antifascisti. Il nucleo familiare era caratterizzato dalla forte personalità della madre GENOEFFA COCCONI (1876- 1944) e dall’impegno sociale e politico del padre ALCIDE (1875- 1970). Di formazione cattolica, Alcide ( per breve tempo legato al partito popolare di LUIGI STURZO (1871- 1959)) sposò nel 1919 Genoveffa Cocconi, dalla quale ebbe nove figli, due femmine e sette maschi. Alcide aderì poi con passione agli ideali socialisti ed  educò i figli all’amore per la libertà e la giustizia sociale.

Quando Aldo svolse il servizio militare (1929- 1932) avvenne una svolta per tutti: ferì casualmente  un sottufficiale e venne processato e condannato a cinque anni, poi tre, dal Tribunale militare di Trieste. Mentre si trovava nel carcere di Gaeta venne a contatto con alcuni esponenti comunisti che lo conquistarono alle loro idee ed aderì all’attività clandestina del Partito Comunista italiano. Quando Aldo tornò

La Famiglia Cervi. Al centro Alcide e Genoeffa,

in famiglia nel 1932 fondò a Campegine una cellula comunista con la collaborazione dei fratelli più grandi per l’attività politica e cospirativa. Per diffondere le sue idee riuscì ad ottenere l’incarico di bibliotecario comunale e a distribuire libri legati agli ideali comunisti. Insieme tutti i fratelli  facevano propaganda fra gli amici e venivano organizzate delle riunioni nelle quali programmare una resistenza attiva contro il fascismo.

Nel 1934 la famiglia prese in affitto un podere in località Casa Nuova a Gattatico ma Campegine continuò a rimanere il centro del lavoro politico e cospirativo in varie forme: diffusione di manifesti e giornali, ospitalità e aiuto agli antifascisti ricercati, manifestazioni e boicottaggio delle iniziative fasciste. La tendenza in famiglia è quella di prendere di comune accordo le decisioni più importanti e tale coesione sarà basilare sia per lo sviluppo in senso tecnico che avrà l’azienda agricola sia per la monolitica scelta di adesione alla Resistenza. Intanto nel 1936 Gelindo e Ferdinando si rifiutarono di partire come volontari per l’impresa di Etiopia e nel 1939 Gelindo subì un’ammonizione politica e fu processato per oltraggio al capo del governo.

Quando nel 1940 l’Italia entrò in guerra, l’attività dei Cervi si fece più intensa organizzando nel Reggiano la distribuzione clandestina dell’Unità che si allargò fino a Mantova e si provvide anche all’acquisto di armi. Casa Cervi diventò un vero e proprio luogo del dissenso militare contro il fascismo e la guerra e il cascinale della famiglia Cervi divenne un porto sicuro per antifascisti e partigiani feriti nonché per i prigionieri stranieri sfuggiti ai nazifascisti.

Il Partito Comunista prese contatto con loro attraverso una compagnia di attori girovaghi giunti in paese (i Sarzi) e organizzare la diffusione di materiale propagandistico. L’amicizia tra i Sarzi e i Cervi spinse il PCI a far stampare l’Unità nel Reggiano, per cui fu impiantata una tipografia clandestina, poco distante da casa Cervi,  che riusciva a stampare fino a 10.000 copie alla volta.

I Sarzi fungevano da intermediari fra le organizzazioni comuniste e i Cervi ebbero un ruolo fondamentale  nel diffondere la propaganda, nelle campagne circostanti, stimolando la riflessione della gente con recite, prestito di libri e discussioni politiche. Le recite avevano anche la funzione  di raccogliere denaro per le casse della Resistenza: così il teatro della famiglia Sarzi divenne un punto d’incontro per i partigiani  che serviva, sotto copertura, anche per la distribuzione delle armi. Va ricordato che i Fratelli Cervi, pur vicini alla Resistenza Comunista, non furono comunque mai legati ad una disciplina di partito e portarono avanti la loro lotta resistenziale con molta autonomia tanto che alcuni dirigenti locali del Partito comunista clandestino accusavano i fratelli Cervi di comportarsi da “anarcoidi”.

La casa deila famiglia Cervi

Dopo l’8 sett. 1943 e l’occupazione di Reggio da parte dei tedeschi l’azione dei Cervi si fece più efficace e rischiosa: venivano effettuate imboscate a pattuglie nazifasciste, assalti alle caserme per i rifornimenti di armi e sabotaggi alle linee elettriche. L’azione comune  con i Sarzi permise di far liberare degli internati dal campo di concentramento di Fossoli (MO), dopo averne tagliato i reticolati di cinta. Casa Cervi divenne ancora di più un rifugio per i prigionieri alleati che si erano dati alla macchia, per i disertori e per i partigiani. La famiglia Cervi ospitò, in poco più di due mesi, circa cento ricercati di diversa origine: militari inglesi, americani, sovietici, polacchi, francesi e persino alcuni tedeschi che avevano disertato. Tutti ricevevano vitto e alloggio e, dopo essersi rifocillati, venivano indirizzati verso le montagne vicine. I feriti ricevevano l’assistenza delle donne e di un medico fidato.

Purtroppo il 25 novembre 1943 la cascina dei Cervi venne circondata da circa centocinquanta militi fascisti che intimarono a tutti di arrendersi: la famiglia si difese sparando dalle finestre; ma quando le munizioni furono esaurite e il fienile fu dato alle fiamme, per evitare un inutile massacro, Aldo convinse tutti  a deporre le armi. Fu allora concordata tra i Fratelli la linea di condotta da tenere negli interrogatori: per scagionare tutti gli altri, essi soltanto si sarebbero assunta ogni responsabilità. Purtroppo il piano non riuscì.

Tutti i Fratelli  e il padre Alcide vennero rinchiusi nel carcere di S. Tommaso di Reggio Emilia dove rimasero ancora insieme per circa un mese; poi, tranne il padre, vennero nuovamente portati via, apparentemente per essere processati a Firenze. Dopo la cattura i Cervi erano stati a lungo interrogati e seviziati, ma i fascisti non ebbero nessuna risposta e si racconta che allora essi fecero questa proposta: “Volete il perdono? Mettetevi nella Guardia Repubblicana” e i Fratelli risposero: “Crederemmo di sporcarci“. Nemmeno i quattro dei Cervi che erano ammogliati ed avevano figli, compreso Gelindo che ne aveva un altro in arrivo, ebbero dubbi e non cedettero alle lusinghe. Poiché in quei giorni venne ucciso dai partigiani il segretario del partito fascista di Bagnolo in Piano (RE) si decise  l’uccisione immediata, per rappresaglia, dei Fratelli Cervi. All’alba del 28 dicembre 1943 i Fratelli vennero tutti fucilati nel poligono di tiro di Reggio Emilia. Con loro venne fucilato anche il partigiano QUARTO CAMURRI (22 anni, disertore della GNR fascista), loro stretto collaboratore.

Quarto Camurri

Il padre, Alcide, rimase in carcere fino all’8 gennaio 1944, ignaro della morte dei figli, finché un bombardamento aereo colpì l’edificio carcerario e gli permise la fuga. Poi, nell’ottobre del 1944, la casa della famiglia Cervi venne incendiata dai fascisti. Il 15 novembre dello stesso anno, forse a causa di questa ulteriore dolorosa esperienza, Genoeffa Cocconi morì di crepacuore.

Solo nell’ottobre del 1945 Alcide Cervi potè celebrare un funerale solenne per i suoi figli: in questa occasione Alcide pronuncerà una celebre frase: “dopo un raccolto ne viene un altro”. Tutti e sette i Fratelli furono decorati con Medaglia d’argento al valor militare ed anche ad Alcide fu consegnata una medaglia d’oro. Durante la consegna, Alcide pronunciò un discorso di cui sono ancora ricordate queste parole:

“Mi hanno sempre detto… tu sei una quercia che ha cresciuto sette rami, e quelli sono stati falciati, e la quercia non è morta… la figura è bella e qualche volta piango… ma guardate il seme, perché la quercia morirà, e non sarà buona nemmeno per il fuoco. Se volete capire la mia famiglia, guardate il seme. Il nostro seme è l’ideale nella testa dell’uomo”.

La tomba dei Fratelli Cervi nel Cimitero di Campegine

Alcide, nel dopoguerra, fu eletto al Consiglio comunale di Gattatico e fu nominato presidente del Comitato nazionale dell’onore e del sacrificio; morì a Gattatico il 27 marzo 1970 all’età di 95 anni dopo aver impegnato il resto della sua vita nella cura della Memoria dei suoi Figli e dei valori della Resistenza. I corpi dei 7 Fratelli riposano, insieme con il Padre e la Madre, nel cimitero di Campegine. Il corpo di Quarto Camurri riposa nel cimitero di Guastalla (RE), suo paese natale. Oggi soprattutto il figlio di uno dei fratelli Cervi, Adelmo (nato nel 1943, figlio di Aldo), porta avanti la Memoria della sua famiglia insieme all’impegno politico e culturale a favore della Costituzione italiana.

Per fare Memoria della morte di Genoeffa e del sacrificio dei suoi Figli PIERO CALAMANDREI, in occasione della collocazione di un busto di Genoeffa nella sala del consiglio del comune di Campegine nel 1954, scrisse una straordinaria EPIGRAFE ALLA MADRE:

Quando la sera tornavano dai campi
Sette figli ed otto col padre
il suo sorriso attendeva sull’uscio
per annunciare che il desco era pronto.
Ma quando in un unico sparo
caddero in sette dinanzi a quel muro
la madre disse
non vi rimprovero o figli
d’avermi dato tanto dolore
l’avete fatto per un’idea
perché mai più nel mondo altre madri
debban soffrire la stessa mia pena.
Ma che ci faccio qui sulla soglia
se più la sera non tornerete.
Il padre è forte e rincuora i nipoti
dopo un raccolto ne viene un altro
ma io sono soltanto una mamma
o figli cari
vengo con voi.

 

vedi:  "Sette era come dire uno"

 

Vedete il nostro video  ” Il dovere della Memoria“: QUI

 



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