Ciò che succede in America è come una lezione di anatomia: corpi esausti e svuotati continuano a menare colpi in modo sbagliato, in epoche sbagliate, ciascuno senza colpire. Trump e Sanders sembrano in preda a una euforia da stress estremo. Ma hanno perduto del tutto il senso del tempo, del luogo e del dopo di quello che stanno facendo. Trump non sarà mai una persona rispettabile, e se dovesse vincere (nessuno lo vuole ma potrebbe) resterebbe un uomo ridicolo, anche con l’atomica in mano. Sanders è caduto, come un personaggio di Lewis Carroll, nel buco profondo di un mondo rovesciato. Dice e ripete cose di un altro mondo che c’era ma non c’è.

Trump ha portato i suoi costosi giocattoli sulla strada dove nessuno potrà giocare con lui, ma piace troppo a se stesso. Sanders è drogato dal lungo applauso di una folla che non aveva mai sentito nulla di simile, dunque è attratta dalla assoluta novità del copione. Ma il copione è di un altro mondo, piace proprio perché è fantasia e non corrisponde a nulla che c’è o si può fare. Piace ma poi finisce e non potrai dirgli che ti lascerà troppo poco quando la lunga tournée sarà finita. Non ti lascia nulla.

Ai margini del ring americano c’è una signora per bene, per nulla esaltata ma spiazzata dalla grandiosità dello spettacolo. Con distrazione votano per lei, in maggioranza, in quasi tutte le primarie e poi si vedrà. Ed è rimasto Obama, il presidente uscente, che fa paura. Fa paura perché, nonostante il potere, si comporta con dignitosa normalità. Nessuno più è abituato alla dignitosa normalità, e ormai Obama è un grande estraneo. Rimpiangi che, altre alle doti di statista che ha dimostrato (continuo a ripetere, il più grande dopo Roosevelt) non sia un poeta o scrittore, capace di narrarti, dopo, il potere da dentro.

Ma non lo sappiamo, e ormai corriamo il rischio di essere oppressi da un grande spettacolo, pericoloso e inutile. In Italia, Paese molto portato ai grandi cambiamenti al peggio (abbiamo inventato il fascismo), avrete notato che sempre più personaggi autorevoli cominciano ad “apprezzare” Trump. Potrebbe vincere, ed è bene non correre rischi. Del resto la situazione politica italiana, pur con un solo protagonista incombente che riesce a toccare da solo tutti i tasti, in una disarmonica ma robusta sequenza sonora, non è molto diversa.

Renzi ama se stesso e si occupa di se stesso a tempo pieno. Ogni cosa (una legge, un cambiamento, un rischio, una speranza, un momento difficile della storia locale, della storia europea, della storia mondiale) si chiama “io” e di questo “io” dobbiamo occuparci dicendo “sì” e “no” tutto il tempo. E la frase finale suona così: “Se dite no, io me ne vado” che, tradotto, vuol dire “se dite no, voi ve ne andate”, nel senso che, alla Erdogan, non c’è alcuno spazio per quella perdita di tempo che è il dissenso.

Il senso delle parola “io” sta per “voi”. È talmente chiaro che, lo avrete notato, si moltiplica un nuovo tipo di consenso al primo ministro e alla sua epocale riforma costituzionale: il “sì” di malavoglia, e magari anche accompagnato da tutte le migliori ragioni del no, per concludere l’argomentazione con un “sì” esausto, come lo sono tanti “no” di chi non riesce più a ricordare in modo coerente il senso di questa riforma fatta per forza, approvata per forza e da votare per forza.

Stiamo attribuendo una quantità di progetti al potere che verrà dalla riforma. Ma non esiste alcuna idea o visione o progetto dell’andare dove e perché useremo il “cambiamento” per cambiare cosa? Tutto quello che ci serve (o, in base alle più accreditate teorie bocconiane, crediamo che ci serva) per “ripartire, crescere, lavorare” non sono state approvate o discusse e neppure immaginate, salvo il Job Acts fondato sul voucher che, giustamente, non ha prodotto nulla.

Ecco dunque che ci ritroviamo alla fine con lo stesso senso di spossata incapacità di vedere e prevedere che notiamo nella politica americana. Noi, come loro, non vediamo che il cambiamento del modo di comunicare (rapido, solitario, isolato, diretto) ha cambiato e alterato il contesto sociale, rendendo facili le auto-celebrazioni di Trump e Salvini. Non vediamo che, in soli tre decenni, l’informazione ha perso o sta per perdere la sua libertà (un social dura un istante e cambia il mondo, un telegiornale dura, ovvero si ripete, tre giorni). In altre parole, domina l’informazione individuale e tende a scacciare la notizia collettiva e ognuno deve confrontarsi con l’immensa diffusione di vero e di falso, dal quale non ti salva la favolosa enciclopedia dei fatti e dei dati.

Sai tutto, ma non sai se è vero, o se ti ingannano. Anche perché del che fare, nel dopo del loro trionfo, non sanno nulla. Forse una guerra. Benvenuti nel tragico Paese dei balocchi di Trump, Le Pen, Salvini, Hofer, Erdogan, e tutti i nuovi dittatori senza idee e senza ideali, tranne muri e frontiere.

Furio Colombo     Il Fatto  29/05/2016.

 

vedi: Bene il “no”, ma la battaglia è altrove

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