La differenza vera non è tra credenti e non credenti, ma tra clericali e laici

INFURIA nel Parlamento e nel paese il dibattito sulla legge relativa ai diritti civili in un contesto dominato dalla presunta, artificiosa, contrapposizione tra cattolici da un lato e laici dall’altro, il quale vede legarsi insieme calcolo politico e confusione concettuale: indice il primo di una volontà di strumentalizzazione, la seconda di una non sorprendente ma deplorevole incapacità o volontà di distinzione. Senza tregua, insomma, sentiamo evocare il vecchio ritornello secondo cui i cattolici si oppongono ai laici e i laici ai cattolici. Si tratta di una distinzione a cui sembra impresa vana cercare di sottrarsi; e che fa un grave torto anzitutto ai cattolici e più in generale ai credenti delle varie fedi religiose.

Chiunque guardi alla realtà delle cose non fa fatica ad accorgersi che vi sono cattolici e credenti che hanno un approccio laico e liberale ai problemi della vita e della convivenza civile (come Arturo Carlo Jemolo) e laici — spesso identificati con estrema disinvoltura tout court con i non credenti — i quali sono tali nel termine ma non nello spirito. La distinzione vera non è tra cattolici e laici, credenti e non credenti, ma tra clericali e laici.

Laici sono tutti coloro che, in relazione ai valori e ai comportamenti, tengono cara e rispettano la libertà altrui, non intendono dettare il proprio credo a coloro che non lo condividono, si attengono nei loro progetti e concreti modi di vivere a ciò che il credo dice loro, ma non pretendono di imporli ricorrendo alla forza della legge dello Stato, rivendicano giustamente il diritto di cercare di estendere il consenso alle loro concezioni del mondo, ma non mirano a stabilire con i mezzi della coercizione un monopolio che si vuole improntato al massimo della civiltà etica e sociale ma che in effetti si presenta incivile.

Clericali sono per contro quanti, intolleranti, un tale monopolio invocano; sono i credenti illiberali che, facendo appello al fatto di avere con sé la maggioranza popolare, concludono di avere il diritto e la legittimazione per sopraffare gli altri; ma nelle file dei clericali si collocano a pieno titolo altresì quei sedicenti laici che considerano i credenti alla stregua di minus habentes, in quanto prede della superstizione nemica della razionalità e per loro natura incapaci di sviluppare uno spirito laico.

Autentici “clericali” in questo senso erano perciò i regimi che predicavano e imponevano l’ateismo come doveroso e indispensabile fondamento dello Stato. Quando si tratta dei modi di concepire una famiglia, di stabilire i diritti delle coppie etero e omosessuali, le adozioni, è giusto e necessario che non si usi il principio della supposta maggioranza come un boomerang contro il rispetto delle diversità e le sue implicazioni legislative. La libertà dovrebbe valere come un bene condiviso; ma i credenti clericali, ovvero coloro che si considerano i guardiani dell’unica verità ammessa, di quella che, essendo rivelata da Dio, soltanto può costituire un’etica universalistica, si indignano all’idea che possano avere corso punti di vista e stili di vita che non siano i loro.

Eppure hanno di fronte a sé una strada larga come un’autostrada: operare affinché il consenso intorno ai loro valori e criteri di vita si allarghi nella misura in cui sono in grado di ottenerlo, agire per conquistare il maggior numero delle coscienze al loro messaggio. Ma vivano e lascino vivere anche chi pensa e sente altrimenti. Il concepire la verità in maniera monopolistica è pienamente legittimo nella sfera della coscienza soggettiva degli individui e delle collettività, ma non deve invadere le istituzioni di uno Stato che voglia essere laico, il cui compito è quello di regolare in maniera pacifica e civile le relazioni tra la maggioranza e le minoranze, proteggendo — di più: favorendo — il pluralismo e impedendone il soffocamento.

Massimo L. Salvadori      Repubblica 18.2.16

 

vedi: Discorso sulla laicità ai tempi della collera

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