Un sottile filo collega gli arresti di «Mafia capitale» di giovedì scorso e le sanzioni – per complessivi 12,5 miliardi di dollari – comminate poche ore prima, da un tribunale canadese a tre «grandi» del tabacco mondiale per aver occultato gli effetti nocivi del fumo. Unisce altri arresti italiani recenti, quelli per manipolazione delle partite in Lega Pro e in Serie B, i 5,6 miliardi di multa patteggiati, anch’essi recentemente, da sei grandi banche internazionali per aver manipolato le quotazioni dei mercati mondiali dei cambi, l’inchiesta sulle tangenti Fifa per i campionati mondiali di calcio e tanto altro ancora. Questo filo sottile che avvolge sia affari di quartiere sia affari del pianeta, si chiama disonestà: dobbiamo riconoscere che una disonestà diffusa e persistente caratterizza l’attuale fase del capitalismo globale.

Visti in questa luce, gli avvenimenti italiani appaiono come varianti acute, e particolarmente incancrenite, di un fenomeno molto più generale. Il che, naturalmente, non ne sminuisce la portata, anzi, la aumenta perché in Italia la disonestà diffusa ha contribuito potentemente a determinare una crisi più grave che in altri Paesi. Le conversazioni in romanesco sboccato tra gli indagati della «cupola» romana fanno il paio con gli scambi di posta elettronica, in gergo finanziario inglese, che compaiono in molte inchieste internazionali.
La disonestà è divenuta «normale», si fa finta di non vederla: il tasso Libor, cardine delle contrattazioni finanziarie internazionali, il prezzo dell’oro e quello del petrolio sono tutti stati «manovrati» per anni, così come la spesa pubblica italiana è stata per anni gonfiata da pratiche come quelle che stanno venendo alla luce a Roma e altrove. In molti Paesi le autorità inquirenti accettano il patteggiamento, ossia il pagamento di multe gigantesche, lasciando al loro posto i vertici delle istituzioni che hanno operato in maniera scorretta e che considerano queste multe poco più che normali «incidenti di percorso». In realtà non si tratta di incidenti di percorso, ma di un modo disastroso di percorrere la strada della crescita, una crescita che dovrebbe portare a un benessere diffuso sul pianeta e che è stata invece distorta e, nel caso italiano, soffocata.

Secondo le forme più estreme di liberismo, il mercato «si pulisce da solo» e richiede poche regole trasparenti, il minore intervento possibile di regolatori esterni, per dare risultati della massima efficienza. L’evidenza empirica dice che, almeno nel caso attuale, le cose non stanno così: se non esiste una moralità pubblica condivisa tra i partecipanti al mercato, come invece succedeva abbastanza frequentemente nel capitalismo europeo «classico», il mercato stesso tende a deteriorarsi, a divenire rapidamente instabile, ad accentuare le diseguaglianze, a dare risultati perversi.

La premessa del mercato liberista è l’esistenza di un «level playing field», un «campo da gioco» pianeggiante, senza posizioni di vantaggio, con regole uniformi, informazioni note a tutti, trasparenza sulle operazioni che vi si compiono. I «campi da gioco» dell’attuale economia globale sono invece sempre meno pianeggianti: non fanno emergere i più efficienti, bensì gli amici degli amici, che si tratti di commesse pubbliche romane oppure di operazioni finanziarie internazionali di prima grandezza. Non si ricerca alcuna forma di benessere comune, ma il perpetuarsi di posizioni di vantaggio individuali o di gruppo, di «diritti acquisiti» che automaticamente penalizzano chi questi diritti non li ha e, senza un cambiamento delle regole, non potrà mai averli.

Finché dura questa situazione, il superamento della crisi mondiale è tutt’altro che garantito. L’Italia, esempio di prim’ordine della disonestà globale, sta finalmente rimbalzando dall’inferno congiunturale in cui era precipitata, ha fatto progressi lusinghieri, ma è ancora lontana da una crescita sufficiente. Si parla molto di riforme. In una società di mercato, la vera riforma è quella dei mercati, intesi, in senso lato: deve andare nel senso dell’uguaglianza di opportunità, oggi invece sempre più carente. Una regolazione dei mercati dall’esterno, con nuove modalità della spesa pubblica e delle transazioni finanziarie private, è fondamentale ma non sembra un elemento essenziale dei programmi di alcun governo dei Paesi avanzati. A livello internazionale, e in particolare europeo, c’è un’azione contro i «paradisi fiscali» (verso i quali erano diretti in parte anche i soldi della mafia romana). L’Europa resta però impantanata nel debito greco, diventata ingestibile precisamente per l’assenza di trasparenza; così come l’Italia si trova impantanata nella vicenda del Centro Accoglienza di Mineo. Il grande episodio europeo e il (non tanto) piccolo episodio siciliano segnalano la medesima carenza di fondo alla quale, per ora, non si pone rimedio.

Mario Deaglio      La Stampa 7.6.15

 

vedi: Sbloccare il Paese da speculatori e parassiti

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