Così fu ucciso Bonhoeffer teologo devoto a Dio e al mondo
Settant’anni fa fu giustiziato dai nazisti il grande studioso protestante. Che fece dell’amore per la vita il centro della sua fede

Vito Mancuso, teologo,     Repubblica 9.4.15

ESATTAMENTE 70 anni fa, all’alba del 9 aprile 1945, completamente nudo, veniva giustiziato nel lager nazista di Flossenbürg il teologo protestante Dietrich Bonhoeffer che scontava così la sua partecipazione alla Resistenza. Nel 1955 il medico del lager H. Fischer-Hüllstrung rilasciò una testimonianza, da allora ripetutamente citata, secondo cui il condannato prima di svestirsi si era raccolto in preghiera: «La preghiera così devota e fiduciosa di quell’uomo straordinariamente simpatico mi ha scosso profondamente; anche al luogo del supplizio egli fece una breve preghiera, quindi salì coraggioso e rassegnato la scala del patibolo, la morte giunse dopo pochi secondi».

Il medico concludeva: «Nella mia attività medica di quasi cinquant’anni non ho mai visto un uomo morire con tanta fiducia in Dio». Oggi sappiamo che queste belle parole edificanti sono una menzogna. Con esse il medico intendeva in realtà coprire la propria responsabilità, visto che il suo compito, come testimoniato da un sopravvissuto del lager, Jørgen Mogensen, diplomatico danese, era di rianimare i condannati per sottoporli al supplizio una seconda volta e prolungarne l’agonia. Inoltre secondo Mogensen a Flossenbürg non vi era alcun patibolo e Bonhoeffer morì come l’ammiraglio Canaris e il generale Oster, suoi superiori nelle fila della resistenza, «lentamente strangolati a morte da una corda che saliva e scendeva a partire da un gancio di ferro conficcato in una parete» e rianimati più volte dal medico per ripetere sadicamente la procedura. Bonhoeffer quindi non fu impiccato bensì ripetutamente strangolato, e non morì dopo pochi secondi. Quanto alla «tanta fiducia in Dio», è bello sperarlo.

Aveva da poco compiuto 39 anni ed era una delle intelligenze più brillanti della teologia tedesca, docente all’Università di Berlino a 25 anni, lontano parente di Goethe, il padre titolare della cattedra berlinese di neuropsichiatria. Dopo l’avvento al potere di Hitler, il 30 gennaio 1933, mentre le chiese tedesche stipulavano accordi con il regime nazista (Eugenio Pacelli, futuro Pio XII, firmò il Concordato il 20 luglio 1933), Bonhoeffer il 1° febbraio, a distanza di due giorni, manifestava alla radio la preoccupazione per la trasformazione del concetto di Führer in quello di Verführer, “seduttore”. Tre mesi dopo pubblicava il saggio La Chiesa di fronte alla questione ebraica e dopo “la notte dei cristalli” del 9 novembre ’38 prese a ripetere ai suoi studenti: «Solo chi grida per gli ebrei può cantare il gregoriano». La stessa logica imbevuta di rettitudine e di giustizia lo condusse nella Resistenza per uccidere Hitler, perché «se un pazzo alla guida di un auto travolge i passanti, il mio compito non è solo curare i feriti ma anzitutto fermare quel pazzo» (Gandhi il 4 novembre 1926 aveva espresso la medesima idea con un esempio simile).

Venne arrestato il 5 aprile ‘43 e rinchiuso nel carcere di Tegel dove trascorse un anno e mezzo (poi il carcere berlinese della Gestapo, poi Buchenwald, infine Flossenbürg). Anche a causa del fatto che era nipote del comandante di Berlino generale Paul von Hase, a Tegel Bonhoeffer trascorse un periodo relativamente confortevole: nacquero così le lettere e gli scritti poi pubblicati nel ‘51 con il titolo Resistenza e resa, oggi punto di riferimento capitale della teologia contemporanea. In una lettera all’amico Bethge si legge: «Posso ben immaginare che qualche volta cominci a odiare il sole. E però, sai, vorrei poterlo percepire ancora una volta in tutta la sua forza, quando ti arde sulla pelle e a poco a poco infiamma tutto il corpo, sicché sai di nuovo che l’uomo è un essere corporeo; vorrei farmi stancare da lui anziché dai libri e dalle idee, vorrei che risvegliasse la mia esistenza animale, non quella animalità che sminuisce l’essere uomo, ma quella che lo libera dall’ammuffimento e dall’inautenticità di un’esistenza solo spirituale, e rende l’uomo più puro e più felice».

A parlare così non è un materialista, ma chi ha fatto della fede il centro della vita. Egli però avverte che la tradizionale impostazione religiosa è ormai inadeguata a esprimere la potenza spirituale della vita. A partire dalla forza del sole Bonhoeffer intuisce che lo spirito non scende dall’alto a dispetto della materia, ma sale dal basso, dal calore della natura, quasi come un’effusione della materia, come già avevano espresso Teilhard de Chardin sul fronte cattolico e Pavel Florenskij sul fronte ortodosso, aprendo territori inesplorati alla teologia cristiana. Così il 30 aprile ‘44 all’amico: «Ti meraviglieresti, o forse addirittura ti preoccuperesti delle mie idee teologiche e delle loro conseguenze». Quali idee? Quelle secondo cui «il divino non è nelle realtà assolute , ma nella forma umana naturale».

Scrivendo alla fidanzata, Bonhoeffer spiega la sua idea di fede: «Non intendo la fede che fugge dal mondo, ma quella che resiste nel mondo e ama e resta fedele alla terra malgrado tutte le tribolazioni che essa ci procura. Il nostro matrimonio deve essere un sì alla terra di Dio, deve rafforzare in noi il coraggio di operare e di creare qualcosa sulla terra. Temo che i cristiani che osano stare sulla terra con un piede solo, staranno con un piede solo anche in cielo». Grazie a parole come queste la teologia protestante del dopoguerra ebbe quel formidabile scossone noto come “teologia della secolarizzazione” che vide protagonisti nomi quali Bultmann, Gogarten, Tillich e che contribuì a suscitare la “théologie nouvelle” in ambito cattolico e da questa il rinnovamento del Vaticano II. Oggi di questo teologo devoto tanto a Dio quanto al mondo, vengono pubblicati da Piemme, con il titolo La fragilità del male, alcuni scritti. L’editore dichiara che si tratta di “scritti inediti”, in realtà non tutti lo sono, perché quelli datati dopo il 5 aprile 1943 sono editi in Italia in Resistenza e resa.

Si tratta di testi occasionali, provenienti da prediche, lezioni esegetiche e meditazioni. Così il lettore incontra, nella limpida prosa di Bonhoeffer, temi quali la paura, il dolore, la morte, la guerra, la solitudine, il peccato, la tentazione, la collera di Dio, il diavolo, il dolore di Gesù… Fa da epigrafe questa frase del ’39: «Di solito, nel corso delle nostre esistenze, non parliamo volentieri di vittoria: è una parola troppo grande. Negli anni abbiamo subito troppe sconfitte, troppi momenti di debolezza, e cedimenti troppo gravi ce l’hanno sempre preclusa. Tuttavia, lo spirito che abita in noi vi anela, desidera il successo finale contro il male e contro la morte». In qualunque modo ne sia avvenuta la morte a Flossenbürg settant’anni fa, la vita di Bonhoeffer rimane oggi una promessa per il “successo finale” del bene e della vita.

 

Dietrich Bonhoeffer, La fragilità del male, ed. Piemme, € 17,50

 

 


La sfida di Bonhoeffer al nazismo

Era il dicembre del 1931. Un giovane libero docente evangelico, parroco degli studenti della scuola tecnica di Berlino, avido lettore del volume dalla copertina violetta di Otto Dibelius, Il secolo della Chiesa , va ad ascoltare una lezione dell’ammirato teologo, sovrintendente generale della Chiesa luterana a Berlino. E racconta ad Erwin Sutz la scena esilarante che gli si palesa: «Dibelius ci ha edotto in una conferenza sul fatto che la Chiesa ha 2.500 studenti di troppo, e che perciò ai teologi si potranno avanzare richieste particolari, tra le quali in primo luogo la disponibilità al martirio, in una lotta in cui sarebbero intrecciati ideali politici e religiosi! (…). Gli ascoltatori scalpitavano come pazzi: viva la “Chiesa violetta”».

L’ascoltatore acuto e graffiante di quella infantile tracotanza era Dietrich Bonhoeffer: giovane teologo di alto lignaggio accademico (il bisnonno era lo storico della Chiesa Karl August von Hase, chiamato da Goethe a Jena, il nonno era il predicatore di corte Karl Alfred), la cui figura e la cui opera segnano un prima e un dopo della storia del cristianesimo. Bonhoeffer non è un uomo costretto a vivere sotto il nazismo: avrebbe potuto restare negli Stati Uniti o a Londra, dove lo aveva portato il suo lavoro di teologo e dove sognò un concilio di tutte le Chiese per annunciare la pace di Cristo al mondo in delirio. Tornato in patria lavora nel seminario clandestino della Chiesa confessante, nella quale era entrato anche Dibelius: e accetta di entrare nel controspionaggio tedesco, posizione essenziale per una azione di resistenza che mirava ad uccidere Hitler. Arrestato il 5 aprile del 1943, si rese conto, dopo il fallimento del complotto di Canaris, di essere senza scampo e dalla prigione di Tegel scrisse, in forma di pensieri, lettere e poesie, testi che compivano il percorso teologico iniziato con la tesi sulla Communio sanctorum nel 1927 e proseguito nei corsi (quello del 1932 esce in italiano, il 22 aprile, col titolo Tra Dio e il mondo, Castelvecchi  editore, traduzione di Nicola Zippel, pp. 64, e 9).

Così in quella serie di testi che verrà raccolta col titolo Resistenza e resa, Bonhoeffer, segna uno stacco nel modo di pensare Dio con una «fede concreta». Attorno a questo interrogativo della responsabilità si dipanerà la sua vita di prigioniero fino al 9 aprile 1945, quando, in una Germania ormai sconfitta, Bonhoeffer viene portato al castello di Flossenburg, sottoposto a un processo rocambolesco per salvare le forme e impiccato, poco prima dell’arrivo degli Alleati. Bonhoeffer non vive questo tragitto con l’animo febbricitante degli scalpitanti esaltati della «Chiesa violetta», ma con la dolorosa tenerezza di chi ha visto la duplice «sostituzione vicaria» della Chiesa e del mondo, collocati l’una là dove dovrebbe stare l’altro, in uno spostamento nel quale il Cristo si rivela tale «per il mondo» e non «per se stesso».

Lo aveva già scritto in una predica del 1932: «È mai possibile che il cristianesimo, iniziato in modo così rivoluzionario, ora sia per sempre conservatore? (…) Se è davvero così, non dobbiamo meravigliarci che anche per la nostra Chiesa torni il tempo in cui sarà richiesto il sangue dei martiri. Ma questo sangue, ammesso che ne abbiamo ancora il coraggio, l’onore e la fedeltà di versarlo, non sarà così innocente e luminoso come quello dei primi testimoni. Sul nostro sangue ci sarà il peso di una nostra grande colpa: la colpa del servo inetto, che viene buttato fuori nelle tenebre». Ma nel riconoscersi così scopre la grazia a caro prezzo. E al tempo stesso scopre che solo « il Christus intercedens ci rende certi della grazia di Dio».

Corriere 9.4.15

 

vedi: Pensiero Urgente n. 10)

Pensiero Urgente n. 28)

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