L’orrore dei centri per immigrati dove si  uccide senza far morire

Di cosa si tratta? Di come si trattano: uomini, esseri, popoli ma soprattutto di come non si possa più  trattare con chi ricatta il giusto, quindi non si tratta. E non si tratta solo di governi, società, norme  uccise, ma di enorme scansato, meraviglia asfissiata, diritto alla tenerezza, come ho scritto anni fa  parlando di prigione, briciole che bruciano.  Non volevo provare «invidia e gelosia» per quei politici come Luigi Manconi e la sua associazione  “A Buon Diritto” che entrano nei Cie, per riempire quel vuoto che è già alibi; non volevo essere  obbligato a vedere attraverso altri che “per fortuna” hanno potuto raccontare per amore. Amore che  non definirei nemmeno più sentimento, ma insieme d’altezze, somma somma.

Lo dico entrando in questo luogo dell’oltre altrui, della mala-vita strana, straniera e estraniante.  Cosa dicono le statistiche, i numeri o la costituzione (bella ma inesistente se chi non ha una  costituzione interiore non la applica né la fa rispettare) non mi interesserebbe. Non mi  interesserebbe quasi più sapere chi chiuderà questi purgatori non danteschi, inferni a cielo perso;  per assurdo non mi interesserebbe più perché oggi vorrei parlare non degli ennesimi sensi, odore,  rumore, vista, tatto, senso di impotenza che mi hanno avvolto e abbracciato stretto nella mia visita  al Cie di Ponte Galeria; ma vorrei dire della nuova paura, non quella che prova chiunque ci entri e  non c’entra né quella dovuta al peccato di distanza, cioè il distacco della politica da queste vite e  inesistenze, ma quella nuova dovuta al distacco di una retina interiore, che non ci fa più vedere altro  che l’effetto dello scandalo, o il turbamento a orologeria da servizio televisivo.

Ho paura che l’abitudine a quello che non riusciamo a vedere, abbia fatto il suo sporco dovere, che rende vano il cambio di senso nei confronti di quell’inguardabile, di quell’ingiusto che qui ammazza senza far morire (meno di quel che potrebbe). Non mi soffermerò sull’igiene né mi  fermerò sulla poca intimità né sulle solitudini, cattività e gabbie da zoo. Non dirò di chi vive in questa prigione pur non dovendo stare in una galera, perché qui non per reati ma per attendere, saper cosa fare, dove andare. L’aspetto a cui tengo è legato a una rivoluzione interiore di chi non è più interessato a vivere e subire queste paure e impotenze, ad «accontentarsi» del lavoro che la giurisprudenza e il diritto potranno e dovranno fare, per cancellare questi imposti, luoghi del tempo
condannato.

Parlo agli interessati di quel moto ulteriore che ci chiama; l’ora è scoccata e chiede di trasformare l’urgenza umanitario-antropologica in moto interiore, in intenzione artistica, poetica e spirituale che predisponga a cambiare giudizio, vergogna, volontà, missione, decenza, connivenza, a cambiar rassegnazione. Mi rivolgo a chi vuole cambiare questo pensiero con un altro, che non resterà tale se manderà onde e frequenze diverse, anche da casa, nascosti in noi che non vogliamo o non possiamo vedere tutto quello che accade a chi soffre dei nostri pensieri non pervenuti, insieme alle mancate azioni. Una rete che non è quella di cui parliamo tanto (che può servire a fare altre rivoluzioni, certo irrimandabili, ma è altra cosa).

Manca un’altra forma di espressione, un altro tam tam apparentemente subliminale: nasce dentro, per immedesimazione continua e produce pensiero elettrico, luce che corre come la luce, cambiabuio, senso e sensi. È una rivoluzione apparentemente silente quella che chiama, è vocazione, è l’ante-politica, un prima che se non si forma non può far mutare: né il politico, né il legislatore, né lo stato, né le cose che lo compongono. È infatti il cambio di stato che ci è chiesto: lo stato nostro. Quello che continuiamo a demandare agli altri grati per il loro eroismo, la loro missione, il loro pontificato, il loro esempio. Ecco la rivoluzione: dalla «loro» alla «nostra». Come da altri incontri che continuo a fare con Manconi su detenzione, pena, malattia, anche qui si tratta di far da ponte su tutte queste vite sospese tra una sponda e l’altra cioè, in questo caso, tra migranti e quelli a cui abbiamo demandato il compito di risolvere: noi siamo ponte. Fine degli esempi.

 

Alessandro Bergonzoni       la Repubblica     22 aprile 2013

 

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