Sul «Popolo d’Italia» il futuro Duce contro il morbo teorizzava l’abolizione di ogni «sudicia abitudine»

«S’impedisca ad ogni italiano la sudicia abitudine di stringere la mano, e la pandemia scomparirà nel giro di una notte». Così Benito Mussolini, nel 1918, sul suo quotidiano di allora «Il Popolo d’Italia» vergava la propria invettiva contro l’influenza spagnola che andava falcidiando uomini e donne, soprattutto giovani, nel mondo. Già ci aveva pensato la Grande Guerra, un secolo e passa fa, a far morire una marea di italiani nelle trincee del conflitto e la spagnola arrivò come una ulteriore mannaia nera su un popolo e su un mondo in grave difficoltà.

Nella storia, si sa, i parallelismi son sempre bischeri perché mutano gli anni, i contesti, i rapporti di forza. Per una cosa però, nonostante sia passato più di un secolo, i confronti con il passato mantengono un interesse: le reazioni dell’umanità di fronte alla paura della morte ed il ruolo dei tipi umani e del potere.

Proviamo, quindi, anche se il Novecento è ormai andato, a vedere i tipi umani di allora e quelli di oggi. Innanzitutto partiamo da uno spirito dei tempi: gli anni della Grande Guerra e poi i primi anni del dopo. Furono anni caratterizzati da un rapporto insolito con la morte. Il tema della «bella morte», i motti dannunziani, la sfida a costo della vita segnavano in quegli anni la misura di una voglia di onnipotenza sul mondo dell’uomo. Senza quel gusto dell’azzardo, al limite del nichilismo, il fascismo non sarebbe mai arrivato al potere.

Oggi, nel 2020, siamo – come spirito dei tempi – all’esatto contrario: la morte si esorcizza espellendola dal dibattito pubblico, politico e culturale ed affidando ad una scienza, cresciuta nelle sue competenze e conoscenze (rispetto ad un secolo fa) ma non ancora infallibile, il destino di ognuno di noi. Ai tempi della spagnola, nel Novecento, gli scienziati non avevano certo – per fare un esempio – il ruolo che hanno i virologi nelle scelte politiche oggi, ai tempi del coronavirus.

C’è poi l’elemento demografico, l’Italia di un secolo fa era infinitamente più giovane, come età, di quella di oggi, e quindi molto più incosciente. Al punto che oggi, chiunque provasse a parlare, in senso eroico, di bella morte, verrebbe come minimo affidato ad un sostegno psicologico. Questo per quanto riguarda il mutamento dello spirito dei tempi. Vi è poi, però, una costante di ritorno, come in tutte le epoche, e sono i tipi umani.

Primo tipo umano: lo scaricatore di colpa. La mia vita non va, le cose non funzionano, tutta colpa di qualcuno. Se la vittoria fu mutilata, nella Grande Guerra, la colpa doveva essere di qualcuno. Dell’ingratitudine degli alleati, della Società delle Nazioni (oggi si direbbe l’Onu), dei socialisti che agitavano il Paese (dei comunisti no, perché arriveranno qualche anno dopo), nel 1921. C’era poi una massa di lavoratori – i sopravvissuti perché molti erano morti – che tornava frustrata dalle trincee dove aveva perso un braccio, una gamba oppure la salute della mente. E quella massa umana rivendicava il proprio riscatto.

Oggi, in tempi di guerra al coronavirus, con la tragedia che attraversa l’Italia, il bisogno di scaricare su qualcuno il dramma che stiamo vivendo sopravvive. C’è chi se la prende con chi passeggia troppo, chi con quelli che portano fuori il cane. Altri con quelli che vanno a correre da soli.

Quando la paura e l’ignoto dominano la società, il feticcio del colpevole senza processo e senza garantismo è sempre davanti a noi.

Poi ci sono i delatori, quelli che spifferano le presunte colpe degli altri. Il fascismo sulla delazione, spesso diffamatoria, aveva costruito un proprio sistema di controllo e di sorveglianza. Oggi, in tempi di coronavirus, non mancano vicini che segnalano altri vicini, colpevoli quest’ultimi di uscire da casa, da soli, per portare il cane o fare due passi.

Le paure da sempre, assieme alle guerre ed ai virus ed alle pandemie, mutano le società e le democrazie.

E qui arriviamo al terzo tipo umano, fatto dai potenti. Un potente intelligente deve saper governare le paure del suo popolo, anche le più tragiche. Perché se non saprà guidarle queste paure allora le cavalcherà, magari al semplice scopo di non perderlo il potere.

Ma davvero vogliamo andare incontro ad una società di questo tipo, dove la libertà si restringe sempre di più ed il potere cavalca questi restringimenti, per non venire anche lui travolto dalla paura? Ognuno dei nostri lettori proverà a dare la propria risposta, in coscienza.

Dal canto nostro, a questo punto non possiamo che mettere in evidenza un altro aspetto dei tipi umani nei momenti tragici. Ed è, questo tipo umano, il sorvegliante. Oggi nell’epoca tecnologica non c’è certo bisogno dell’Ovra (il sevizio di vigilanza fascista), bastano i tracciati dei nostri telefonini, per vedere come ci muoviamo e mappare i nostri spostamenti e le nostre abitudini.

Il punto, adesso, è: fino a che punto il potere può servirsi di questo? La questione è aperta, a maggior ragione oggi in tempi di guerra al coronavirus dove numerosi politici non disdegnano di suggerire il ricorso alla tracciabilità degli italiani per combattere il virus.

Dulcis (anzi, amaro) in fundo, il ruolo dell’informazione che storicamente, nelle emergenze, diventa megafono del Potere e basta, senza dubbi su cui riflettere.

In un bel libro, scritto da Eugenia Tognotti, dal titolo «La spagnola in Italia. Storia dell’influenza che fece temere la fine del mondo» (edito da Franco Angeli) si legge: «Fu in quella terribile emergenza epidemica che gli organi d’informazione cominciarono ad affermarsi come fonte normativa di comportamenti collettivi: suggerimenti, precetti, decaloghi igienici vi trovavano ampio spazio, l’unico, peraltro, su cui la censura non esercitasse alcuno controllo. Per lo più le raccomandazioni si spingevano ben al di là di quelle delle medicina ufficiale per quanto riguardava le precauzioni».

Perché l’informazione, quando la battaglia si fa dura, diventa da sempre – nella storia – più realista del Re, basta guardare i titoli della maggior parte dei quotidiani italiani in questi tragici giorni che viviamo. Poi, vabbè, c’è internet e ci sono i social. Ma quelli sono un’altra storia.

Massimiliano Lenzi         Il Tempo 22/3/2020

 

 

“E ricorda, quando si ha una concentrazione del potere in poche mani, troppo spesso uomini con la mentalità da gangster ottengono il controllo. La storia lo ha dimostrato. Il potere tende a corrompere e il potere assoluto tende a corrompere assolutamente. Gli uomini grandi sono quasi sempre uomini cattivi, perfino quando esercitano influenza e non autorità. Non c’è eresia peggiore di pensare che la carica santifichi il suo detentore.”

Lord Acton ( sir John Emeric Acton, 1834- 1902), storico e politico britannico di origini italiane.

 

 

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