Il governo presieduto da Ferruccio Parri fu in carica dal 21 giugno 1945 al 10 dicembre 1945, ma venne sfiduciato e messo in crisi il 24 novembre del 1945. Fu il primo governo dopo la Liberazione del 25 aprile 1945, l’unico fondato sul CLN e sull’esperienza Partigiana, l’unico guidato da un Partigiano, Parri, che era stato uno dei capi della Resistenza Italiana. Parri apparteneva al Partito d’Azione che fu l’anima di questo governo.

 

Da un articolo di Ferruccio Parri apparso sull’«Astrolabio» nel gennaio 1972. Ora in: Ferruccio Parri, Scritti, 1915-1975, Feltrinelli, Milano 1976.

 

Ferruccio Parri, 1890- 1981

Ho sentito crescere la delusione numero uno, che debitamente corretta si potesse ripetere a Roma l’esperienza che nel nord, nonostante tutti gli attriti, aveva permesso la vittoria. Mi ero ingannato ritenendo che grandi obiettivi come la Repubblica e la Costituzione potessero legare e indurre a concentrare gli sforzi non meno che una guerra di liberazione.

La seconda delusione mi venne dalla Resistenza. […] Non ero così ingenuo […] da meravigliarmi della indifferenza della eterna città per la lotta partigiana, della cauta ostilità della burocrazia ministeriale, della puzza di abitudini e di rimpianti fascisti affiorante in tutti gli angoli. […]

Io non potevo far capire alla gente fredda quanto valesse la purezza del sacrificio volontario di tanti giovani, e dei più bravi, come non dovesse essere ignorato e passato anch’esso agli atti il martirio delle popolazioni. Io sono un sentimentale e i sentimenti non si travasano.

Ma vi era un’altra cosa che dovevo volere che si capisse. Un popolo che senza ordini, senza capi, fa la scelta di insorgere, organizza una rete nazionale di comitati per la lotta politica, crea un’armata volontaria di combattenti che perde nella lotta un quarto dei suoi effettivi, precedendo gli eserciti alleati nella liberazione delle città, mantenendo sino allo scioglimento il carattere di insurrezione popolare e l’unità di forza nazionale: questa nella storia del nostro paese è una cosa grande.

Ne è il momento più alto poiché il paese vivo ha scelto di riscattare col sangue dei suoi ragazzi la vergogna della disfatta fascista. Credevo dovesse essere questo lo spirito col quale si doveva esigere dagli alleati una pace da combattenti, non da vinti. […]

Mi accorgevo solo ora quanto danno veniva dalla condizione di movimento minoritario della Resistenza: minoritario socialmente e territorialmente. Una parte del paese non la capiva, le classi possidenti, specialmente gli agrari, la temevano a Sud e a Nord. I contadini del mezzogiorno non avevano altro modo di aver voce e peso che bruciar municipi ed invader latifondi. E non avevamo ben capito che la struttura burocratica e statale del fascismo era stata appena scalfita dall’epurazione, i giudici docili e i professori zelanti erano ancora al loro posto.

E non avevamo ben capito che, ripreso fiato, questa Italia che si era trovata così bene con il fez e con l’impero avrebbe cercato di riprendere il posto ed il potere, con la stessa sagomatura mentale e morale che vent’anni di fascismo le avevano dato.

La misericordia democristiana ha grandi braccia, ed è anche naturale che numerosi gruppi sociali vi trovassero accoglienza e la loro espressione politica naturale. È altresì naturale che esercitassero il loro peso sulla politica così rapidamente pluralista del partito. Si stava producendo un vasto e silenzioso riflusso sociale che già si colorava politicamente. Prima di tutto, blocco dei rossi. E poi sotto sotto una certa diffusa aspirazione, portata soprattutto dallo scirocco del sud, di liberarsi dei liberatori. [….]

In realtà ero uno spaesato. Uno spaesato inquieto. Perché dobbiamo cedere? La lotta di liberazione ha lasciato al Nord ed in buona parte del Centro-Italia una ampia rete di organismi di dialogo e di dibattito, una rete di rapporti politici. Restano pur sempre, come punti di riferimento, quasi tutti i prefetti politici della resistenza. Perché non utilizzare questa trama, riordinarla, ravvivarla ed estenderla? Se sentiamo nell’aria una certa volontà di riscossa conservatrice, reazionaria, monarchica, clericale, anzi clerico-fascista, perché non presentare una barriera di contenimento e di controffensiva? […]

Il governo Parri

Bastò questo segno di ripresa ciellenistica per scatenare l’attacco al governo, ma particolarmente al suo presidente. Conducevano con molta grinta i liberali, secondati da ali marcianti e strepitanti di monarchici e di agrari. […] La “continuità dello stato” era il sacro testo violato dai reprobi, storicamente e politicamente incolti, inconsapevoli o docili strumenti delle mire eversive dei comunisti. […]

I miei rapporti con Benedetto Croce, pontefice massimo ed infallibile del liberalismo conservatore, non erano buoni. Non amava il rivoluzionarismo intellettualistico del Partito d’azione [….]. Era pieno di dispetto per i grandi crociani che lo avevano abbandonato passando tra gli azionisti. […]

Nulla mi parve così mortificante come la strumentalizzazione di un’autorità culturalmente così alta e della sua dottrina per una operazione di modesta cucina politica. […] Avevo contro i vecchi, pur sempre rispettabili santoni, rientrati dall’esilio, e delusi per non essere stati chiamati a salvare la patria. Particolarmente astioso Nitti. Quindi tutta l’intelligenza ed il politicantismo meridionale contro il Parri e l’indigesta Resistenza che si portava dietro.

Era condizione evidente di riuscita della operazione l’accordo con la maggior forza politica di destra, cioè con De Gasperi. […]

De Gasperi rappresentava la più forte capacità di coagulazione di tutte le forze conservatrici italiane. E così quando portai al principe Umberto la comunicazione delle mie dimissioni se ne rallegrò prima di tutto lui stesso, data la quasi prevalenza dei monarchici nelle file democristiane, poi la Curia vaticana, poi per la Commissione alleata di controllo il cosiddetto ammiraglio Stone. […]

La prima reazione fu quella di resistere, ed erano molti i consigli in questo senso. Ma condizione del resistere era un appoggio deciso dei due partiti di sinistra. Proposi di surrogare al governo il partito dei liberali con una o qualche personalità di indiscutibile prestigio di quell’indirizzo. Invece di un governo a sei, un governo a cinque e mezzo.

Appena nota, la mia intenzione sollevò a destra un coro furibondo d’invettive di una violenza intimidatrice che sdegnò me, ma non mancò di impressionare comunisti e socialisti. De Gasperi taceva e tacevano i democristiani, soddisfatti che i liberali crociani – notoriamente laicisti – si battessero per la loro causa. C’era la Consulta: volevo chiedere a Sforza […] di convocarla d’urgenza per spiegarmi con questi compagni dell’antifascismo. Nenni, Togliatti ed i colleghi furono fortemente contrari: teniamo questi pasticci tra di noi, non turbiamo l’opinione pubblica. Fui debole e mi rassegnai. Me ne pento ancora adesso. Ed era chiaro che io, per loro, dovevo stare al gioco politico. […]

Mi parve che neppure Nenni e Togliatti, i più qualificati per capire la mia posizione, intendessero che io portavo sulle spalle un mandato che non era di un partito, era di combattenti vivi e morti che avevano creduto, e da questa folla di visi e di ombre veniva una sola domanda: valeva la pena? […]

Sentiva profondamente l’offesa il Partito d’Azione, al di sopra della interne divergenze ideologiche e teologiche. Era uno scacco che ne scopriva di più la debolezza numerica di partito degli intellettuali, sgradito al Partito comunista come molesto impedimento alla semplificazione del gioco politico, sgradito al Partito socialista che ne temeva la concorrenza, anche elettorale, sgradito più che mai ai liberali.

La caduta del governo Parri è un poco il prologo della caduta del PdA.

 

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