La riduzione del numero dei parlamentari attualmente in discussione ha motivazioni solo di risparmio, senza alcun riguardo al ruolo che il Parlamento deve svolgere. Questa modifica della Costituzione può essere l’inizio di un cambio preoccupante della democrazia nel nostro Paese, delle sue regole, della sua capacità di composizione dei conflitti. Il parlamento ha un ruolo centrale nella nostra Costituzione e le motivazioni del taglio del numero dei parlamentari sono al di sotto della sua importanza nel nostro assetto istituzionale.

Da tempo è prevalsa l’opinione che in Italia il problema di fondo sia rafforzare il ruolo del governo. Ammesso che questa riflessione avesse un fondamento anni or sono, attualmente il ruolo del governo è addirittura debordante.

I governi da almeno due decenni usano a piene mani i decreti legge, che come è noto entrano immediatamente in vigore e debbono essere convertiti entro 60 giorni dal parlamento. Così di fatto gli esecutivi decidono le scelte del Parlamento e ne influenzano le decisioni, spesso invocando per i decreti ragioni di urgenza che non esistono. Questo governo non fa eccezione.

Ha imparato in fretta dai precedenti che l’intreccio tra decreti legge e voti di fiducia può trasformare i parlamentari in soldatini del voto, a proprio favore ovviamente. Perfino le giravolte politiche e le contraddizioni del governo vengono scaricate sul Parlamento, come nel caso della legge di bilancio alla fine del 2018, che i parlamentari hanno votato a scatola chiusa, senza poterla leggere e tanto meno modificare. Scelte verticistiche nelle candidature prima delle elezioni, grazie a una legge elettorale che esalta il potere decisionale dei capi, e ora la richiesta a raffica di voti di fiducia e le minacce ai dissidenti ribaltano i rapporti tra governo e Parlamento.

Il governo, secondo la Costituzione, dovrebbe infatti essere l’esecutivo che attua le decisioni parlamentari. Ora è un mondo capovolto. Il governo decide e i parlamentari (della maggioranza) debbono approvare, perfino a scatola chiusa. Nel governo, poi, c’è un direttorio ristretto, composto da presidente del Consiglio e due vicepresidenti che sono anche capi dei rispettivi partiti, gestiti in modo centralizzato. Un gruppo ristretto decide le scelte del governo e il governo impone le sue decisioni al Parlamento, a cascata. Il taglio dei parlamentari è una tappa di questo percorso.

La democrazia parlamentare disegnata nella nostra Costituzione così è destinata a cambiare in modo sostanziale. Come ci si può meravigliare se i parlamentari svolgono un ruolo non adeguato alle aspettative: è esattamente quello che qualcuno vuole per giustificarne la riduzione. Un parlamentare autonomo, pensante, che risponde del suo operato agli elettori e usa i poteri che gli attribuisce la Costituzione è il sale della democrazia rappresentativa.

La riduzione dei parlamentari dovrebbe essere coerente con una visione alta del funzionamento del Parlamento, invece è motivata solo con il risparmio degli stipendi. Pochi hanno notato che alla proposta di ridurre il numero dei parlamentari con la sola motivazione di risparmiare è collegata l’approvazione di una legge elettorale che rende eterna quella attuale (Rosatellum) che sottrae di fatto agli elettori la possibilità di decidere i loro rappresentanti, perchè se voti il partito ti prendi il parlamentare che a sua volta si porta dietro una catena di altri parlamentari e tutti i nomi sono decisi dal capo del partito.

Stefano Rodotà, anni or sono, aveva ipotizzato di conservare la sola Camera dei deputati, purché con più poteri ed eletta con legge proporzionale, garantendo così la possibilità agli elettori di scegliere direttamente i loro rappresentanti. Voleva ridurre il numero dei parlamentari ma in un quadro di allargamento della democrazia e di stabilizzazione del rapporto tra parlamento, governo ed elettori.

Per di più resta l’eco delle dichiarazioni sul ruolo del Parlamento che sarebbe in esaurimento. Per questo è bene non dimenticare che nel programma del centro destra c’è il presidenzialismo, cioè uno stravolgimento della Costituzione nata dalla Resistenza.

La camicia di forza di pochi capi che decidono tutto è troppo stretta per funzionare come democrazia Se la Camera confermerà il testo del Senato per la riduzione dei parlamentari e di rendere eterno il Rosatellum vuol dire che la maggioranza ha chiuso gli spiragli di confronto. Almeno il Parlamento eviti un’approvazione con i due terzi che impedirebbe ai cittadini di chiedere il referendum costituzionale. Prepariamoci alla sfida.

Alfiero Grandi           Il Fatto  7 maggio 2019

 

 

Così il governo ha svuotato il Parlamento

Il Consiglio dei ministri, nella riunione del 28 febbraio scorso, ha, in 58 minuti, approvato dieci disegni di legge che spaziano su due terzi della nostra legislazione e prevedono delega al governo del potere di modificarla. Dei dieci disegni di legge, uno è generale e riguarda una decina di materie. Le materie su cui è data delega al governo sono: economia, fonti di energia, governo del territorio, ambiente, cittadinanza, acquisto di beni e servizi da parte dell’amministrazione, corruzione, trasparenza, giustizia tributaria, tutela della salute, e si spinge fino a riordinare fiere, mostre, tarature e pesature. Gli altri disegni di legge sono, per così dire, particolari, e riguardano il codice civile, i contratti pubblici, agricoltura, turismo, disabilità, lavoro, istruzione e università, ordinamento militare, spettacolo e beni culturali. Su tutte queste materie, insomma, il governo potrà legiferare, una volta approvate le deleghe.

Contemporaneamente, l’«Osservatorio della legislazione» della Camera dei deputati ha fornito un calcolo aggiornato del numero delle norme con forza di legge emanate dall’inizio della legislatura (dopo le elezioni del 4 marzo dell’anno scorso) fino al 22 febbraio 2019, quindi in quasi un anno. Da esso si evince che, in questo periodo, sono state approvate solo 29 leggi, di cui 13 sono di conversione di decreti legge del governo.

Dunque, l’attività parlamentare si è ridotta a 16 leggi, molte delle quali di iniziativa governativa, che rappresentano poco più del 15 per cento della complessiva attività normativa (95 atti, che includono leggi, decreti legge, decreti legislativi, regolamenti di delegificazione). Se si considera che negli ultimi anni il Parlamento ha prodotto circa cento leggi per anno, si può dire che questo Parlamento ha ridotto la sua attività di circa due terzi, con una tendenza che solo in parte può spiegarsi con il periodo dedicato all’elezione dei presidenti delle camere e degli altri titolari degli organi interni, e con quello dedicato alla difficile formazione del nuovo governo.

Il consuntivo della legislazione nell’anno trascorso dalle elezioni politiche nazionali e il futuro che i dieci disegni di legge lasciano prevedere, sono segnali di una tendenza allo svuotamento del Parlamento, coerente con l’accento posto dal governo sulla democrazia diretta.

L’intento di semplificare e codificare larga parte della nostra legislazione è meritorio ed è stato sempre auspicato. Ma il modo in cui ci si propone di realizzarlo è criticabile. Innanzitutto, per semplificare, si complicano le strutture: sono previsti una Commissione per la semplificazione, una riformata Unità per la semplificazione, un Comitato interministeriale, una Cabina di regia e apposite commissioni ministeriali.

In secondo luogo, la semplificazione-codificazione avviene tutta per delega, con determinazione di principi e criteri direttivi molto generici. Questo è un ulteriore segnale della tendenza a far passare il Parlamento in secondo piano, perché così il governo avrà mano libera nel legiferare.

I Parlamenti hanno due compiti fondamentali: quello di dare al Paese un governo e di controllarlo, e quello di dettare le regole della comunità. Questi due compiti sono svolti in contraddittorio, perché è nel Parlamento che si svolge la dialettica maggioranza-minoranza. Il Parlamento italiano ha finora svolto poco e male il compito di controllo, ma ha mantenuto un saldo comando dell’attività legislativa, e, principalmente, è stato il teatro nel quale si è svolta la concorrenza tra le forze politiche, che rende il potere visibile all’esterno.

Con la svolta iniziata lo scorso anno, la dialettica politica si è spostata prevalentemente in televisione e nelle piazze, e il Parlamento ha visto ridurre il proprio compito di legislatore.

La riduzione continuerà, se saranno approvati i dieci disegni di legge di delega, e ci si potrà chiedere allora che cosa è restato al Parlamento, oltre alla funzione di dare e togliere la fiducia ai governi. Con quale spirito potremo festeggiare domani, 4 marzo 2019, il primo anniversario delle Camere elette lo scorso anno?

Sabino Cassese, costituzionalista            Il Corriere  3 marzo 2019

 

Vedi:  Democrazia diretta, il miraggio dei populisti

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