Ognuno vuole che suo figlio sia un winner (vincitore), non perché sia un lupo, ma perché crediamo che ci sia solo questa alternativa.

La nostra è una società che ha paura, che si sente in trappola, che teme il futuro, non più agognato come promessa ma temuto come minaccia. In questo clima di sfiducia e di rottura del legame sociale, si è scelto di trasformare la trasmissione pedagogica in una educazione attraverso l’informazione, per competenze.

Cosa vuol dire educazione per competenze? Vuol dire che invece di fidarsi delle tendenze e delle affinità naturali degli allievi, tutte le loro “affinità elettive” vengono schiacciate. Le attitudini innate e spontanee, insieme a quelle determinate dai territori culturali e storici legati alla loro singolarità, non sono assecondate.

Ai giovani si insegnano tutte le cose “utili”, senza tenere in alcun conto le singolarità territorializzate: devono dimenticare le cose che non sono più “utili” per impararne di nuove. Vediamo qui all’opera il modello dominante, dove il cervello umano è associato direttamente al computer. Imparare una cosa, programmarsi, sprogrammarsi, impararne un’altra: questa è la modalità di funzionamento del computer. Ma il cervello umano non funziona così.

C’è dunque un conflitto quando parliamo di formazione come palestra della responsabilità, dell’educazione dei cittadini e così via.

Miguel Benasayag

Noi dobbiamo sapere di quale educazione stiamo parlando, perché sicuramente il tipo di formazione che oggi è sempre più dominante e che invade il campo dell’educazione, è una formazione per così dire di “guerra”, per “armare” i bambini per il mondo duro. Ma questo armare i bambini ingrandisce il “futuro minaccia” in due modi.

Uno: taglia ancora di più il legame tra loro e tra loro e la società. Questa è la nuova apartheid in cui la società si è divisa oggi: tra winners e losers (perdenti). Ognuno vuole che suo figlio sia un winner, non perché sia un lupo, ma perché crediamo che ci sia solo questa alternativa. Questa rottura del legame fa sì che noi non educhiamo più una società, noi formiamo degli individui che si vivono come isolati dagli altri e dal loro ambiente.

Due: questa modalità taglia il legame dell’allievo con se stesso, le sue affinità, le sue caratteristiche, che sono quelle che possono strutturarlo. Nell’ambito delle ricerche in neurofisiologia condotte con il mio gruppo di lavoro, abbiamo fatto molte esperienze pedagogiche nella periferia di Parigi, cercando di rinnovare i legami degli allievi tra di loro e degli allievi verso l’ambiente circostante. Senza dimenticare lo sviluppo dei legami dei ragazzi con se stessi e le loro profonde affinità elettive.

Ci siamo detti “fermiamo tutto il resto dell’educazione e concentriamoci su quello che è veramente importante per loro”. È una pratica che ha successo, perché un bambino strutturato è un bambino che dopo può imparare le cose utili, ma un bambino la cui struttura sia schiacciata e la cui costruzione sia ostacolata, diventa un essere fragile. Il paradosso è che in questa economia pedagogica di “guerra” facciamo tutto il contrario di quello che va fatto.

Diventa centrale qui la differenza tra formazione e educazione. Se noi parliamo di formazione in generale, questo concetto è utilizzato per formare qualcuno in particolare. Invece l’educazione riguarda qualcuno tra gli altri. In una classe, per esempio. La classe è un insieme organico, dove quello che disturba è importante quanto il primo della classe perché l’uno può essere inibito, non avere un’intelligenza pratica e l’altro può essere più spontaneo e coraggioso.

Quindi tutti insieme con le loro differenze imparano ad avere a che fare, anche conflittualmente, con gli altri. Con la formazione di competenze, formazione individualista, rompiamo questi due assi. Tagliamo il legame con gli altri, con la società, con l’ecosistema e tagliamo il legame con se stessi.

Quando quindi parliamo di educazione come palestra per allenare gli allievi e i cittadini verso la responsabilità, noi dobbiamo sempre tenere presente la relazione conflittuale che intrattiene con le tendenze dominanti della pedagogia delle competenze, con l’utilitarismo e l’individualismo.

Da un lato, troviamo questa idea che l’allievo è un cliente da sedurre. Dall’altro lato, l’idea che educare è un processo culturale, sociale dove tutti quelli che esistono fanno la società, la società sono tutti. La società non può essere solo per i winners. Educare ha sempre voluto dire: la società siamo tutti. La società si fa con tutti, altrimenti non si fa società.

Miguel Benasayag, filosofo e psicanalista argentino          Repubblica  21 gennaio 2019

 

Vedi:  Educazione alla virtù repubblicana

L’ineluttabile a scuola

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Il rischio è la demenza digitale


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