I movimenti populisti nati in questo decennio di crisi hanno rivendicato una rappresentanza popolare al di là di destra e sinistra. Lo ha fatto Podemos e lo fa il M5S. Anche il centrosinistra ha flirtato con questo paradigma generalista. Ricordiamo la recensione di Matteo Renzi alla nuova edizione di Destra e sinistra di Norberto Bobbio del 2014, dove l’appena insediato presidente del Consiglio scrisse che la distinzione più aderente alla realtà era conservazione/ innovazione, non più destra e sinistra.

In un’intervista recente a Il Sole24Ore, Davide Casaleggio è andato ben oltre. Ha dichiarato che le « categorie novecentesche di destra, sinistra e centro» non fanno più parte del «vissuto dei cittadini». Ci sono solo «le persone perbene » . La divisione è morale. In un certo qual modo oggettiva; e quindi annulla la scelta: non ha senso dire che vado a votare per scegliere un candidato non perbene. È ovvio che tutti noi pensiamo di scegliere candidati perbene. Sulle «persone perbene» non vi è scelta. Ci vuole qualche cosa che le distingua.

La Rete è il luogo e il valore intorno al quale il parlamentarismo diretto del M5S si dipana. Nella tradizione di Adriano Olivetti, che già negli anni Cinquanta sognò una democrazia integrata senza partiti, Davide Casaleggio, fondatore di “Sum”, espone a Ivrea l’utopia della politica senza ideologia: la Rete è un diritto perché è uno strumento per condividere conoscenze e dati; la Rete crea comunità e nello stesso tempo consente un collegamento diretto tra cittadini e parlamentari. Senza passare per la mediazione dei partiti organizzati; usando solo un clic. Indubbiamente si tratta di una sfida radicale e vi è da credere che ci saranno sviluppi futuri nella democrazia del web. Tuttavia, due osservazioni meritano di essere considerate.

La prima riguarda il ruolo dell’interazione fisica nella politica: Jean-Jacques Rousseau, che dà il nome alla piattaforma del M5S, prevedeva che i cittadini della sua repubblica “volassero” all’assemblea per votare sulle leggi. Voto diretto, ma anche convergenza in un luogo fisico. Si potrebbe obiettare che la vicinanza fisica era in effetti un orpello, visto che ciascun cittadino doveva ragionare in silenzio, senza interagire con gli altri. Ma la presenza fisica era un fattore imprescindibile; diversamente, Rousseau avrebbe optato per l’elezione di rappresentanti. Del resto, anche il M5S si è servito di presenza fisica diretta in campagna elettorale, poiché è irrealistico pensare che in tutti gli angoli del Paese vecchi e giovani usino Internet. La seconda osservazione riguarda il ruolo delle elezioni.

Forse destra e sinistra non esistono più nelle forme che avevamo conosciuto, ma è fuori di dubbio che differenze ci siano: la destra corrisponde oggi a un’idea identitaria di Paese e di Europa, nazionalista e xenofoba; la sinistra a un’idea di società più aperta, con politiche di integrazione e con un esplicito impegno di giustizia sociale. Un elettore non può evitare il giudizio politico o figurarsi visioni diverse del vivere democratico; la sua scelta non è fra dati che mostrano il candidato “perbene” e quello ” non perbene”.

Le opzioni politiche sono costruzioni discorsive che danno senso alla scelta elettorale. Se davvero non ci fossero divisioni tra narrative, perché scegliere Di Maio invece di Salvini? Siamo logici: se le distinzioni sono decadute, perché votare? Non sarebbe meglio lanciare in aria una monetina e fare “testa” o “croce”? In una democrazia in Rete che cancella non solo i partiti, ma anche le distinzioni di narrativa, le elezioni hanno poco senso; meglio usare il sorteggio.

Nadia Urbinati            La Repubblica. 9 aprile 2018

 

Vedi:  L’età dell’indifferenza

Non i” barbari” ma il vuoto di valori ci finirà

Attenti a non svilire il Parlamento. Il monito profetico di Calamandrei


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