Una serie di libri dedicati alla Costituzione italiana, per Carocci editore, in cui storici, teorici, giuristi di diversa formazione rileggono i suoi articoli

È certo che il prossimo anno non si mancherà di festeggiare il settantesimo compleanno della costituzione, entrata in vigore il 1 gennaio 1948. Con il rischio, implicito in ogni ricorrenza, di assistere a stucchevoli discorsi di circostanza, magari espressi in malafede da chi, in cuor suo, vorrebbe porre fine all’anomalia costituzionale italiana. L’anniversario può però essere anche un’occasione per discutere dei principi fondamentali che sostanziano la nostra democrazia, per tornare a riflettere su quel particolare assetto politico-sociale che è stato definito dai nostri padri costituenti e che oggi appare in forte sofferenza.

Potremmo così finalmente prendere sul serio la costituzione uscendo dalla retorica che di recente ha caratterizzato il suo uso troppo spesso prevalentemente strumentale. Se, dunque, vogliamo veramente onorare la ricorrenza dovremmo auspicare meno eventi spettacolari e più studi ponderati.

Tra le iniziative che si propongono di guardare ai contenuti non fermandosi alla celebrazione si segnala quella dell’editore Carocci che sta pubblicando una serie di agili volumi, sotto la direzione di Pietro Costa e Mariuccia Salvati, dedicata ai «principi fondamentali», i primi dodici articoli della nostra costituzione. I primi quattro sono già in libreria, gli altri otto saranno disponibili entro febbraio.

Gli autori dei volumi sono storici, teorici, giuristi di diversa formazione. Di conseguenza sono indotti ad esaminare ciascuno in base al proprio specifico approccio disciplinare i diversi principi contenuti nei singoli articoli separatamente indagati, eppure alla fine emerge un disegno fortemente unitario. È la forza attrattiva e unificante della costituzione che finisce per prevalere. Anzi propri la diversità d’analisi mostra con ancor maggiore evidenza come ciascun articolo, anche se considerato isolatamente, finisca per rappresentare il microcosmo del sistema complessivo e si collega senza soluzioni di continuità con gli altri, in un susseguirsi di principi che vanno a disegnare un modello di «democrazia sociale» coerente e da tutti accolta.

Così, ha ragione Nadia Urbinati quando rileva che nelle ventiquattro parole del primo articolo della costituzione «sono contenute le premesse di tutti gli articoli che seguono». Ciò, peraltro, non contrasta con la diversa affermazione di Maurizio Fioravanti, il quale, commentando il secondo articolo afferma che esso contiene «in forma sintetica la costituzione intera». Neppure si oppone all’affermazione di Mario Dogliani e Chiara Giorgi, i quali rilevano come il principio d’eguaglianza contenuto nel terzo articolo della nostra costituzione abbia «un valore eccedente» che vale a definire un progetto politico che trova il suo svolgimento in tutte le disposizioni del testo costituzionale.

Infine, è Mariuccia Salvati a rilevare come la «direzione di senso» cui è chiamata a seguire la nostra democrazia costituzionale per sviluppare coerentemente il proprio modello normativo non può che partire dalla figura complessa del lavoratore-cittadino-essere umano, in un intreccio di principi costituzionali.

Proprio questa omogeneità del disegno rappresenta il primo dato che dovrebbe far riflettere tutti coloro che immaginano di poter «fare a fette» la nostra costituzione, cambiandone disinvoltamente parti intere, sostenendo che non per questo si rischia di trasformare nel profondo l’assetto della nostra democrazia. Quanti vuoti argomenti sono stati utilizzati per cercare di rassicurare sulla permanente fedeltà ai principi, anche nei casi in cui venivano travolti decine di articoli del testo costituzionale.

La costituzione è un insieme unitario. Il che non vuol dire impossibilità del mutamento (l’articolo 138 lo prevede espressamente), ma impone ogni volta di valutare l’impatto complessivo del cambiamento preteso. Correggere una costituzione non è impresa meno impegnativa che scriverla per la prima volta, spiegava Aristotele. Il revisionismo italiano si è caratterizzato, invece, per la sua improvvisazione. Nessun disegno di civiltà, solo ragioni di breve momento hanno giustificato le «grandi riforme costituzionali».

Se volessimo allora riportare con i piedi per terra la riflessione sul mutamento costituzionale dovremmo tornare a ragionare sui principi, chiarendo anzitutto quali essi siano. Scriveva Costantino Mortati che per identificare l’ideologia accolta dalla nostra costituzione nei suoi elementi essenziali, per giungere all’esatta comprensione di quella particolare forma di democrazia («sociale») che in essa si riflette, basta prendere in considerazione i primi cinque articoli della costituzione.

Noi – in base alla serie di volumi che qui si presenta – saremmo più indulgenti e ricomprendiamo tutti i dodici principi fondamentali indicati in Costituzione; persino quello dedicato alla bandiera, che sottende una certa visione della nazione intesa come «patriottismo costituzionale» che ha un suo significato tutt’altro che banale. Si conferma comunque che è in questi pochi ma fondamentali articoli che si definiscono i principi che devono condizionare ogni interprete, ed è ad essi che bisogna risalire per superare le incertezze o colmare le lacune che dovessero riscontrarsi nelle leggi. Tra coloro che sono assoggettati a quest’obbligo, specificava Mortati, in primo luogo vi sono le forze politiche.

Insegnamento prezioso, quanto mai disatteso. Se solo provassimo a ragionar per principi, anziché per convenienze, potremmo sperare in una Repubblica democratica (art. 1) che ritorni a garantire i diritti inviolabili (art. 2), assicurando in tal modo la dignità sociale nonché l’eguaglianza delle persone (art. 3), promuovendo inoltre le condizioni per rendere effettivo il diritto al lavoro (art. 4). Basta leggere questi primi quattro articoli per comprendere quanto impegno ci vorrebbe per attuare la nostra democrazia costituzionale.

Risuonano ancora forti le parole di Pietro Calamandrei sulla costituzione come «rivoluzione promessa» che è ancora tutta davanti a noi. Dopo settant’anni chi vuole cambiare radicalmente lo stato di cose presenti sa dove guardare.

Gaetano Azzariti        il manifesto 3.11.17


vedi:  Referendum: non sprechiamo quel no

Non disperdiamo il patrimonio del No

La Costituzione e la vera nascita della Seconda Repubblica

Piero Calamandrei: Incoscienza costituzionale


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