Nei Paesi di partenza le migrazioni sono causate da sconvolgimenti delle attività produttive, dei rapporti sociali e delle condizioni ambientali, che impediscono alle popolazioni di continuare a ricavare da vivere nei luoghi in cui vivono. Nei Paesi d’arrivo generano tre tipi di reazioni: una di rifiuto, che si concretizza nel sostegno ai partiti xenofobi; una di accoglienza interessata per i contributi che i migranti danno alla crescita economica e alla ricchezza monetaria dei nativi; una di accoglienza disinteressata e generosa, basata sulla solidarietà nei confronti delle persone più provate dalla vita.

I partiti xenofobi enfatizzano i problemi creati dall’arrivo di un numero sempre maggiore di migranti senza risorse professionali ed economiche, mettendo in evidenza l’insicurezza e il degrado che inevitabilmente si genera nei luoghi in cui si arrangiano a sopravvivere. I sostenitori dell’accoglienza interessata li minimizzano, insistendo sui vantaggi economici che deriverebbero dalla loro regolarizzazione: crescita del prodotto interno lordo, aumento del gettito fiscale, pagamento delle pensioni. I sostenitori dell’accoglienza disinteressata fanno leva sui sentimenti di fraternità che, persistono nell’animo umano nonostante i decenni di consumismo ed egoismo che hanno caratterizzato le società industriali. E dedicano le loro energie ad aiutare i migranti a trovare un alloggio e un lavoro dignitosi.

Nei coni d’ombra tra queste dinamiche, agiscono due categorie di approfittatori: quelli che speculano sulla disperazione dei più deboli, sfruttando la loro forza lavoro in maniere ignobili, fino a farli morire; e quelli che, agendo nel sottobosco della politica, riescono a impadronirsi dei fondi stanziati per le strutture d’accoglienza, lasciando solo le briciole ai disperati cui erano destinati.

Tutti gli attori in campo si limitano a prendere in considerazione, ciascuno dal proprio punto di vista, le conseguenze dei flussi migratori, ma nessuno si domanda per quale motivo negli ultimi trent’anni le migrazioni abbiano coinvolto numeri sempre maggiori di persone in tutto il mondo.

Nei Paesi africani i contadini sono costretti a lasciare le campagne a causa delle guerre tra le etnie e gli Stati fomentate dai Paesi occidentali, e di quelle combattute direttamente da loro per tenere sotto controllo i territori in cui insistono i giacimenti di minerali e fonti fossili necessari alla loro crescita economica. A ciò si aggiunge la riduzione della fertilità dei suoli e la perdita dell’autosufficienza alimentare causate dagli aiuti allo sviluppo, che li hanno indotti ad abbandonare la biodiversità e l’agricoltura di sussistenza per dedicarsi alla monocoltura di prodotti esotici richiesti dal mercato mondiale. E, da qualche decennio, gli acquisti di enormi estensioni di terreni agricoli non accatastati effettuati da cinesi e coreani per un tozzo di pane con la complicità di governanti corrotti.

Premesso che nessuno è obbligato a emigrare e chiunque ha diritto di andar via dai luoghi in cui non vuole o non può più vivere, la storia delle migrazioni è contrassegnata dalle sofferenze: di dover lasciare i luoghi in cui si è nati e i propri affetti familiari, di dover accettare lavori faticosi, pericolosi e poco pagati nei luoghi in cui ci si trasferisce, di vivere in abitazioni malsane in quartieri ghetto tra l’ostilità delle popolazioni autoctone.

Possibile che i sostenitori dell’accoglienza per ragioni umanitarie sappiano solo dire che emigrare è un diritto che va tutelato e agevolato, ma non riescano nemmeno a immaginare che se ci si limita ad agevolare l’accoglienza dei migranti si rafforzano le cause che li inducono a emigrare e le sofferenze che ne conseguono? E non si rendano conto di fare inconsapevolmente il gioco dei sepolcri imbiancati dell’accoglienza interessata?

“I migranti – si legge nel rapporto Caritas 2015 – costituiscono una ricchezza per l’Italia, perché producono l’8,8 per cento del Prodotto interno lordo, pari a oltre 123 miliardi di euro. E vengono pagati meno dei lavoratori italiani: un italiano guadagna in media 1.326 euro al mese, un cittadino comunitario 993, un extracomunitario 942”. Secondo un rapporto del Credit Suisse dello stesso anno, le spese per i migranti sono destinate a ripagarsi sotto forma di benefici alla crescita e quindi di aumenti delle entrate fiscali.

Per sostenere il suo sistema di welfare l’Europa avrà bisogno di 42 milioni di immigrati entro il 2020, di 250 milioni entro il 2060. Il presidente dell’Inps, Tito Boeri ha più volte affermato che se chiudessimo le frontiere ai migranti non saremmo in grado di pagare le pensioni. Ogni anno gli stranieri versano otto miliardi di euro in contributi e ne prelevano tre. È vero che un giorno avranno la pensione pure loro, però molti torneranno al loro Paese d’origine e i loro versamenti saranno a fondo perduto. Perché dovremmo respingerli?

Premesso che alleviare una sofferenza è un dovere etico da compiere tempestivamente, capire le cause che la provocano è un dovere intellettuale a cui consegue l’impegno politico di provare a rimuoverle. È il nostro stile di vita consumistico a impedire che i migranti possano continuare a vivere sulle terre dei loro padri, perché li priva del necessario per alimentare il nostro superfluo. Il nostro modo di vivere, che non è compatibile con la biosfera, non è l’unica alternativa alle privazioni del loro modo di vivere. Non s’immagina nemmeno che ce ne possa essere un altro diverso dal nostro e dal loro.

Per esempio, una società in cui la tecnologia sia finalizzata a ridurre l’impronta ecologica e non ad aumentare la produttività; in cui il benessere s’identifichi con la possibilità di garantire a tutti di far fruttare i propri talenti.

Se non si pongono queste domande, i sostenitori limpidi dell’accoglienza rischiano di diventare i cavalli di Troia dei sepolcri imbiancati, che si fanno paladini dell’accoglienza per trasferire al servizio delle società opulente coloro ai quali le società opulente hanno già tolto il necessario per vivere nella loro terra.

Maurizio Pallante       Il Fatto | 15 settembre 2017

 

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