L’8 agosto 1849 muore fucilato da militari austriaci a Bologna UGO BASSI (48 anni) presbitero, Patriota risorgimentale e difensore della Repubblica Romana del 1849.

Con Bassi venne giustiziato anche GIOVANNI LIVRAGHI (30 anni) ufficiale garibaldino e difensore della Repubblica Romana del 1849. Livraghi venne giustiziato con molto disprezzo perchè considerato, in quanto milanese e quindi suddito austriaco, un disertore.

Ugo Bassi nacque a Cento (FE) fe u battezzato col nome di Giuseppe che egli poi, in omaggio al Foscolo suo poeta prediletto, mutò in quello di Ugo. Adolescente durante l’età napoleonica studiò nel collegio Barnabita di Bologna ed in questo momento si avvicinò agli ambienti culturali liberali. Rimase affascinato dal Proclama che Gioacchino Murat lanciò da Rimini nel 1815 parlando per la prima volta di una Italia libera e unita.

Bassi fuggì dal collegio per arruolarsi ma per la giovane età venne rifiutato. Dopo gli studi a Bologna Napoli e Roma nel 1821 diventò prete barnabita nella città capitolina. Uomo di grande cultura divenne famoso e ricercato predicatore ma spesso si scontrò con le gerarchie ecclesiastiche a causa delle sue denunce sui mali della società e delle tematiche patriottiche che sempre inseriva nei suoi discorsi e che gli causarono frequenti sanzioni disciplinari da parte dei superiori proprio per l’esuberanza di carattere e lo spirito di ribellione. Spesso gli viene cambiata destinazione per la sua attività pastorale a causa dei frequenti contrasti con i vescovi diocesani.

Nel 1835 Bassi in una predica in S. Petronio a Bologna espresse una violenta invettiva contro l’”iniqua Roma avara metropoli sentina di vizi“ provocando la reazione del card. Spinola che non soddisfatto della giustificazione fornita dal frate di essersi voluto riferire solo alla Roma idolatra aveva avvertito la Segreteria di Stato che le espressioni erano identiche a quelle usate “al tempo dell’ultima rivoluzione” (Bologna 1831).

Bassi fu chiamato a Roma a discolparsi. Nel 1837 a Palermo i suoi richiami alla purezza della vita dei primi tempi cristiani e all’applicazione totale dei principi evangelici sembrarono malamente velare un intento politico, una visione di rinnovamento della società civile e per questo venne severamente richiamato. A Milano nonostante le ammonizioni del card. Gaysruck aveva fatto riferimenti a Voltaire, Rousseau, Lamartine.

Non potevano non spiacere alle autorità religiose alcuni temi costanti nelle sue prediche: la denuncia della corruzione del clero, la critica dell’operato della corte romana, la polemica contro i gesuiti. A Perugia poi lo raggiunse il 21 maggio 1840 il divieto di predicare negli Stati pontifici e l’obbligo di trasferirsi nel collegio barnabitico di S. Severino Marche mentre gli Austriaci emisero un divieto assoluto per Bassi di entrare in Lombardia e nel Veneto. Fu accusato inoltre falsamente di essere massone.

Bassi si trovava  ad Ancona nel momento in cui un gruppo di volontari stava partendo per i campi di battaglia della Prima Guerra d’Indipendenza (1848). Celebrando per loro la messa di congedo chiese di essere accettato come cappellano; i volontari entusiasti gridando espressero il loro assenso a cui il sacerdote-patriota in ginocchio rispose con una preghiera. Partì quindi con i volontari. Con acceso patriottismo diffuse lo spirito rivoluzionario fra i soldati come prima lo aveva infuso alla popolazione civile. ”Fui sempre liberale evangelico come non lo sarei ora?” affermò in una sua lettera di quell’anno.

A Treviso viene ferito e poi portato a Venezia dove sosterrà la Repubblica veneziana di San Marco. Gli avvenimenti intanto mutavano profondamente le sue idee. Tramontate le illusioni in Carlo Alberto e in Pio IX crollato il mito del papa liberale e del sovrano spada d’Italia si faceva in lui strada la convinzione convalidata dall’esempio di Venezia che l’unica possibilità di far trionfare la causa italiana fosse la proclamazione della Repubblica, espressione della volontà popolare.

Nel 1849 è a Roma dove assiste alla nascita della Repubblica Romana e viene nominato cappellano della Legione di GARIBALDI. Così Bassi descrive l’incontro con l’Eroe dei Due Mondi il 4 marzo: “Garibaldi è l’eroe più degno di poema che io sperassi in vita mia di vedere. Le nostre anime si sono congiunte come se fossero state sorelle in cielo prima di trovarsi nelle vie della terra”.

Bassi e Livraghi condotti alla fucilazione. Quadro ottocentesco di Silvio Faccioli.

Tra i due patrioti nacque una forte simpatia nonostante la decisa avversione di Garibaldi verso il clero. Bassi seguì Garibaldi  nei combattimenti di Palestrina, Velletri, Roccasecca, dove venne ferito a un piede, e sul Gianicolo. Fino alla resa di Roma rimase in prima fila prestando assistenza religiosa ai combattenti della Repubblica  ed anche ai nemici francesi feriti e catturati. Il 2 luglio pronunciò l’ultimo discorso: celebrando in S. Lorenzo in Lucina l’elogio funebre per la morte di Luciano Manara ebbe parole dure contro gli artefici della caduta della Repubblica.

Subito dopo fuggì verso Venezia con Garibaldi, ANITA, CICERUACCHIO, Livraghi e gli altri volontari che seguirono il Generale alla volta di Venezia. Arrivati dopo varie pericolose peripezie a S. Marino il gruppo si divise e Ugo Bassi e Livraghi rimasero con Garibaldi e Anita ormai morente. Dopo essersi distaccati da Garibaldi nei pressi di Comacchio (FE) il 2 agosto 1849 Bassi e Livraghi vennero catturati dai carabinieri pontifici e condotti al comando austriaco e quindi chiusi nelle carceri governative.

Furono poi trasferiti con scorta militare a Bologna, trattenuti a villa Spada quartier generale austriaco; quindi, dopo essere stati sottoposti ad un formale interrogatorio, furono tradotti alle carceri della Carità. Il giorno successivo il generale austriaco Gorzkowski firmava la sentenza di morte forse per prevenire le autorità ecclesiastiche e metterle di fronte al fatto compiuto. L’ 8 agosto Bassi e Livraghi vennero portati in via della Certosa, fucilati e i corpi buttati in una unica fossa all’altezza degli archi 66/67 del portico in cui oggi sorge la Torre di Maratona dello Stadio a Bologna.

Il mito popolare del “sacerdote di Garibaldi” si propagò immediatamente tra i bolognesi alla notizia della sua fucilazione tanto che da subito iniziarono a rendere omaggio ai due patrioti cosicchè gli austriaci nella notte fra il 18 e il 19 1849 furono costretti a riesumarne i corpi per trasferirli in un’altra sepoltura segreta all’interno della Certosa.

Solo nel 1859 i parenti di don Ugo potranno collocarne i resti nella tomba di famiglia all’interno della Sala delle Tombe del cimitero di Bologna. Pochi giorni dopo il 16 agosto Giuseppe Garibaldi renderà omaggio al suo compagno pronunciando un discorso appassionato davanti alla sua tomba. Dall’8 agosto 1940 con una cerimonia di propaganda organizzata dal regime fascista i suoi resti sono stati traslati dalla semplice sepoltura familiare in un sarcofago posto all’interno del sacrario dei Caduti della Grande Guerra di Bologna. I resti di Livraghi riposano nel Cimitero della Certosa di Bologna.

In una strada di Medicina, paese alla periferia di Bologna, c’è una casa dove Bassi e Livraghi sostarono prigionieri degli austriaci per alcune ore mentre erano scortati a Bologna. Anni dopo fu posta alla parete della casa una lapide che recita:

“In questa casa Ugo Bassi già prigioniero degli austriaci riposò poche ore il dì 6 agosto 1849

incamminandosi al supplizio che il dì appresso lo spense a Bologna

per il santo suo delitto di aver amato la Patria combattendo come sacerdote e come soldato

la doppia tirannide dello straniero e del papa-re.

I Medicinesi posero.”


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