Il 25 luglio 1844 muoiono giustiziati nel Vallone di Rovito (Cosenza) mediante fucilazione da parte dell’esercito borbonico ATTILIO BANDIERA (34 anni), EMILIO BANDIERA (25 anni), NICOLA RICCIOTTI (47 anni), GIOVANNI VENERUCCI (33 anni), ANACARSI NARDI (44 anni), GIACOMO ROCCA (31 anni), DOMENICO MORO (22 anni), FRANCESCO BERTI (56 anni), DOMENICO LUPATELLI (41 anni)  Patrioti risorgimentali.

GIUSEPPE MILLER (30 anni) e FRANCESCO TESEI (20 anni) morirono negli scontri con i borbonici. CARLO OSMANI, GIUSEPPE TESEI, GIOVANNI MANESSI, TOMMASO MAZZOLI, PAOLO MARIANI, GIOVANNI MELUSO, PIETRO PIAZZOLI, LUIGI NANNI e GIUSEPPE PACCHIONI furono catturati e condannati all’ergastolo o a molti anni di carcere.

I fratelli Attilio ed Emilio Bandiera, veneziani, erano in servizio in servizio presso la Marina Austriaca: appartenenti alla Giovane Italia di MAZZINI fondarono una loro società segreta l’Esperia ( nome greco antico indicante l’Italia). Nicola Ricciotti, frusinate, era appartenente all’esercito borbonico. Giovanni Venerucci era un operaio riminese. Anacarsi Nardi era un avvocato carrarese. Giacomo Rocca era un operaio ravennate. Domenico Moro era veneziano ufficiale della Marina Austriaca e amico dei fratelli Bandiera. Francesco Berti, ravennate, era stato soldato napoleonico. Domenico Lupatelli era un muratore perugino. Giuseppe Miller era un operaio forlivese esule dal 1832. Francesco Tesei era un pesarese.

I Fratelli Bandiera a Corfù. Disegno dell'epoca.

Tutti erano seguaci delle idee mazziniane e avevano partecipato a vari moti insurrezionali fin dal 1821. Quasi tutti poi si erano rifugiati in tempi diversi nell’isola di Corfù (Grecia) che divenne un luogo di raccolta anche di altri esuli italiani.

In questo contesto nacque verosimilmente il proposito di compiere un’azione spettacolare sul territorio italiano ma l’idea assunse una veste concreta solamente nel 1844 quando giunsero a Corfù Attilio ed Emilio Bandiera. Convinti che un tentativo isolato avrebbe potuto accendere una vasta insurrezione nell’Italia meridionale e probabilmente male informati sulla reale portata del moto avvenuto a Cosenza nel marzo 1844 (represso rapidamente nel sangue), i fratelli Bandiera elaborarono il progetto di uno sbarco in Calabria al quale molti aderirono entusiasticamente nonostante che Mazzini avesse espresso il suo dissenso per l’operazione progettata e considerata da lui eccessivamente rischiosa.

Fucilazione dei Fratelli Bandiera e dei loro Compagni. Disegno dell'epoca.

Ma 21 uomini presero il mare a bordo del San Spiridione nella notte fra il 12 e il 13 giugno 1844 e sbarcarono la sera 16 giugno alla foce del fiume Neto a nord di Crotone. Il tentativo rivoluzionario inesorabilmente minato dallo spionaggio del governatore di Corfù (che aveva preventivamente informato le autorità borboniche e austriache), dal tradimento del corso Pietro Boccheciampe, uno dei componenti la spedizione, e dall’ostilità delle popolazioni locali fu stroncato dalla gendarmeria borbonica la sera del 19 giugno 1844 in uno scontro a fuoco avvenuto in contrada Canale della Stràgola presso l’abitato di San Giovanni in Fiore.

I prigionieri ritenuti briganti furono malmenati e spogliati dei loro averi. Vennero condotti a S. Giovanni in Fiore dove passarono la notte nel Palazzo del Barone tuttora esistente. Portati a Cosenza furono processati il 15 luglio 1844  presso la seconda commissione militare e condannati per i reati di lesa maestà cospirazione violenza contro la forza pubblica. Il 25 luglio nel vallone Rovito Attilio ed Emilio Bandiera furono fucilati insieme con altri sette compagni.

Durante il tragitto verso il luogo dell’esecuzione che fu fatto compiere a piedi nudi i condannati  cantarono il coro di “Donna Caritea”: “Chi per la patria muor – Vissuto è assai”. Un ufficiale borbonico il tenente Salvatore Maniscalco che fu presente all’evento  due giorni dopo descriveva gli ultimi momenti dei Patrioti in un rapporto inviato ai suoi superiori:

“… La notte i delinquenti riposarono sonno profondo e furono desti sulle ore 4 ant. I sacerdoti apprestarono loro il S. Viatico e celebrarono la Messa. Compito il divino ufficio furono loro tolti gli abiti (il Moro e il primo Bandiera vestivano l’uniforme della marina austriaca) indossarono le vesti nere gli si bendò il capo con velo nero e si fecero scalzare. Compita questa acconciatura il secondo Bandiera disse: “Son pago di morire in terra italiana e per moschetto italiano invece di tedesco”. Alle ore sei e tre quarti circa il convoglio si mise in marcia.

Dal carcere al Vallo di Rovito luogo del supplizio vi sono circa 600 passi e la strada scende per una china ripidissima. I delinquenti marciavano in mezzo ad una doppia ala di soldati e ciascuno era confortato da un frate. Il più profondo silenzio regnava intorno e la folla dei curiosi se ne stava in punti lontani la truppa aveva chiusi gli accessi e la gendarmeria a cavallo cordonava lo spazio di Rovito. La marcia lenta durò meno di mezz’ora. Solo Ricciotti Moro e Nardi andavano rassegnati e gli altri ridevano e guardavano intorno finché giunti al Vallo furono sciolti ed il relatore ripeté loro la sentenza.

Dopo sedettero con disinvoltura e Venerucci disse ai soldati: “Fratelli tirateci al petto e poi gridate: Viva l’Italia” ! Quando poi al suono della tromba videro le armi impostate a coro mandarono il grido di “Viva l’Italia” che si perdette fra lo scoppio dei moschetti”.

Il re Borbone Ferdinando II ringraziò la popolazione di San Giovanni in Fiore per la prova di dedizione ed attaccamento alla Corona ed all’ordine pubblico con medaglie d’oro e d’argento, generose pensioni e con un decreto reale del 18 luglio con cui concedeva privilegi fiscali al comune silano. I resti di Attilio ed Emilio Bandiera e di Domenico Moro riposano nella chiesa dei santi Giovanni e Paolo a Venezia e GIUSEPPE GARIBALDI quando nacque a Montevideo nel 1847 il suo quarto figlio lo chiamò Ricciotti in onore di Nicola.

L’avvocato Nardi in una lettera indirizzata all’amico Tito Savelli a Corfù poco prima di essere giustiziato scrisse:

“Scrivo con le manette perciò vedrai il carattere un po’ tremante; ma io sono tranquillo perché muoio in patria e per una causa santa.”

 

Mazzini, che fu accusato ingiustamente dai suoi nemici di avere spinto  ad una morte inutile il drappello dei Bandiera, scrisse nel 1844 per i Martiri alcune pagine stupende:

“… Il martirio per una “Idea” è la più alta formula che l’”Io” umano possa raggiungere ad esprimere la propria missione; e quando un Giusto sorge in mezzo ai suoi fratelli giacenti ed esclama: “Ecco: questo è il vero ed io morendo l’adoro” uno spirito di nuova vita si trasfonde per tutta quanta l’umanità perché ogni uomo legge sulla fronte del martire una linea dei propri doveri e quanta potenza Dio abbia dato per adempierli alla sua creatura.

I sacrificati a Cosenza hanno insegnato a noi tutti che l’uomo deve vivere e morire per le proprie credenze: hanno provato al mondo che gl’Italiani sanno morire: hanno convalidato per tutta l’Europa l’opinione che una Italia sarà ….

Confortatevi o giovani la nostra causa è destinata al trionfo. I malvagi che anche oggi dominano lo sanno e ci maledicono; ma l’anatema che essi gettano contro noi si perde nel vuoto come un seme portato dal vento. I germi che noi cacciamo rimangono: sul terreno santificato dal sangue dei martiri Iddio li feconderà. E se anche gli alberi che devono uscirne non distenderanno l’ombra loro che sul nostro sepolcro sia benedetto Iddio: noi godremo altrove. Perseguitate noi possiamo dire ai malvagi ma tremate. Un giorno innanzi alla fiamma che consumava per ordine del Senato le storie di Cremuzio Cordo un Romano balzando in piedi gridava: “Cacciate me pure nel rogo perché so quelle storie a memoria”. Pochi dì passeranno e l’Europa risponderà con un grido consimile alle vostre stolidamente feroci persecuzioni.

Voi potete uccidere pochi uomini ma non l’Idea. L’Idea è immortale. L’Idea ingigantisce fra la tempesta e splende ad ogni colpo come il diamante di nuova luce. L’Idea s’ incarna più sempre nell’umanità. E quando voi avrete esaurita l’ira vostra e la vostra brutale potenza sugli individui che non sono se non precursori l’Idea vi apparirà irresistibile nella maestà popolare e sommergerà sotto l’onda oceanica del futuro i vostri nomi e fin la memoria della vostra resistenza al moto delle generazioni che Iddio commuove”.



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