Il 26 giugno 1967 muore a Firenze dopo una lunga malattia don LORENZO MILANI (44 anni) presbitero, educatore e scrittore.

Don Milani morì  a Firenze nella casa di famiglia stroncato dal linfoma di Hodgkin ( oggi facilmente curabile). Ad accudirlo negli ultimi giorni furono i suoi ragazzi della parrocchia di Barbiana (FI) uno sperduto paesino sulle montagne del Mugello dove visse in esilio “ecclesiastico” dal 1954. Quattro mesi dopo la sua morte venne condannato in un processo in quanto difensore degli obiettori di coscienza accusati di viltà da un gruppo di cappellani militari toscani ma il reato fu estinto per la sua morte.

Il testo che aveva scritto ai suoi giudici (1964), prima ancora di quello indirizzato alla famosa professoressa (1967), è uno dei grandi risultati della letteratura italiana del Novecento non solo per ciò che dichiara sull’idea di patria, chiesa, scuola, storia, giustizia e responsabilità ma anche per come lo esprime. Ecco un passo fondamentale dalla “Lettera ai giudici“:

« Avere il coraggio di dire ai giovani che essi sono tutti sovrani per cui l’obbedienza non è ormai più una virtù ma la più subdola delle tentazioni, che non credano di potersene far scudo né davanti agli uomini né davanti a Dio, che bisogna che si sentano ognuno l’unico responsabile di tutto”.

In questa frase c’è tutto l’uomo e il prete Milani profondamente religioso in senso tradizionale e nello stesso tempo laicissimo nella sua lettura della storia e della società.

Nato in una famiglia ( ebrea da parte della madre) dell’alta borghesia fiorentina ricca materialmente e culturalmente. agnostica e anticlericale, fu un ragazzo di forte vivacità intellettuale dedito alla passione per la pittura.

Ma dal 1943 avvenne in lui un profondo cambiamento che portò alla decisione contestatissima in famiglia di diventare prete entrando in seminario a Firenze. Già in seminario cominciò fin dall’inizio a scontrarsi con la mentalità della Chiesa e della curia: non riusciva a comprendere le ragioni di certe regole, prudenze, manierismi che ai suoi occhi erano lontanissimi dall’immediatezza e sincerità del Vangelo.

Fu ordinato sacerdote nel duomo di Firenze nel 1947 e punto di riferimento per la sua crescita come prete e come uomo sarà don PRIMO MAZZOLARI. Ebbe anche un particolare rapporto di stima reciproca con GIORGIO LA PIRA sindaco di Firenze. Amico fraterno fu padre ERNESTO BALDUCCI con cui spesso discuteva su metodi ed impegno sociale. A causa della sua malattia e della sua morte per poco non si potè realizzare un incontro a Barbiana con PIER PAOLO PASOLINI che nel 1967 aveva espresso un grande apprezzamento per la Lettera ad una professoressa uscita quell’anno.

Il suo primo vero incarico fu di vice parroco nella parrocchia di San Donato di Calenzano, vicino Firenze, dove organizzò subito una scuola popolare serale per i giovani operai delle numerose fabbriche della zona. In quel periodo cominciò a scrivere il suo libro più importante: Esperienze pastorali (1958) che gli procurerà critiche da parte della curia fiorentina e romana.

Barbiana

I suoi metodi scolastici indirizzati ad una libera ricerca critica suscitarono molte reazioni negative sollevate soprattutto da famiglie borghesi della zona legate ad una visione tradizionalista della religione e del prete e vicine anche alla politica della Democrazia Cristiana ( in quegli anni siamo nel pieno dello scontro della Guerra Fredda). Il vescovo di Firenze Elia Dalla Costa, che lo aveva ordinato prete, diede ascolto a quelle critiche (alcune anche artificiosamente infamanti) e lo “punì” trasferendolo nel 1954 a Barbiana minuscola e sperduta frazione di montagna nel Mugello. L’esilio sarà confermato anche dal vescovo successore di Dalla Costa (Ermenegildo Florit) che non mancò mai di mostrare tutta la sua disistima se non avversione verso don Milani.

Vivendo un’ assoluta essenzialità che rasentava la povertà, nella piccolissima parrocchia iniziò subito il primo tentativo di scuola a tempo pieno espressamente rivolto alle classi popolari dove tra le altre cose sperimentò il metodo della scrittura collettiva e una ricerca didattica a 360 gradi. I bambini della scuola erano quasi tutti figli di povere famiglie disperse sul territorio che svolgevano duri lavori agricoli e di piccolo allevamento.

Gli ideali della scuola di Barbiana erano quelli di costituire un’istituzione inclusiva democratica con il fine non di selezionare quanto di far arrivare, tramite un insegnamento personalizzato, tutti gli alunni a un livello minimo d’istruzione garantendo l’eguaglianza con la rimozione di quelle differenze che derivano da censo e condizione sociale. La scuola divenne lentamente anche un punto d’incontro per scrittori, giornalisti, politici e scienziati che si recavano a Barbiana per tenere delle “lezioni” e sottoporsi poi alle domande critiche dei ragazzi: attraverso questo metodo don Milani insegnava a dei ragazzi di umile estrazione a superare ogni senso d’inferiorità.

Fin dai tempi di San Donato per avvicinare i giovani aveva utilizzato tutti i sistemi possibili imitando i suoi confratelli delle parrocchie. Stanco delle ricreazioni da oratorio che lo mettevano in gara con la Casa del popolo comunista (una gara a basso livello) si ribella e mette in discussione l’identità del sacerdote trasformato e reso inadempiente da una società consumista e materialista:

“ A un certo punto ho superato ogni resistenza interiore e il ping-pong e gli altri arnesi da gioco volarono nel pozzo e organizzai la scuola popolare per i giovani. Infatti bisognava che i giovani o con le buone o con le cattive capissero che la scuola era la loro salvezza” ( da Esperienze pastorali)

Don Milani con i ragazzi di Barbiana

Cominciò col fare scuola senza interruzione prima a San Donato e poi a Barbiana ( dove la scuola durava 365 giorni). Una scuola al servizio dell’uomo per colmare la differenza e costruire la propria dignità e non solo per eliminare l’ignoranza o avere un “pezzo di carta”. Una scuola per i poveri e non per i ricchi. Una scuola determinata da un’ansia religiosa anche se nella più rigorosa laicità. Don Milani non ci ha lasciato metodi piuttosto energia allo stato puro. Una sapienza del fare scuola.

Quando la Dc, forte della conquistata maggioranza assoluta, tradisce le promesse fatte nella campagna elettorale del 1948 scriverà ancora su Esperienze Pastorali:

Per un prete quale tragedia più grossa di questa potrà mai venire? Essere liberi, avere in mano Sacramenti, Camera, Senato, stampa, radio, campanili, pulpiti, scuola e con tutta questa dovizia di mezzi divini ed umani raccogliere il bel frutto di essere derisi dai poveri, odiati dai più deboli, amati dai più forti ”

Don Milani vedendo nel partito cosiddetto “cristiano” indifferenza verso il dolore e la collera dei poveri dà credito alle ragioni storiche e sociali del comunismo ma non accetterà mai l’ideologia marxista, esprimendo sempre comunque stima e vicinanza nei confronti di socialisti e i comunisti sinceramente impegnati nella lotta per la giustizia e non “servi” del partito. Anche per questo criticò sempre la scomunica comminata dal Vaticano nel 1948 verso chi avesse votato per i partiti di sinistra.

Fu un prete scomodo per tutti: per la gerarchia ecclesisastica che mal sopportò sempre il suo spirito critico indipendente e gli mise sovente i bastoni fra le ruote; per la sinistra che se ne è in qualche modo appropriato pur diffidando di lui in quanto uomo di chiesa (ma lui stesso non risparmiò severe critiche alla sinistra e in particolare al comunismo); per gli uomini di cultura all’intellettualismo e alla pigrizia dei quali egli contrappose l’unità inscindibile tra il “dire” e il “fare” la verità; per gli opportunisti e i conformisti di tutte le risme lontanissimi dalla sua intransigenza limpidezza e integrità morale.

Don Milani fu un uomo di frontiera di pensiero, opere, azioni e testimonianza nel contempo che seppe coinvolgere con passione tutti, credenti e non credenti, nella dimensione dell’impegno per la giustizia, per la vita degna e dotata di senso. Fin quando don Milani è stato vivo gerarchia ecclesiastica e integralismo cattolico costretti dalla sua ‘disobbedienza obbedientissima’ a non scaricarlo si sono rivalsi emarginandolo ed esiliandolo.

Il cartello sulla parete della scuola di Barbiana

Poi dopo morto un poco alla volta hanno cominciato ad appropriarsene via via facendosi gloria e vanto della sua ortodossia e del suo rigore ma addomesticando l’una e l’altro; scegliendo fra le sue testimonianze quelle che (sapientemente o grossolanamente censurate e manipolate da capo secondo i diversi livelli di onestà e di gusto) parevano le più usabili in senso normalizzatore. Ma non è possibile alcuna annessione dell’opera e del pensiero di don Milani la cui testimonianza esige per tutti la rimessa in discussione continua dei presupposti del proprio pensare e operare: una formazione permanente quindi per bambini e adulti…

Dopo la sua morte venne tumulato nel piccolo cimitero poco lontano dalla sua chiesa e scuola di Barbiana: seppellito con gli abiti liturgici della messa e su sua espressa richiesta con gli scarponi da montagna ai piedi.

Leggiamo nella Lettera ai giudici (1965) :

“Dovevo ben insegnare come il cittadino reagisce all’ingiustizia. Come ha libertà di parola e di stampa. Come il cristiano reagisce anche al sacerdote e perfino al vescovo che erra. Come ognuno deve sentirsi responsabile di tutto. Su una parete della nostra scuola c’è scritto grande ‘I care’. E’ il motto intraducibile dei giovani americani migliori. ‘Me ne importa mi sta a cuore’. E’ il contrario esatto del motto fascista ‘Me ne frego’ “.

 

Vedi:  26 giugno 2012. Morte di un maestro di educazione.


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