Il 26 maggio 1831  muore giustiziato mediante impiccagione nella Cittadella di Modena CIRO MENOTTI (33 anni) commerciante e Patriota risorgimentale.

Menotti nacque a Carpi (MO) in una famiglia della borghesia imprenditoriale locale e aveva ampliato l’azienda familiare fondando a Modena una filanda e una ditta di spedizioni che avevano il loro principale mercato a Londra

Commerciante di idee liberali e affiliato alla Carboneria nel 1817 maturò fin da giovane un forte sentimento democratico e patriottico che lo portò a rifiutare la dominazione austriaca in Italia. Affascinato dal nuovo corso del re francese Luigi Filippo d’Orléans dal 1820 tenne frequenti contatti con i circoli liberali francesi: l’obiettivo era quello di liberare il ducato di Modena ( nel quale era nato) dal giogo dell’Austria.

Modena era allora governata dal duca Francesco IV d’Asburgo-Este arciduca d’Austria. Egli reputando il ducato di Modena troppo piccolo per le sue ambizioni coltivava rapporti diplomatici con i diversi stati europei e manteneva una corte sfarzosa. Ciò spiega il suo atteggiamento nei confronti dei movimenti rivoluzionari che agitavano l’Italia; da un lato li temeva ed osteggiava e dall’altro li lusingava nella speranza di potere volgere la loro azione a vantaggio dei propri interessi personali.

Avvicinato da Menotti inizialmente Francesco IV non reagì al progetto rivoluzionario: forse c’erano accordi precisi fra i due tramite anche un altro liberale, l’avvocato Enrico Misley, frequentatore abituale della corte ducale. Non si capisce altrimenti perché Francesco IV che conosceva a fondo Menotti non lo avesse fatto subito arrestare come aveva fatto nel 1820 con altri carbonari o presunti tali processati e poi condannati.

Nel gennaio del 1831 Menotti organizzò nei minimi dettagli la sollevazione. Il 3 febbraio dopo aver raccolto le armi radunò cinquantasette congiurati nella propria abitazione poco distante dal Palazzo Ducale per organizzare la rivolta. I congiurati venivano da diverse estrazioni della società dell’epoca: l’impresa di Ciro Menotti unì nobili, proprietari terrieri, borghesi, studenti e gente del popolo.

Vincenzo Borelli, 1786- 1831

Francesco IV tuttavia con un brusco voltafaccia, certamente impostogli dal governo austriaco, decise di ritirare il suo appoggio alla causa menottiana ed anzi chiese l’intervento restauratore della Santa Alleanza (stabilita nel congresso di Vienna del 1815). Il duca fece circondare dalle sue guardie la casa; i congiurati cercarono di fuggire, alcuni ci riuscirono altri no e fra questi Ciro Menotti che, saltato da una finestra nel giardino retrostante la casa, rimase ferito e fu catturato e imprigionato.

Il Duca impaurito dai disordini che stavano scoppiando anche a Bologna ( e in tutta Europa) si rifugiò a Mantova portando con sé Menotti. Fallite le insurrezioni il duca rientrò a Modena sempre portandosi dietro Menotti prigioniero. Due mesi dopo fece celebrare il processo che si concluse con la condanna a morte mediante impiccagione. La sentenza venne eseguita nella Cittadella assieme a quella di VINCENZO BORELLI, notaio e Patriota e anche lui facente parte del gruppo di arrestati, il 26 maggio 1831.

Tomba di Ciro Menotti a Spezzano (MO)

La sentenza di morte venne pubblicata solo dopo l’esecuzione allo scopo di evitare possibili disordini e rivolte. Nel breve periodo che passò in carcere Menotti scrisse una drammatica e commovente lettera alla moglie e ai suoi figli in cui dice loro di essere in procinto di morire per una causa superiore ovvero la liberazione della sua regione dal dominatore straniero.

Prima di essere giustiziato consegnò a uno dei padri confessori, che si trovava in carcere per sostenerlo prima dell’esecuzione, la lettera che avrebbe dovuto consegnare alla moglie. Questa lettera in realtà arriverà a destinazione soltanto nel 1848 poiché venne sequestrata al confessore dalle autorità carcerarie.

Ciro Menotti figura di rivoluzionario impavido e di eroe romantico sarebbe diventato nella coscienza degli italiani dell’Ottocento un grande patriota da imitare: fu infatti considerato un precursore non solo dei moti carbonari del 1831 ma anche dell’intero Risorgimento, tanto che GIUSEPPE GARIBALDI volle usare il suo cognome come nome per il proprio figlio primogenito avuto da ANITA il 16 settembre 1840.

In questo senso fin dalle prime classi delle scuole si parlava del suo sacrificio e si leggeva la sua lettera alla moglie piena di buoni sentimenti e amor patrio. I resti di Menotti riposano dal 1929 in una cappella funeraria dedicata all’interno della Chiesa parrocchiale di San Giovanni Evangelista a Spezzano, frazione di Floriano Modenese (MO, paese originario della famiglia di Ciro).

La lettera di Menotti si può assolutamente accostare a quelle di altissimo valore morale scritte dai Condannati a morte della Resistenza italiana.


Alle 3 ½ del 26 maggio 1831;

Carissima moglie

La tua virtù e la tua religione sieno teco e ti assistino nel ricevere che farai questo mio foglio – Sono le ultime parole dell’infelice tuo Ciro – Egli ti rivedrà in più beato soggiorno – Vivi ai figli e fà loro da Padre ancora; ne hai tutti i riquisiti. – L’ultimo amoroso comando che impongo al tuo cuore è quello di non abbandonarti al dolore – Vincilo e pensa chi è che te lo suggerisce e consiglia.

Non resterai che orbata di un corpo che pur doveva soggiacere alla sua fine – L’anima mia sarà come divisa teco da tutta l’eternità – Pensa ai figli e in loro seguita a vedervi il loro genitore e quando l’età farà conoscere chi era dirai loro ch’era uno che amò sempre il suo simile –

Fò te l’interprete dell’ultimo mio congedo con tutta la famiglia: io mojo col nome di tutti sul cuore e la mia Cecchina lo invade tutto.

Non ti spaventi l’idea dell’immatura mia fine giacchè Iddio mi accorda forza e coraggio sin qui d’incontrarla come la mercede del giusto; mi farà la grazia fino al fatal momento –

Il dirti d’incamminare i figli sulla strada della virtù è dirti ciò che hai sempre fatto; ma dicendo poi loro che era tale l’intenzione del suo genitore crederanno di onorare e rispettare la mia memoria ancora ubbidendoti – Cecchina mia prevedo le tue angoscio e mi si divide il cuore alla sola idea. Non abbandonarviti: tutti dobbiamo morire – Ti mando l’ultimo pegno che mi rimane: dei miei capelli – danne in memoria alla famiglia.

Oh buon Dio! quanti infelici per mia colpa; ma mi perdonerete. Dò l’ultimo baccio ai figli; non oso individuarli perche troppo mi angustierei – tutti a quattro – e i genitori e l’ottima Nonna la cara sorella e Ce­leste; insomma tutti vi ho presenti. Addio per sempre Cecchina; sarai sempre la madre de’ miei figli.

In questo ultimo tremendo momento le cose mondane non sono più per me. Troveranno i miei figli e tu della pietà dopo la mia morte più che ne sperassi vivendo – Speravo molto. Il Sovrano… ma non sono più di questo mondo – Addio con tutto il cuore – Addio per sempre. Ama sempre la memoria dell’infelice tuo Ciro.


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