«La globalizzazione è la condizione economica in cui un esercito di schiavi produce per un esercito di disoccupati». La formula di Marine Le Pen in poche parole coglie una delle contraddizioni del tempo che viviamo. Il giudizio è ovviamente impietoso. La globalizzazione non ha fatto solo disastri: ha ridotto la distanza tra le diverse parti del mondo, migliorando le condizioni di vita di milioni di persone. E tuttavia, questo slogan, al di là delle intenzioni, tocca questioni vere.

In realtà, per molti anni le magagne della crescita sono state nascoste da una finanziarizzazione in grado di sostenere consumi a debito. Ma dopo il 2008 il gioco non ha più funzionato. Quello che le élite non hanno capito è che, nelle nuove condizioni in cui ci troviamo a vivere, la «globalizzazione» viene letta come un modello che avvantaggia solo pochi a danno di molti (a cui si chiede di portare pazienza). É questo il disagio che i sistemi politici registrano. I temi su cui i populisti prosperano sono, infatti, tutti reali.

Pur portando molte responsabilità per quello che è successo, in questi anni la finanza si è mostrata assai poco generosa nei confronti della società circostante. La capacità del sistema di correggere le proprie esagerazioni è stata fino a oggi limitata. Anzi, sfruttando a proprio vantaggio le enormi risorse immesse dalle politiche monetarie ultra-espansive di questi anni, la finanza ha continuato a guadagnare; non solo vanificando buona parte dello sforzo sostenuto dalle banche centrali, ma anche creando le premesse per una nuova crisi, che rischia di essere più grave della precedente.

Nell’aprile del 2017, il livello di indebitamento delle famiglie americane ha superato il picco che aveva toccato prima della crisi. Sul piano culturale, la globalizzazione ha deriso la questione dell’identità. Ma un conto è dire che il tema può (e deve) venire rimodulato in rapporto alle nuove condizioni di vita; un conto è dichiararne l’irrilevanza in nome di un generico sogno cosmopolitistico. Nonostante la crisi migratoria duri da anni, nessuno ha pensato di impostare una politica internazionale seria capace di affrontare e gestire gli enormi flussi umani che, al di la di tutte le generosità, sono alla lunga insostenibili senza misure adeguate. Sia per i paesi di arrivo che per quelli di partenza. Si può dire che la globalizzazione ha sottovalutato le conseguenze della mobilità che essa stessa ha indotto?

Nei decenni passati, buona parte della politica si è abituata a stare al rimorchio degli interessi economici internazionali. Ciò ha provocato una selezione avversa delle classi dirigenti. Tanto più che, nell’era dell’espansione finanziaria, sperperare le risorse collettive (ingigantendo la burocrazia e alimentando la corruzione) era un problema relativo (vedi ahimè il caso italiano). Oggi, invece, il vuoto lasciato dalla fine della globalizzazione espansiva chiama di nuovo in causa la politica. Ma il problema è che mancano le idee e persino la preparazione: i parvenu di questi anni, cresciuti lontano dai Palazzi, più che di risposte sono portatori della domanda di cambiamento.

Ma non è questo ciò che storicamente capita quando ci sono i cambi di sistema? Che Stati Uniti e Gran Bretagna abbiano cominciato a percorrere una strada diversa da quella battuta negli ultimi 30 anni dovrebbe essere una evidenza sufficiente per spingere anche il più riottoso degli oppositori a riflettere attentamente su quello che sta accadendo. Ci sono dei problemi strutturali nel modello di crescita degli ultimi anni che solo una forte azione politica può tentate di sanare. Bisogna intervenire, e intervenire in fretta. É chiaro, infatti, che le tre questioni ricordate rischiano di ricevere risposte disastrose.

La transizione economica può diventare l’occasione per una svolta neo mercantilistica che produrrebbe più problemi di quelli che é in grado di risolvere. Ma rimane la domanda: come si crea nuovo lavoro e come si produce la ricchezza, se si assume che la finanza da sola non può più risolvere il problema? La domanda di identità può essere trasformata in odio etnico, razziale o religioso.

Ma quale significato e quale forma (cioè, quali limiti, quale misura) deve allora assumere l’identità culturale oggi? Il bisogno di una nuova politica può essere la miccia per far lievitare sentimenti anti-democratici. Ma come tornare a parlare di legame sociale senza produrre odio e contrapposizioni? I problemi posti dai populisti sono reali e urgenti e aspettano risposte adeguate. Dovunque — Italia compresa — occorre al più presto superare lo schema establishment/anti-establishment. Ma ancor prima bisogna ammettere che il disegno di una globalizzazione capace di sostenersi solo attraverso il mercato, la finanza e la tecnologia — al di la dei suoi nobili intenti — si è dimenticato della carne e del sangue delle persone.

Mauro Magatti       Corriere  23 aprile 2017

 

vedi: Uguaglianze, identità e giustizia sociale

Siamo orgogliosi di essere populisti

Una nuova politica

La retorica dei diritti disumani

Il mondo travolto dai soldi troppo facili

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