Forte Bravetta, Roma

Il 29 aprile del 1944 muore fucilato da un plotone della PAI italiana a Forte Bravetta (Roma) PIETRO BENEDETTI (41 anni) ebanista, Antifascista e Partigiano.

Benedetti nacque ad Atessa (Chieti) e fin da giovane divenne socialista; nel 1921 fu tra i fondatori del Partito Comunista d’Italia di Atessa e ne divenne in breve segretario della sezione locale. Nel dicembre del 1925 Benedetti si recò in Francia come delegato dell’Abruzzo al III Congresso del partito Comunista a Lione e venne fermato al confine. Fu trovato in possesso di un passaporto falso, arrestato e restò in carcere per tre mesi.

Monumento ai Martiri di Forte Bravetta

Successivamente divenne segretario della Federazione Comunista di Chieti e mantenne contatti con gli esiliati in Francia. Venne arrestato nel 1932 e fu condannato dal Tribunale speciale e successivamente amnistiato

Nel 1933 Benedetti si trasferì a Roma e avviò un laboratorio di ebanisteria in via Properzio, nel rione Prati, mentre continuava a svolgere una forte attività clandestina come commissario politico per la zona di Prati e Monte Mario. Dopo l’armistizio del 1943 la sua bottega si trasformò in centro di riunioni di antifascisti e di smistamento di stampa clandestina.

Il 28 dicembre del 1943 il capo della squadra politica della Questura di Roma scoprì alcune armi nel laboratorio di Benedetti e venne arrestato insieme con i suoi operai e con il fratello Antonio e poi rinchiuso a Regina Coeli. Successivamente venne trasferito a via Tasso, carcere e caserma della Gestapo e delle SS, pesantemente interrogato e torturato.

Il 29 febbraio del 1944 venne processato dal Tribunale militare di guerra tedesco e condannato a 15 anni. Ma in un nuovo processo del 1 aprile del 1944 fu condannato a morte. Benedetti venne fucilato da un plotone della PAI ( Polizia Africa Italiana) a Forte Bravetta il 29 aprile del 1944. I suoi resti sono andati dispersi.

Prima di essere fucilato scrisse ai figli e alla moglie queste lettere di altissimo valore morale e civile:

 

11 aprile 1944

Ai miei cari figli,

quando voi potrete forse leggere questo doloroso foglio, miei cari e amati figli, forse io non sarò più fra i vivi.
Questa mattina alle 7 mentre mi trovavo ancora a letto sentii chiamare il mio nome. Mi alzai subito. Una guardia aprì la porta della mia cella e mi disse di scendere che ero atteso sotto. Discesi, trovai un poliziotto che mi attendeva, mi prese su di una macchina e mi accompagnò al Tribunale di Guerra di Via Lucullo n. 16. Conoscevo già quella triste casa per aver avuto un altro processo il 29 febbraio scorso quando fui condannato a 15 anni di prigione. Ma questa condanna non soddisfece abbastanza il comando tedesco il quale mandò l’ordine di rifare il processo. Così il processo, se tale possiamo chiamarlo, ebbe luogo in dieci minuti e finì con la mia condanna alla fucilazione.

Il giorno stesso ho fatto la domanda di grazia, seppure con repulsione verso questo straniero oppressore. Tale suprema rinuncia alla mia fierezza offro in questo momento d’addio alla vostra povera mamma e a voi, miei cari disgraziati figli.

Amatevi l’un l’altro, miei cari, amate vostra madre e fate in modo che il vostro amore compensi la mia mancanza. Amate lo studio e il lavoro. Una vita onesta è il migliore ornamento di chi vive. Dell’amore per l’umanità fate una religione e siate sempre solleciti verso il bisogno e le sofferenze dei vostri simili. Amate la libertà e ricordate che questo bene deve essere pagato con continui sacrifici e qualche volta con la vita. Una vita in schiavitù è meglio non viverla. Amate la madrepatria, ma ricordate che la patria vera è il mondo e, ovunque vi sono vostri simili, quelli sono i vostri fratelli.

Siate umili e disdegnate l’orgoglio; questa fu la religione che seguii nella vita.

Forse, se tale è il mio destino, potrò sopravvivere a questa prova; ma se così non può essere io muoio nella certezza che la primavera che tanto io ho atteso brillerà presto anche per voi. E questa speranza mi dà la forza di affrontare serenamente la morte.

 


Mia cara Enrichetta,

ho voluto tacerti fino ad oggi la triste realtà nella speranza di ottenere una impossibile grazia. Purtroppo è la fine. Sono straziato di non poter rivedere i miei figli. Ora tu sei tutto per loro. Sii forte per loro. Tu sai che al mondo ho fatto solo il bene e perciò morirò tranquillo. Bacia per me i miei figli ed educali nell’amore e nel lavoro.

Addio, mia diletta e sfortunata compagna, bacia per me mio padre, i tuoi cari genitori, i cugini e gli zii. Salutami tutti gli amici e ringrazia coloro che hanno tentato purtroppo inutilmente di salvarmi.

Un ultimo abbraccio e un bacio per tutta la vita,

Tuo Pietro

20 aprile 1944

Filippo, Rosa, Ivana, Tina, addio, siate buoni e bravi ed amate vostra madre, perdonatemi e ricordatemi sempre.

Vostro Padre


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